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In Puglia dal 15 al 19 aprile la Convention Mondiale di
Ciao Italia,
l’Associazione dei ristoranti italiani
nel mondo
Intervista al fondatore e presidente di Ciao Italia, Bartolo
Ciccardini
di Donato Troiano
Roma
27 marzo 2009.
Fervono i preparativi della “"Convention Mondiale" di
Ciao Italia, una associazione di ristoratori italiani all'estero
(Ciao
Italia è nata 27
anni fa ed è presente -secondo i dati diffusi dai promotori-
“in 32 Paesi nei 5 continenti con oltre 3.000 soci sparsi nel
Mondo”), che terrà in Puglia, dal
15 al 19 aprile prossimo,
da Bari
a Lecce,
toccando diverse altre tappe di cittadine pugliesi, una Convention
molto attesa.
Una
convention molto business oriented quella che celebra i 10 anni di
eventi mondiali di questa Associazione diretta da Bartolo Ciccardini.
Bartolomeo
Ciccardini detto Bartolo (è nato nel 1928, nelle Marche a
Cerreto d'Esi) non è un cuoco ma è (stato) un politico
di razza o meglio, un giornalista politico di valore con il fiuto per la carta
stampata "di partito". E' stato
infatti artefice negli Anni
Sessanta delle maggiori iniziative comunicative del partito della
Democrazia Cristiana.
Oltre che direttore del
settimanale La Discussione (l'organo di stampa della
Dc), dal 1969 al 1977, e di due riviste, che hanno animato il dibattito
politico dei giovani cattolici negli anni cinquanta: “Per l'Azione”
(1950-52) e “Terza Generazione” (1956-62). Ciccardini è
stato anche responsabile della Spes, l'ufficio stampa e propaganda
della Democrazia Cristiana. Da allora ha pubblicato diversi libri e
l'ultimo, sul Mezzogiorno d'Italia, uscirà nei primi giorni di
aprile.
Un uomo forte e autorevole
della vecchia Dc, più volte sottosegretario di Stato nei
diversi governi succedutisi dal 1979 al 1986.
Adesso,
a ottantuno anni portati baldanzosamente, Ciccardini è ancora
attivissimo nel dirigere, come Presidente e tutore, Ciao
Italia, l'associazione dei ristoranti italiani nel mondo che ha
contribuito a fondare e che si riunisce a congresso nel prossimo mese di
aprile in Puglia, grazie all'impegno, tra gli altri, di Massimo
Ostilio,
assessore regionale al Turismo della regione
Puglia.
Come e
quando ha sposato la causa dei ristoratori
nel Mondo?,
chiediamo incuriositi all'onorevole Bartolo Ciccardini.
“Trenta anni fa,
proprio di questi giorni, incontrai Giovanni Marcora. Era Ministro
della Agricoltura, ma era soprattutto un grande personaggio. Era
l‘unico sopravvissuto alla disfatta dei tre comandanti della
repubblica partigiana della Val d’Ossola; amico di Enrico Mattei,
agricoltore moderno ed allevatore, lombardo di poche parole e di
molti progetti. Se non fosse morto, nel 1983, con lui Presidente, la
storia d’Italia sarebbe stata diversa.
Io ero un giovane
sottosegretario ai trasporti che scalpitavo impaziente......”.
Ma allora,
non
era neppure
sottosegretario all'Agricoltura....
“Dissi a Marcora
-continua Ciccardini-: Vorrei fare una associazione per i Ristoranti
italiani all’estero”. Non mi fece finire il discorso: ”Vai
avanti. Si deve fare e la faremo”. Erano altri tempi. Due anni dopo
facevamo il I° Congresso all’Hilton di Roma. L’Associazione
scoppiò come una bomba perché i tempi erano maturi. I
ristoranti italiani erano cresciuti. Non erano più la tavola
familiare disadorna del film “Cristo fra i Muratori” di Edward
Dmytrik che racconta gli stenti dei muratori italiani che costruirono
New York. o la piccola disadorna cucina del dramma della gelosia di
“Uno sguardo dal ponte” di Athur Miller. E non erano più
lo stanzone con i tavoli e le tovaglie a quadri del Padrino, né
della tavola della famiglia di Toni Manero, l’eroe della “Febbre
del sabato sera”. I film ci hanno restituito queste immagini:
l’etnia italiana che si identificava nella tavola.
