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X Convention Mondiale Ciao Italia, 15 - 18 aprile
2009, Bari e Lecce
Tracciabilità, sicurezza
alimentare, sostenibilità delle politiche alimentari:
incalzano la convention dei ristoratori italiani all’estero
Roma 25 marzo 2009. “Nella
complessa e difficile questione alimentare mondiale,
recentemente aggravatasi per gli aspetti quantitativi e per quelli
della qualità della vita, la cucina italiana,
proprio per le sue radici storiche, ha il ruolo
d’indicare una strada da seguire per il miglior utilizzo degli
alimenti, che soddisfi al tempo stesso i problemi della fame, di una
corretta nutrizione, d’elevati livelli di benessere psico-fisico e
d’equilibrio ambientale, divenendo quindi un
importante interlocutore nell’attuale e futura ‘questione
alimentare
’” Parola di Giovanni
Ballarini, Antropologo alimentare e Presidente
dell’Accademia Italiana della Cucina. Lo sostiene in un lungo
articolo che ha firmato per il numero speciale di ‘Ali del
Levante’, la rivista degli Aeroporti di Puglia
S.p.a. che il 9 aprile prossimo uscirà in edizione
speciale (128 pagine anziché 32 e 30.000 copie anziché
15mila) dedicata alla X Convention di Ciao Italia,
in programma a Bari e Lecce dal 15 al 18 aprile.
Con questa consapevolezza -di essere
un ‘importante’ interlocutore nella riflessione sulla questione
alimentare mondiale e sulle politiche alimentari dei
prossimi decenni- la cucina italiana incarnata dai ristoratori
italiani nel mondo di Ciao Italia, si appresta a una
convention che sarà incalzata da vicino da temi che si
chiamano ‘tracciabilità’, ‘sicurezza alimentare’,
‘certificazione’, ‘sostenibilità delle politiche
alimentari’. Preludio: il dibattito che ha animato i mesi di
preparazione della convention (quasi un dibattito pre-congressuale),
e alcuni contributi importanti, come quello del Presidente Ballarini,
che arriveranno ai congressisti dalle oltre 100 pagine del numero
speciale di aprile di ‘Ali del Levante’.
Vincenzo Divella, AD
della Divella S.p.a e Presidente della Provincia di Bari, attraverso
‘Ali del Levante’ propone una riflessione complessa sulla
questione della tracciabilità e della certificazione ma più
ampia a sfociare nelle politiche alimentari economiche e sanitarie
globali e nelle politiche di brand.
“La tracciabilità
è un valore in assoluto in termini di sanità e
di possibilità di risalire al produttore in maniera
sicura e trasparente. Per tanto, certo, la tracciabilità
è importante trovarla al tavolo del ristorante”, e
magari anche, prosegue Divella “disporre di un menù che
illustri il valore peculiare delle lavorazioni italiane rispetto alle
altre. Ma questo dobbiamo pretendere, la tracciabilità. Altra
cosa è che il rapporto della tracciabilità conduca
inevitabilmente solo alla produzione in Italia della materia prima.
L’origine specifica della materi a prima ormai non ci compete più,
non ultimo perché l’Italia non è più
autosufficiente nella produzione praticamente su nessuna della grandi
materie. Il vino, l’olio, il frumento ci giunge da altri paesi.
L’olio prodotto in Italia avrà sì delle sue
specificità, ma non è superiore all’olio tunisino.
Coltivato in Italia non vuole dire sempre e per forza più
buono, comunque migliore. Caso mai bisogna preoccuparsi se l’olio
dichiarato Made in Italy sia effettivamente stato prodotto (‘fatto’)
secondo l’impianto culturale e valoriale italiano,
e se è dichiarato proveniente da uliveti o/e frantoi italiani
allora così deve essere, ma se non lo fosse, e ci fosse
scritto, beh non vedrei il problema”. E Divella bolla come
“insensato pretendere che un prodotto Made in Puglia debba,
in maniera vincolante, avere un riscontro di tracciabilità che
ci porti a concludere che quel prodotto è stato realizzato
solo esclus ivamente con materie prime coltivate in Puglia”.
Sono contrario, dice Divella “a produrre cibi che si compongano
esclusivamente di prodotti coltivati in territorio italiano, bisogna
ragionare in prospettiva globale ed accettare il fatto che non siamo
più autosufficienti in nessun settore dell’agroalimentare.
