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Intervista a Maria Caramelli membro del Comitato Scientifico dell'Istituto Superiore di Sanità
Sicurezza alimentare e crisi della “mucca pazza” oggi.
Le terapie efficaci e il controllo della BSE
di Giorgio e Francesca Diaferia
Domanda: La crisi della “mucca pazza” sembra essere felicemente superata, con un cessato allarme da parte dei media e una significativa ripresa della fiducia dei consumatori nella carne bovina. (altro..). Volendo fare un aggiornamento della situazione sulla sicurezza alimentare nei confronti di questa malattia, cominciamo col dire brevemente di cosa si tratta.
Risposta: La BSE (Bovine Spongiform Encephalopathy) è una malattia neurodegenerativa del bovino, caratterizzata da un lungo periodo di incubazione (mediamente 5 anni) ed esito costantemente mortale. L'agente responsabile della malattia non è né un virus né un batterio, bensì una proteina, che cambia la sua struttura tridimensionale e innesca una inarrestabile reazione a catena, con la capacità di autoreplicarsi. Di questa proteina, detta proteina prionica (PrP) esistono due forme: una inoffensiva, normalmente codificata dal DNA dell'organismo ospite, l'altra patologica, parzialmente resistente alle sostanze in grado di digerire le molecole proteiche, come le proteasi, e capace di scatenare la malattia.
D. Quali sono le ipotesi più accreditate sulla comparsa e sull'esplosione dell'epidemia di BSE?
R. Tutti i dati epidemiologici concordano sul fatto che il veicolo principale dell'infezione nell'epidemia di BSE siano state le farine di carne ottenute dai residui di macellazione. La grande maggioranza dei casi di BSE si è infatti verificata per il riciclo di tessuti infetti attraverso le farine, utilizzate quale supplemento proteico nella alimentazione dei ruminanti, anche se non è escluso che possano esistere altre modalità di trasmissione, sebbene sicuramente di minore entità. Una delle numerose prove di questa ipotesi è che il divieto di soministrazione ai ruminanti in Inghilterra nel 1988 ha portato alla progressiva riduzione dell'incidenza dei casi nei bovini nati ed alimentati nel periodo successivo.
D. Quale rischio rappresenta la BSE per l'uomo ?
R. Evidenze epidemiologiche e sperimentali indicano che la BSE è causa, plausibilmente per via alimentare, di una malattia detta variante di Creutzfeldt Jakob (vCJD). Ad oggi si sono ammalate 196 persone nel mondo, di cui oltre l'80% nel Regno Unito dove è stata descritta per la prima volta nel 1996. In anni recenti, la malattia è stata riportata in numerosi paesi sia in Europa - inclusa l'Italia con un caso - che al di fuori, anche in Paesi in cui l'incidenza della BSE è minima, come il Giappone, gli Stati Uniti, il Canada.
D. Ci sono prospettive di terapie efficaci?
R. In questi anni sono state testate numerose molecole nel tentativo di identificare un principio attivo capace di contrastare l'insorgenza della malattia, ma solo in pochi casi è stato osservato un effetto positivo, sia in vivo che in vitro. Ad oggi, dunque, una terapia realmente efficace contro le malattie da prione non risulta disponibile anche se alcuni risultati incoraggianti sono stati presentati da gruppi di ricerca italiani, dell'Istituto Carlo Besta e dell' Istituto Mario Negri di Milano. I ricercatori hanno applicato la tetraciclina, antibiotico capace di legarsi avidamente alla proteina prionica patologica, destabilizzandone la struttura. L'interazione con la tetraciclina renderebbe la proteina prionica facilmente degradabile da enzimi proteolitici e quindi potenzialmente eliminabile dall'organismo. Questa azione si accompagnerebbe ad una riduzione della sua infettività.
D. Come si controlla la BSE oggi?
R. Dobbiamo premettere che tuttora la diagnosi di questa malattia è possibile esclusivamente post mortem, ovvero sull'animale macellato oppure morto in allevamento o durante il trasporto. In Italia come nella maggior parte dei Paesi Europei, è in atto un intenso programma di sorveglianza epidemiologica della BSE, coordinato dal Minstro della Salute e dal nostro Istituto: esso si articola fondamentalmente in due momenti distinti (ma con identico scopo, l'identificazione di nuovi casi di malattia): la sorveglianza passiva, ovvero l'individuazione clinica dell'animale malato; e la sorveglianza attiva che prevede di eseguire un test su tutti gli animali macellati sopra i 30 mesi o morti in allevamento sopra i 24 mesi di età.
I Servizi Veterinari delle ASL provvedono al macello - per quanto riguarda i capi macellati - o direttamente in allevamento - per i capi morti , al prelievo di una porzione del cervello che viene inviata ai laboratori degli Istituti Zooprofilattici Sperimentali. Grazie a questo sistema, dal gennaio 2001, inizio della sorveglianza attiva, al luglio 2007, sono stati identificati 141 casi di BSE tra i quali 4 in bovini importati, per un complessivo di oltre quattro milioni e mezzo di test eseguiti in tutta Italia. I dati di controllo della BSE in Italia provengono dal database nazionale sul sistema di sorveglianza per la BSE che è gestito dal Centro di Referenza Nazionale presso l'Istituto Zooprofilattico del Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta.