Incominciava una altra
storia ed un’altra Italia, con Siro Maccioni al Baglioni guidato da
Mariotti, dove scendevano i Presidenti italiani, con Lidia e la sua
perfezione sulla Cinquasettesima, con Laura Maioglio sulla
Quarantatreesima. Con Toni May e la sua mitica mitica Rainbow Room e
Maria Pia Tirri Hellring al Palio. Con Cecconi e Maccione a Londra
con i loro ristoranti amati dalla famiglia reale, Con La Stampa di
Buenos Aires, con il Bacco di Mannozzi a Berlino ed il Rossini di
Pino Fusco a Dusseldorf, incominciava una epoca nuova”.
In quegli anni nacque
Ciao Italia. “L'associazione fu l’occasione per incontrarsi e per
riconoscersi adulti. Avevano tutti i numeri per essere i primi. Si
guardarono in faccia, si dettero coraggio, puntarono sulla qualità
italiana e diventarono i primi. E’ nata così la più
grande impresa italiana del XX secolo. Cinquantamila ristoranti con
la memoria della cucina della mamma in testa e la nostalgia
dell’Italia nel cuore. Una impresa economica incalcolabile. Una
presenza culturale che ha influito sulla vita e sul costume dei
popoli di tutto il mondo. Un flusso d’oro verso l’Italia”.
Questo fa parte della storia, una storia
ammirevole e fatta di impegno e sacrifici.
Ma oggi che la ristorazione italiana nel
mondo è alla ricerca di soluzioni nuove per promuovere la
cultura enogastronomica che ruolo vuole svolgere Ciao Italia?
“La ristorazione italiana all’estero -dice
Ciccardini- è da sempre alla ricerca di prodotti di altissima
qualità (meglio se certificata), offerta
in un contesto di filiera corta, e di alta
formazione professionale rigorosamente Made in Italy, in
un mercato internazionale dove solo un terzo della ristorazione che
si definisce italiana è autenticamente italiana, e dove la
concorrenza della falsificazione si può battere solo con una
qualità esasperata che parte dal prodotto e finisce alla
cultura e alla formazione tecnica che appartiene al cuoco piuttosto
che al manager o al responsabile di sala” commenta Bartolo
Ciccardini, fondatore e Presidente mondo di Ciao
Italia.
Il giro d’affari della ristorazione italiana nel mondo ammonta a
circa 27 milioni di euro; un settore che per il momento non piange
miseria ma che ha bisogno di maggiore professionalità e di
maggiore supporto da parte delle istituzioni.
In
questo contesto che significato ha questo X Congresso di Ciao Italia?
“Caro
Direttore, -risponde Ciccardini- nel 1944 il Guggenheim Museum
organizzò una mostra dedicata a The Italian Metamorphosis
1943-1968, celebrazione del Miracolo Italiano. All’ interno di
questa mostra il Museo organizzò con CiaoItalia un
evento dedicato a “The Metamorphosis of Italian Cuisine”.
In realtà la cultura americana aveva scoperto che la cucina
italiana non era “pasta with balls” il piatto povero, unico, con
cui si sfamava il muratore che costruiva i primi grattaceli, ma una
grande cucina erede della cultura romana e rinascimentale adattata e
resa flessibile da un territorio ricco e fecondo.
La
scoperta della cucina italiana vera fu l’evento mondiale degli anni
’80 e meritava di essere celebrata da un grande museo. In questo
Congresso ci domandiamo se c’è una nuova metamorfosi della
cucina italiana ".
Perché
pensa che ci sia oggi una metamorfosi come se stessero succedendo
cambiamenti rivoluzionari?
“Oggi
leggo sul giornale che Sting, il famoso cantante, produce 30.000
bottiglie di vino italiano. Antonella Rebuzzi, la grande ristoratrice
di Mosca, si lamenta che i prodotti italiani arrivino solo con una
piattaforma tedesca. Mark&Spencer chiede ai Feudi di S. Gregorio
di vendere il vino dei Feudi con l’etichetta Mark&Spencer. I
Feudi rifiutano. La scuola non offre un rincalzo generazionale. Un
sempre maggior numero di nuovi chef sono adottati. Non hanno il
palato della cucina della mamma, ma il palato dell’apprendistato ai
fornelli. Prolifera il meticciato, vale a dire la cucina italiana
adottata a gusti di altre cucine o piatti di altre tradizioni
cucinati all’italiana. La globalizzazione ha reso il mondo un
piccolo villaggio: c’è sempre più domanda e sempre
meno offerta di cucina italiana. Gli eroi protagonisti della più
grande impresa italiana del secolo scorso, il trionfo della cucina,
sono stanchi e non hanno eredi. Una classe dirigente italiana non si
rende conto di quello che sta accadendo. La possiamo chiamare
metamorfosi
o la dobbiamo chiamare catastrofe
?