Probabilmente questa maniera ormai superata di intendere il
Made in Italy si sta rivelando controproducente per la nostra stessa
agricoltura: si pensi alla coltivazione cerealicola,
finanziata dalla Comunità Europea non in quanto a qualità
effettiva del prodotto, ma su criteri di taraggio, generando un
circolo vizioso per cui si è pervenuti a raccolti di qualità
inferiore. Il rischio corso è quello di incaponirsi
sull’origine delle produzioni a scapito dell’eccellenza del
prodotto finito. La pasta italiana potrebbe, per paradosso,
essere meno pregiata di quella australiana o canadese, zone in cui si
producono grani migliori dei nostri”.
Adriana Poli Bortone,
Senatrice, vicesindaco di Lecce, Presidente agenzia per i
beni culturali euro mediterraneo, afferma che “contrastare
l'obesità, soprattutto infantile, deve essere una priorità
a livello internazionale”, a cominciare dall’Europa che deve
coordinare politiche di lotta all’obesità. “La
ristorazione italiana ha una responsabilità in più
all’educazione. E i ristoranti italiani
all’estero, -cellule della sanità della Dieta Mediterranea-
dovrebbero essere i primi a proporre iniziative in tal senso”. La
senatrice leccese lancia la proposta per una ‘carta menu
educativa’ o ‘menù tracciato’, “dove per ogni
piatto siano trasparenti le informazioni relative a ricetta
utilizzata per la lavorazione gastronomica degli alimenti
che compongono il piatto, e l’origine degli alimenti
utilizzati per la realizzazione del piatto. Ecco, questa
sarebbe effettiva tracciabilità, e significherebbe
inaugurare una nuova politica fatta di relazioni
trasparenti e costruttive con i Consumatori. Contestualmente si
farebbe, appunto, educazione alla sanità alimentare”
I ristoranti italiani all’estero che adottassero iniziative
quali ad esempio il ‘menu tracciato’, o che
“dimostrassero di investire su acquisizione di materie
prime biologiche, perfettamente tracciabili,
dovrebbero essere valorizzati e incentivati dal Paese”.
La Senatrice Poli Bortone, che per
anni si è confrontata con le istanze delle categorie
produttrici dei grandi prodotti della tradizione italiana (a partire
dai formaggi), e, contestualmente, con le posizioni degli altri
principali Paesi UE, non si spinge a chiedere da subito che il ‘menù
tracciato’ contenga le informazioni nutrizionali
(valori di calorie e grassi), l’argomento è infatti
scottante. Secondo i produttori italiani il Consumatore
internazionale non è al momento in grado di decodificare
correttamente tale informazione, l’indicazione lo
porterebbe ad essere scoraggiato a consumare determinati prodotti
Made in Italy.
Sullo sfondo, il ‘caso’ Marco
Lentini, paladino di una cucina di antitesi alla dieta a
base di grassi propinata in ogni fast food americano, a base di
prodotti freschi, poveri di grassi, italiani insomma, indicato
dal Presidente Barack Obama a modello di riferimento per un programma
di educazione alimentare in grado di cambiare i valori nutrizionali
della popolazione americana e mondiale, che ha fatto dire a
Bartolo Ciccardini, Presidente mondo e fondatore di
Ciao Italia “forse questo qualcosa ci deve dire a
noi che da sempre lavoriamo per tutelare e promuovere la cucina
italiana. La politica che sta lanciando il Presidente USA avrà
effetti importantissimi sull'economia, sull'alimentazione e sulla
salute non solo degli USA, ma del mondo, lo sappiamo. Beh, i
ristoranti italiani nel mondo hanno il dovere di essere i
protagonisti di questa svolta”.
Tutto ciò in una Bari che
qualche ambizione in proposito ce l’ha. La sua ambizione si chiama
BA2015. Un Piano Strategico che propone investimenti
per quasi cinque miliardi di euro in progetti con un forte impatto
sullo sviluppo del territorio. Tra questi: l’Accademia
Internazionale del Gusto Mediterraneo, la Scuola
Internazionale del Gusto Med per l'alta formazione e
specializzazione professionale, il Laboratorio Tecnologico
per la Tracciabilità Alimentare, la promozione del
marchio ‘Cucina del Mediterraneo’.
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