La funzione storica del Ministero dell'Agricoltura nella modernizzazione

dell'Italia ed i suoi compiti per una Risorgenza dell'agricoltura

 

 Le piccole comunità, i piccoli paesi, le produzioni tipiche per eccellenza non solo sono vivaci ed importanti, ma muovono anche il panorama politico, decretando la rinascita dei piccoli Comuni, delle fiere del territorio, delle manifestazioni storiche che conservano le tradizioni


  di Bartolo Ciccardini, Presidente dell'Associazione Ristoratori italiani all'estero

 


Bartolo Ciccardini e Valeria Bertocchi, caporedattore di INformaCIBORoma 5 dicembre 2011. L’agricoltura è un mito fatale dell’Italia, paese fertile ma difficile. Un paese dove l’agricoltura è un’arte che ha bisogno di molto lavoro e di molta conoscenza. Non avevamo il mais che cresceva da solo, ma avevamo i cereali, la vite e l’olio che sono difficili da coltivare e che richiedono fatica, scienza e tradizione. Così è stata l’Italia di sempre, da Virgilio e Orazio, fino alle Cattedre Ambulanti dell’Agricoltura, per finire con la grande crisi degli anni Cinquanta quando sparì l’agricoltura e dette il suo posto all’industria e ai servizi.


Il Ministro Mario CataniaNon fu una crisi dell’agricoltura, ma piuttosto una crisi dei protagonisti, la borghesia da un lato ed i contadini dall’altro, ferocemente contrapposti.

Un rappresentante di questa borghesia italiana era Cavour, che cominciò ad occuparsi delle sue terre ammodernandole. Pur essendo un aristocratico cominciava a comportarsi da borghese imprenditore. Ma era ancora una rara eccezione.

 

Nel Sud, con l’espropriazione dei vasti possedimenti della Chiesa, si formò una borghesia proprietaria, ma senza capitali, che, usati per l’acquisto delle terre, emigrarono al Nord.

Sturzo diceva nel 1923: “Il non aver voluto o potuto iniziare una soluzione onesta e razionale del problema terriero, ha dato luogo prima all’abbandono da parte del proprietario assenteista, che ha aggravato i latifondi di ipoteche: poi all’abbandono operaio per l’emigrazione; infine (dopo il ritorno di molti emigranti per la guerra e la difficoltà di nuova emigrazione) ai tentativi legali ed illegali di occupazione e di esproprio, alla pressione economica dell’acquisto da parte di società di contadini, anche al di sopra del prezzo normale. Tutto un periodo caotico che prepara altri danni”.

 

Nonostante mancasse un ceto borghese agrario omogeneo e progressista, lo Stato unitario ha compiuto un’opera di culturalizzazione delle campagne di grandissima qualità.

Quello che avvenne con la scuola dell’obbligo e che Edmondo De Amicis racconta nel “Libro Cuore”, avvenne anche per l’agricoltura, in una maniera probabilmente ancor più significativa.

Era lo spirito con cui Franchetti e Sonnino fecero la loro inchiesta sull’agricoltura meridionale. In questa maniera si interessarono i ceti proprietari alle nuove specie ed alle nuove tecniche e noi avemmo la nostra piccola rivoluzione agraria, anche se molto differenziata a seconda delle condizioni sociali. Nel primo decennio del secolo l’economia italiana si formò un pensiero sull’uso moderno della terra, indipendente dalla questione della proprietà.


Quando io ho lavorato al gabinetto del Ministro Rumor, dal 1959 al 1963, c’erano due grandi direttori: Mario Scapaccino e Paolo Albertario, ambedue allievi di Serpieri.

Serpieri era stato docente universitario, professore di estimo e di economia aziendale, che aveva posto al centro dei suoi studi, l’azienda agricola, occupandosi non solo della coltivazione, ma della sua natura di impresa moderna. In una parola aveva inventato l’economia agricola. Come sottosegretario nei governi liberali, fece la prima legge per le foreste, in cui sottolineava il rapporto dell’azienda forestale con la tenuta dei boschi. Serpieri dette vita agli istituti tecnici agrari e fu il promotore delle cattedre ambulanti dell’agricoltura che trasformarono la vita dei contadini. Fu il padre della teoria della bonifica integrale, ispirata al concetto di un intervento strutturale per trasformare la terra in azienda agricola.

Questo concetto lo ritroveremo sia nella bonifica delle paludi pontine (dove Mussolini potè applicare alcune idee socialiste sulla terra come strumento di produzione, dato che sperimentava la bonifica su terreni praticamente abbandonati a causa della malaria). Questo concetto ispirò anche la riforma agraria che ebbe un solo difetto: arrivò troppo tardi. Essa servì a mettere fine alla influenza politica della borghesia agraria, ad esaltare il concetto della proprietà contadina, ma la piccola azienda, anche se ebbe un grande significato morale e politico, era ormai superata. Di fatto era incominciata già la fuga dalle campagne, l’abbandono della terra, l’emigrazione e la grande crisi agricola italiana degli ani ’70.

Problemi scottanti come quello della mezzadria evaporarono al sole di fronte al crollo della proprietà agricola, alla fuga dall’agricoltura ed all’abbandono della terra. In pochi anni un Paese agricolo diventò moderno abolendo l’agricoltura!