“Sono
io che dovrei fare le domande. Lei come la chiamerebbe?
“Io
sono un ottimista, credo nella storia, penso che ogni cambiamento sia
l’inizio di ogni nuova fase e dico: Metamorfosi. Dobbiamo costruire
un laboratorio dove ci poniamo queste domande, cerchiamo di
immaginare delle risposte e adoperiamoci per realizzarle. Bisogna
fare la filiera più corta, bisogna spendere meno per la
distribuzione, bisogna controllare la qualità, premiare i
buoni, emarginare i meno buoni, innovare i metodi, fare scuola, non
solo di chef, ma anche di manager, di uomini che conoscono il
mercato. Abbiamo bisogno di giovani che conoscano bene il prodotto,
la sua utilizzazione (in cucina), la lingua, la legge e i costumi dei
paesi dove vanno ad operare perché li trovano una domanda di
cucina italiana”
Non
è un programma troppo impegnativo, un sogno, un utopia?
“Se
pensa che questo possa essere realizzato da una persona o da un
ministero la risposta è si. Non se ne farà nulla. Il
vero pericolo è quello di avere una mentalità
“assistenzialista”.
Infatti
il titolo del nostro congresso è: “Non chiedetevi quello che
il vostro paese farà per voi, chiedetevi quello che voi potete
fare per il vostro paese”
Questo
significa che si può uscire dalla crisi operando tutti nella
medesima direzione facendo sistema. Le università devono
studiare i sistemi educativi adatti allo scopo. Le regioni devono
studiare nuovi sistemi di difesa e promozione dei prodotti. I
produttori devono lavorare per il mercato con prodotti all’altezza
ed entrare nella maniera giusta nella distribuzione. Il sistema
economico nel suo complesso: enti della ricerca, sistema creditizio,
tecnologie, devono studiare la nuova rete di comunicazione e
distribuzione. I ristoranti devono smettere di pensare come micro
imprese corsare e vanitose, ma devono diventare sistema e rete per
promuovere, difendere, una cucina italiana insieme classica e
rinnovata. Se ognuno farà il suo mestiere sarà la
metamorfosi”.
“Pensa
di risolvere questo piccolo problema al X Congresso?
“Certamente
no, viaggiamo su un treno in piena notte. Noi tireremo il segnale di
allarme. Solo questo”.
Un ultima domanda: alcune associazioni di cuochi, la Federazion
Italiana cuochi e il Gvci (il Gruppo di cuochi italiani all'estero
diretto da Mario Caramella) vi hanno accusato di voler "riesumare"
l'Insegna del Ristorante Italiano all'estero, una targa defunta nel
1999. Dicono: una grande foto ricordo e niente più. Cosa
risponde?
“Ho letto la critica. Non solo, ma é pubblicata sul nostro
Facebook e qualcuno dei soci l'ha anche approvata. Ma non voglio
dividere la categoria su questa questione. Il problema non è
che si faccia la Insegna, o la certificazione, o la targa, o la guida
Zagat o il Gambero rosso o che altro. Il problema è che non si
fa niente. Scuola, rete, distribuzione, piattaforme, cultura,
associazionismo, qualsiasi cosa anche senza l'Insegna. Ma fare
qualcosa. Inoltre l'Insegna non costava niente allo Stato, se non il
fare la sua propria attività di Istituto. Ed in ogni caso
facciamo qualcosa noi tutti insieme, sopportandoci ed imparando a
fare sistema. Altrimenti saranno le multinazionali a farlo. Sono
anche d'accordo che i grandi chef andranno sempre bene e quelli bravi
guadagneranno sempre molto. Come gli artisti e come i creatori di
moda. Ma stiamo parlando del loro ruolo nel sistema paese, che è
un'altra cosa”.
Arrivederci
al Congresso, pardon alla “X Convention Mondiale Ciao Italia”,
come amano definire il loro appuntamento pugliese.
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