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Storia del peperoncino di Vito Teti
di Vincenzo Reda
Torino 22 ottobre 2007. Palazzo Graneri della Roccia, già sede del glorioso Circolo degli Artisti, venne costruito nel 1683 su progetto di Gian Francesco Baroncelli e in seguito vi lavorò anche Guarino Guarini.
Al piano nobile vi è un salone centrale con decorazioni settecentesche disegnate da Valeriano Dellala di Beinasco ed alcune statue dei fratelli Filippo e Ignazio Collino: qui, la sera del 7 settembre 1706, dopo il "Te Deum" di ringraziamento in Duomo, il Duca Vittorio Amedeo II, con la sua Corte, il Principe Eugenio di Savoia, il Generale Daun comandante della piazzaforte torinese, con ufficiali e generali al seguito, convennero per festeggiare la vittoria dei Piemontesi su Luigi XIV come racconta il cronista dell'epoca.
Iniziava così il "Grande Settecento Piemontese" con Vittorio Amedeo II di Savoia che diventerà Re di Sicilia (trattato di Utrecht) il 12 luglio 1713 e poi di Sardegna il 2 settembre 1720 quando prenderà possesso dell'isola.
Il Palazzo, dallo scalone magnifico, si trova al numero 9 di via Conte Giambattista Bogino, affluente di destra, guardando il fiume, della seicentesca monumentale via Po: ci ho pascolato la mia adolescenza nei nebbiosi anni settanta, mescolato a artisti, tangheri, bar, giocatori di carte....
Uno di quelli, tra i più improbabili, si chiamava Franco, soprannominato Crotone, calabrese di Cutro: un po' artista, un po' intellettuale, truffatore, giocatore di carte....
In questo glorioso Palazzo, a distanza di anni, vengo a incontrare un altro calabrese, Vito Teti, ordinario di etnologia all'Università di Calabria, ospite degli aperitivi letterari nell'ambito della manifestazione internazionale Cinemabiente; presenta il volume: “Storia del peperoncino. Un protagonista delle culture mediterranee”.
Per un calabrese come me, ormai orfano di un padre di quelli che giravano con lo spagnolino in tasca, mangiatore solo di patate, pasta corta condita con sugo cotto ore e ore, peperoncino e formaggio in quantità industriali, l'occasione costituisce più che un ritorno alle mie origini, più che un ricordo di mio padre, più che il richiamo imprescindibile alla cultura e alle tradizioni forti della mia terra.
Il testo di Vito Teti è un lavoro la cui prospettiva è storica, antropologica, etnologica, letteraria: nulla a che vedere con il facile folclore del calabrese mangiatore di peperoncino caro a certo cabaret televisivo che decanta l'inesistente “peperoncino di Soverato”.
“Ho scritto questo libro anche come moderato, altalenante, incerto, a volte esagerato altre volte distaccato, mangiatore di peperoncino, e attraverso questa ricerca forse ho cercato di capire meglio, proprio a partire dal minuto e grandioso peperoncino, le ragioni e il senso della mia vicinanza alla terra in cui sono nato e in cui vivo, alle persone che l'abitano e che l'hanno trasferita altrove, ma anche il senso di disagio e fastidio nei confronti di un'identità intesa in maniera angusta, per immaginare una Calabria capace di costruire una rappresentazione di sé che nasca da uno sguardo alle luci e alle ombre della propria storia, ma con una forte proiezione in avanti.”.
Vito, è chiaro che il peperoncino è solo una scusa per parlare di Calabria....
Più che una scusa per parlare di Calabria, il peperoncino mi sembra un elemento attraverso cui ripensare la storia alimentare della regione, ma anche la sua cultura tradizionale, il suo paesaggio, le forme di autorappresentazioni dei calabresi, il neofolkore da loro costruito.
Perché secondo te il peperoncino è diventato sinonimo di calabrese?
Il peperoncino rafforza la “dieta mediterranea” precedente (grazie alle combinazioni con patate, pomodori, altri prodotti “americani”), dà sapore (come un condimento) a un'alimentazione spesso scondita e insapore, stimola l'appetito in popolazioni quasi inappetenti a causa di una “fame” cronica. Inoltre, il peperoncino trova largo impiego nella medicina popolare, viene adoperato per curare la malaria, è considerato simbolo di vigore e di forza ed è associato alla sessualità. Questa mitologia del peperoncino (che eredita in parte le virtù vere o presunte dell'antico pepe nero) influenza la cultura popolare, la poesia dialettale, la cultura “colta” dei calabresi.
Tu citi Gioacchino da Fiore e Tommaso Campanella, due giganti della cultura occidentale che quasi mai vengono associati alla Calabria, come al contrario il mitico peperoncino.