Quando eravamo giovani, siamo stati presi dall’entusiasmo di fare le cooperative per lo sviluppo dell’agricoltura. Io mi dedicai con le Acli ad una cooperativa per produrre l’olio ed ad una cooperativa utilizzare della buona pietra per fare dei marmetti nell’edilizia popolare. Ma ricordo che quando andai nel mio piccolo paese contadini a proporre ai miei compagni di scuola di creare una cooperativa per il vino, mi risposero che con l’agricoltura intendevano chiudere, perché era sinonimo di miseria e di sottomissione. Andarono tutti a lavorare in Svizzera. Tornavano ad ogni Ferragosto con l’automobile con targa svizzera. Ma più tardi, da pensionati, hanno ricomprato la terra e stanno ripiantando le vigne in un paese che aveva perso la vocazione del vino. Trovo che quest’esperienza riassuma i diversi momenti dell’agricoltura, ma nel momento in cui l’agricoltura rinasce, i nuovi agricoltori non hanno dalla loro parte un vero Ministero dell’Agricoltura. L’unica spinta della Risorgenza dell’Agricoltura è la richiesta mondiale della qualità del prodotto italiano.

 

Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food, si è fatto fautore dei prodotti tipici legati al territorio, che rifiutano di essere omologati come grandi prodotti industriali di enormi quantità e caratteristiche identiche, per essere smerciati in tutto il globo. L’Italia si caratterizza, invece, per prodotti di altissima qualità legati a piccoli territori ed il mercato mondiale sembra gradire questa tipicità diffusa nel mondo dal Ristorante Italiano.

A tal proposito Petrini dice: “Abbiamo bisogno di proteggere le culture locali, che hanno in sé molte informazioni utili in questi tempi di crisi ambientale, sociale ed economica; abbiamo bisogno di proteggere le economie locali, e i mercati di prossimità, che possono rivitalizzare le nostre aree rurali e farle tornare ad essere luoghi di benessere, di produzione di reddito, di occupazione giovanile; abbiamo bisogno di mantenere alte le bandiere del turismo, che non si nutre solo di visite alle città d´arte ma soprattutto di paesaggi agrari e di territori accoglienti”.

Una rivoluzione è già in atto. Le piccole comunità, i piccoli paesi, le produzioni tipiche per eccellenza non solo sono vivaci ed importanti, ma muovono anche il panorama politico, decretando la rinascita dei piccoli Comuni, delle fiere del territorio, delle manifestazioni storiche che conservano le tradizioni.

Dice a questo proposito Giuliano Poletti, il gran capo delle Cooperative: “La nuova agricoltura deve riconoscersi nei prodotti tipici di grande eccellenza e non ha nessuna struttura capace di portare questi prodotti in termini utili e remunerativi sul mercato. Bisogna fare una politica di segmentizzazione non solo della produzione, ma anche della filiera e della rete di utilizzazione finale. Visto dalla parte dei produttori agricoli questo è lo stesso problema che hanno posto i Ristoratori Italiani, che sono costretti a servirsi della grande distribuzione tedesca perché non esiste una rete italiana”.

 

Così Sergio Romano (ex-ambasciatore italiano a Mosca, ora editorialista de “Il Corriere della Sera) commenta la scalata francese alla Parmalat, l’ingresso di alcuni importanti gruppi francesi (Danone, Lactalis), l’elenco dei marchi italiani divenuti proprietà di gruppi stranieri (Buitoni, Perugina, Motta, Saiwa, Galbani, San Pellegrino, Recoaro, Levissima), in questa maniera: “Di fronte al settore molto frammentato dell’agroalimentare italiano, quello francese è il risultato di una politica nazionale ambiziosa e lungimirante. Esistono oggi in Francia circa duecento istituti dedicati all’agricoltura, finanziati dallo Stato e dai privati, che promuovono la ricerca e consentono alle aziende di trarne immediatamente vantaggio. Non sorprende quindi che la Francia posa contare su grandi aziende che allargano la loro sfera d’azione comprando i migliori marchi dalle piccole e medie imprese, in Italia e altrove”.

 

Quando la Cina scopre un vino, ne chiede milioni di bottiglie, mentre l’Italia ha grandi quantità di etichette, con relativamente poche bottiglie. Il problema si risolverebbe razionalizzando la distribuzione e costituendo una rete che unisca il piccolo prodotto eccellente con un piccolo segmento di mercato, per ottenere la distribuzione più adatta al nostro tipo di produzione.

Se guardiamo bene la soluzione tecnica con i nuovi strumenti di comunicazione non è impossibile. Anzi, è persino facile. Ma per arrivarci è necessaria una rivoluzione culturale. È necessario ripensare il prodotto nelle sue qualità originali e storiche. È necessario ripensare al concetto di distribuzione che non è massiva o massiccia, ma oculata ricerca degli intenditori di quella qualità. C’è una cultura nel produrre, c’è una cultura nel distribuire, c’è una cultura nel consumare che si orienta verso la diversità e l’eccellenza.

C’è bisogno soprattutto di una classe dirigente dell’Agricoltura che riscopra il compito educativo e pioneristico del Ministero più nobile ed alto del nostro Governo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una discussione tra ristoratori sul Blog di Ciao Italia a seguito dell'articolo di

Carlo Petrini

  

Eletto il nuovo ministro Mario Catania

    

Ministero delle

Politiche Agricole

 

 

 

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