D. Qual è la situazione attuale della BSE in Italia?
R. Dopo un significativo decremento osservato tra il 2002 e il 2003, negli anni successivi l'epidemia di BSE sembra aver raggiunto un plateau. La prevalenza della malattia, ovvero i casi positivi rispetto agli animali testati, per l'anno 2006 risulta pari a 0,11 casi ogni 10.000 test.
Le caratteristiche degli animali colpiti da BSE in Italia riflettono quanto osservato negli altri Paesi europei. Il rischio di infezione nelle razze da carne è molto più basso rispetto a quelle da latte, mentre è indicativamente più alto il rischio di contrarre l'infezione nelle regioni del Nord e negli allevamenti intensivi a grossa consistenza.
D. Siamo in un mondo globalizzato ... cosa avviene nel resto del pianeta?
R. Portogallo, Regno Unito, Spagna e Irlanda nell'ordine si confermano come i Paesi con le incidenze più alte, con valori circa otto volte superiori a quella registrata in Italia. Seguono i Paesi dell'Europa Centro-orientale in cui la sorveglianza è andata intensificandosi nel periodo recente, consentendo l'identificazione di qualche decina di casi di malattia. Mentre il picco dell'epidemia è stato ormai superato nella maggior parte dei Paesi, Polonia e Repubblica Ceca mostrano invece ancora un'apparente tendenza all'aumento dei casi per anno, così come succede in Giappone.
In Europa quindi possiamo dire che la situazione è complessivamente favorevole: la BSE nell'ultimo triennio ha dimezzato ogni anno il numero di nuovi casi di malattia. Citando dati dell'OIE, nel 2005, in tutto il mondo sono morti per BSE appena 475 capi rispetto agli 878 del 2004 e ai 1646 del 2003, e soprattutto rispetto al picco di diverse migliaia di casi raggiunto nel 1992. Queste cifre sono il risultato di un numero enorme di capi testati dai programmi di sorveglianza attiva in vigore in diverse parti del mondo, e dell'efficacia delle misure volte alla riduzione del rischio, ovvero la rimozione dei materiali specifici a rischio e i divieti (bandi) di utilizzo delle farine di carne ed ossa nell'alimentazione dei ruminanti.
D. Qual è il futuro del controllo di questa malattia?
R. L'opzione dell'immediato futuro è innanzitutto quella di rivedere questi bandi, purchè ogni decisione sia basata sulla valutazione del rischio. Ad esempio si prevede una maggiore permissività per le farine di pesce, pensando ad una minima quantità consentita nei mangimi per i ruminanti.
D. Quali sono le recenti scoperte più significative nel campo?
R. In Italia, presso il nostro Istituto Zooprofilattico, è stata identificata una nuova forma di BSE, detta BASE (Bovine Amyloidotic Spongiform Encephalopathy). Il gruppo di Cristina Casalone ha descritto in collaborazione col Policlinico G.B. Rossi di Verona e l'Istituto Besta di Milano, una variante di BSE, nella quale il profilo molecolare della proteina prionica sia il pattern immunoistochimico sono risultati chiaramente differenti da quelli riscontrati in corso di BSE classica.
Negli ultimi tre anni altre forme atipiche di BSE sono state riscontrate in molte nazioni: fra cui Francia, Germania, Belgio, Polonia. Casi atipici di BSE con caratteristiche molecolari della proteina prionica differenti da quelle della malattia nella sua forma classica sono stati inoltre identificati anche in Giappone, Stati Uniti e Canada.
D. A quando l'arrivo di un test in vita?
R. Lo sviluppo di un test in vivo per la diagnosi delle encefalopatie spongiformi è uno dei più importanti obiettivi perseguiti dagli studiosi impegnati sul fronte dei prioni. I risultati più promettenti provengono dalla ricerca statunitense, come la messa a punto di una tecnica, detta PMCA, che consente di amplificare la presenza della proteina prionica, riscontrabile in concentrazioni minime nei fluidi corporei in corso di malattia. Recentemente è stato sviluppato un test di tipo immunoenzimatico, detto Am-A-FACTT, in grado di evidenziare il prione nel sangue di animali infetti privi di sintomatologia. Queste metodiche innovative sono stati finora applicate con buoni risultati su animali da laboratorio, ma è ancora prematura la previsione di un'applicazione pratica in campo su larga scala.
D. Cosa ha insegnato l'esperienza BSE?
R. La BSE fa parte di quelle nuove malattie - dette malattie emergenti - che sono state identificate negli ultimi vent'anni con una frequenza e un impatto sempre crescente. Queste malattie, favorite anche dall'incremento dei commerci e degli spostamenti delle persone e degli animali, sono al 75% delle zoonosi, cioè malattie legate agli animali o al prodotto animale.
Queste crisi hanno un impatto sconvolgente in quanto interessano diversi settori della società con costi di enormi proporzioni. La crisi della BSE ha rappresentato un momento di drammatica difficoltà globale dal punto di vista della gestione del rischio alimentare, soprattutto per quanto concerne la comunicazione del rischio. Abbiamo imparato che è necessario costruire una cultura della comunicazione del rischio che abbia come obiettivo prioritario la sicurezza alimentare.
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