Gioacchino, con le sue profezie, viene citato perché Colombo, che importerà dalle Americhe la pianta, cita più volte l'abate calabrese tra coloro che annunciano la scoperta del Nuovo Mondo. Campanella è uno dei primi filosofi a parlare del “piper rubrum indicum”, lo segnala sia come alimento che come pianta medicinale e terapeutica. Sono molti gli scrittori e i poeti calabresi a parlare degli aspetti decorativi, alimentari, miracolosi del peperoncino e tutti questo concorre a creare nel tempo una sorta di identificazione tra calabresi e peperoncino. Naturalmente bisogna evitare l'equivoco di banalizzare tale accostamento. Io penso a un'identità aperta, dinamica e plurale. Il peperoncino è soltanto uno dei tanti prodotti “tipici” della regione (si pensi a salami, formaggi, funghi, cipolla rossa di Tropea, ecc.) che ha una storia alimentare tra le più interessanti del Mediterraneo. Bisogna evitare di ridurre a folklore e a colore un legame forte, controverso, problematico delle popolazioni con il peperoncino. C'è bisogno di uno sguardo aperto, di lunga durata, e oggi bisogna considerare che il peperoncino (ma non solo) da un lato viene usato con riferimento alla tradizione (una tradizione presente in altre parti del Mondo), dall'altro trova impiego per opposizione a una cucina insapore, globalizzata, artefatta. Bisogna infine ricordare nuovi abbinamenti del peperoncino con dolci, cioccolata, marmellata, liquori che parlano di invenzioni di una nuova cucina.
E, dunque, la tesi di fondo? Vorrei dirti che nelle mie intenzioni il libro è una sorta di viaggio nell'anima profonda delle popolazioni calabresi, ma anche nelle recenti trasformazioni della regione. Mi sono mosso tra etnografia, antropologia, letteratura, storia, biologia e anche memoria e narrazione. Penso che ogni antropologia debba essere racconto di sé e degli altri, resoconto di incontri e di dialoghi.
Il lavoro di Vito Teti rappresenta un punto fermo nella storia delle evoluzioni alimentari nelle popolazioni del bacino del Mediterraneo: è sorprendente il fatto certo che le tradizioni della dieta mediterranea non datano oltre la metà del XVIII secolo. Pasta secca, pomodori, patate, fagioli, zucchine e mais sono alimenti che si sono gradatamente inseriti negli usi alimentari tra la prima metà del settecento e la seconda metà dell'ottocento. Proprio il peperoncino è forse stato il frutto americano che invece si impose per primo, già nella seconda metà del XVI secolo, nelle coltivazioni e nelle abitudini alimentari delle nostre genti.
Si tenga presente che la parola “peperone” è segnalata per la prima volta nella nostra lingua nel 1735 e “peperoncino” nel 1863 (Palazzi-Folena); il grande dizionario Battaglia segnala il termine “peperoncino” nel Belli, in Soldati e in Pasolini.
Nel volume sono presenti moltissimi riferimenti, citazioni, considerazioni storiche che riguardano le trasformazioni alimentari delle popolazioni mediterranee; così come numerosi sono gli aneddoti citati: assai gustoso quello che vede come protagonista Mao Dze Dong, amante del peperoncino e sostenitore del fatto che i popoli consumatori del saporoso frutto fossero tutti grandi rivoluzionari....spiazzato da qualcuno che gli suggeriva la considerazione che gli italiani, al contrario, di grandi rivoluzioni proprio nemmeno l'ombra.
Molto interessante, infine, il ricettario che l'Autore compila in coda al suo lavoro, oltre che di indubbio valore storico e culturale, anche assai gustoso - è il caso di dirlo - da leggere.
Il Palazzo che ospita l'incontro con Vito Teti, a cui sono più che degni interlocutori il giornalista Rocco Moliterni e la scrittrice Margherita Oggero, è posto dietro la monumentale Biblioteca Napoleonica e distante non più di un centinaio di metri da Palazzo Carignano, sede del primo Parlamento Italiano nel 1861.....Eppure, a non più di mezzo chilometro di distanza in linea d'aria, il grande mercato di Porta Palazzo ha fatto assai di più, in termini di Unità d'Italia, che non Garibaldi o Cavour. E oggi, insieme alla `nduja, alla sardella ( più difficile da trovare), alle soppressate calabre contribuisce a diffondere e unire insaccati affumicati romeni, kebab, manghi, lime, masala....
Vito Teti
“Storia del peperoncino Un protagonista delle culture mediterranee”
Saggi, Donzelli Editore
pp. XVII - 491, € 32,00
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