Il Centro Studi e Formazione Assaggiatori lancia l’allarme per i vini rossi:

si va verso l’appiattimento delle tipicità?

 

Sembra che il mondo del vino stia vivendo un periodo di schizofrenia. Mentre in convegni e dibattiti si parla spesso di tipicità, nelle case dei consumatori imperversa il vino della “ricetta”. E così si rischia di avere etichette diverse, ma vini molto simili tra loro. E' quanto emerge da una ricerca del Centro Studi e Formazione Assaggiatori, la più grande unità di analisi sensoriale in Italia.

 

In un mondo che valorizza sempre più la tipicità e le tradizioni, i produttori immettono sul mercato vini sempre più omologati. Talmente simili, dal punto di vista sensoriale, da potere essere quasi intercambiabili. Una tendenza per molti versi inquietante, perché rischia di deprimere fortemente la tipicità, proprio nel momento in cui il consumatore la richiede sempre di più.

A lanciare l'allarme è Luigi Odello, Presidente del Centro Studi e Formazione Assaggiatori, l’unità di ricerca in analisi sensoriale più avanzata in Italia.

 

"In una serata di settembre abbiamo chiesto a un panel di 13 assaggiatori esperti di indicarci cosa avevano nel bicchiere - racconta Odello -. Davanti a ogni giudice c’erano 7 campioni  di vino diverso, ai quali dare un nome. Da questo test non ci aspettavamo risposte corrette, dato che, a dispetto dei tanti falsi “prestigiatori” di vino che fingono di riconoscere la denominazione quasi solo guardando  il bicchiere, l’insuccesso, in un’operazione da circo come quella di associare il nome ai vini, è più che prevedibile. Tuttavia - conclude - è molto interessante vedere come sono stati etichettati erroneamente i vini". Dagli assaggi, infatti, risulta che un Nero d’Avola sia stato scambiato per un Sangiovese. Uno Schioppettino dei Colli Orientali del Friuli Doc, per un Chianti. Addirittura una Romio Forlì Igt, per un Valpolicella Riserva.

 

Segno evidente di un'omologazione che avanza.

Secondo Roberto Zironi, Presidente del Corso di laurea in Viticoltura ed Enologia all’Università di Udine, gli scambi di vino non sono il frutto dell'inesperienza o dell'incapacità degli assaggiatori., bensì il risultato di un certo modo di "fare vino", che sta imperversando tra gli enologi, una specie di "dictat" per il quale se il vino non ha un certo profilo, allora non è buono.

 

"Il problema è che per ottenere un certo profilo, si ricorre alla ricetta, a un modo di fare vino che porta a prodotti sensorialmente simili anche partendo da vitigni diversi e da territori diversi, arrivando quasi al "MacWine", a tipicità zero - afferma Zironi - . Anche i più accaniti consumatori del famoso hamburger, non disdegnano, di tanto in tanto, nel piatto qualcosa con maggiore personalità. E così sarebbe bello se i tanti enologi che oggi si orientano verso il vino con la ricetta in mano, riuscissero invece a cogliere la tipicità delle proprie terre, a valorizzare e a caratterizzare maggiormente i vini che queste possono dare".

 

Per maggiori informazioni:

presidenza@assaggiatori.com

 

 

 

 

 

 

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