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Da IL FOGLIO del 21 dicembre 2002

Maccheronica Guida palatale, inservivibile ma preziosa

a cura di Camillo Langone

 

AMBASCIATA

(Via Martiri di Belfiore, 33 – Quistello (Mentova) tel. 0376 619169

 

Romano Tamani è l’unico grande cuoco italiano che parla sempre in dialetto, anche con i clienti, anche con quelli che non sono di Mantova e che difficilmente, dei suoi discorsi, arrivano a capire due parole su dieci. L’Ambasciata è l’unico ristorante italiano con un’idea strepitosa ma non strumentale del lusso, che non serve ad intontire il turista o ad appesantire il conto bensì ad appagare l’amore per l’eccesso dell’eccessivo (anche nel giro di vita) patron. In un paese dell’Olptrepò che gli si darebbero due lire, a pochi metri dall’argine del Secchia, in una casa antica ma tutto sommato modesta si nasconde una grotta di Al’ Babà luccicante di tesori: specchi, tappeti, fiori, cristalli, argenti riscaldati da un’ospitalità cordialissima. I tappeti sono disposti a strati, ricoprono ogni angolo del locale, forse anche la cucina, viene voglia di togliersi le scarpe e nessuno avrebbe nulla da ridire. Sono srotolati con spirito sardanapalesco anche fuori dalla porta, arrivano fino al parcheggio, se le macchine ci passano sopra tanto meglio, sembreranno d’epoca. Francesca, il fratello di Romano, quando sgombra i bicchieri dell’aperitivo li rovescia verso terra, sgocciolando il contenuto sui persiani. Domanda: non si rovinano? Risposta: Anzi il vino bianco ai tappeti fa bene. Dalla grande (in tutti i sensi) carta si estraggono di corsa i tortelli di zucca in crema di zucca e mandorle di pesca, una dolcissima libidine che si pone agli antipodi degli insipidi tortelli emiliani.

Romano è cuoco neogonzaghesco, affascinato dal connubio rinascimentale dolce-salato, perciò bisogna provare la faraona del vicariato di Quistello con uva, arancia, mostarda di mele campanine e semi di melagrana. Uno spettacolo. Poi arriva il fegato d’oca alla frutta, servito con bicchiere (bicchierone) di Sauternes. Fra i molti rimpianti il più pungente è per il raviolo di cacao ripieno con civet di lepre. Un dolce? Giusto un assaggio di petite pàtisserie, fa Antonio. Non l’avesse mai detto, scatta una sontuosa azione coreografica al termine della quale i camerieri hanno saturato ogni centimetro quadrato con dolcetti e dolcioni di ogni fatta. Colpo di scena finale l’arrivo di Francesco con un paiolo pieno di zabaglione caldo, versato col mestolo sui piatti. Si è bevuto sempre il Lambrusco locale, serviti in calici enormi: l’Ambasciata è il primo ristorantissimo dove non ti guardano come un pessente se non bevi barricato. Sono tutti gentili e rilassati, personale e clienti, la figlia Anna “Bluemarine” Molinari nel tavolo a fianco, Antonio Ricci (senza veline) che ti saluta anche se non ti conosce, il cameriere che offre il sigaro, quello che serve la grappa e l’insolito centerbe, perfino quello che porge il conto, più lieve del previsto (sotto i cento euro). Se riuscite a prenotare (c’è la fila), veniteci con una donna lussuriosa.

 

 

 

 

 

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