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Aperto il sipario sulla terza edizione di IDENTITA’ GOLOSE
davanti ad una immensa
platea
Milano 29
gennaio 2007. I grandi cuochi hanno svelato i loro segreti davanti ad una
platea immensa. Migliaia di spettatori, cuochi, esperti del settore e
giornalisti hanno riempito la sala delle Grida di Palazzo Mezzanotte alla Borsa
di Milano.
Comincia
davvero bene il Congresso italiano di cucina
d'Autore, ideato e promosso dal critico de Il Giornale, Paolo Marchi.
Ore 9,30: sipari
aperti e subito serpeggia una voglia di primitivismo: meno accanimenti tecnici
e meno estetica, più gusto e più natura “ripensata”.
Gli enfants terribile
dell’avanguardia sembrano improvvisamente propensi a insospettati ripensamenti:
riflusso oppure nuova consapevolezza?
A sfondare per primo il cratere di palazzo Mezzanotte è
stato il magma creativo di Davide Scabin, vero intellettuale della cucina, molto discusso per il
suo nuovo menu segnato da un’inversione ad U in favore dei “gusti atavici”.
Nulla però è più basico del sale, grado zero del gusto. “Il
sale liquido, volgarmente detto salamoia, consente di rinnovare con un pensiero
di food design l’elemento primario che
sorregge il gusto, per fissare standard qualitativi in un’ottica di
razionalizzazione e industrializzazione. In diverse concentrazioni consente di
salare anche porzioni piccolissime, come quelle in voga nella cucina odierna,
quantificando il numero di spruzzate o il tempo di spruzzatura. Ne prepariamo
3, con il sale nero, a crudo o a cotto. In questo caso il potere si concentra e
consente riduzioni nelle diete iposodiche”.
Il campo di prova si chiama Check Salad, un antipasto
composta di 25 ingredienti in progressione, da servire con le bacchette per
concentrare l’attenzione sui singoli gusti.
Gioca in casa Carlo Cracco, che ha introdotto il suo
intervento con le immagini del libro messo a punto con la ditta Noto-Meldolesi,
per fare il punto su un lustro di Sapori in movimento.
3 i piatti presentati
sul palco, con Matteo Baronetto ai fornelli: la russa caramellata al tartufo,
ormai un classico della casa, ponte iperbolico fra Peck e Cracco-Peck, ma anche
fra alta cucina, pasticceria e gastronomia; le cozze in pasta phillo colorata
al nero di seppia con pomodorini, sulla falsariga delle ostriche che si
mangiano con le conchiglie di Subijana; e per finire un risotto marchesiano
confezionato su una base di Carnaroli classico, con l’aggiunta verso la fine di
riso Venere cotto a parte, profumato con pepe di Sichuan in fiore, zenzero in
polvere della casa e acciughe avvolte in una camicia di agar agar neutra, che
le isola formando una sorta di salsa, in una delicata filigrana di profumi.
Ferran
Adrià è apparso in corso di ripensamenti rispetto alla gincana
gastronomica cui ci aveva abituato: “La scienza e la rivoluzione ci sono sempre
stati, ma la cucina ultimamente si è evoluta troppo in fretta. Il 95% della
cucina del Bulli non è fatto di tecniche spettacolari, ma di accorgimenti mirati”. Due gli
esempi, sull’onda della restyling del pesce ad opera della nouvelle cuisine,
con le sue cotture poco invasive.
I cannolicchi, aperti sottovuoto e impregnati
del loro succo gelificato con la gomma xantana, e il granchio, sbollentato per
un tempo variabile a seconda dei pezzi (1 minuto le chele piccole e 90 secondi
le grandi), pronto per nuove cotture, da accompagnare a corallo avvolto nella
lattuga di mare, impanato e fritto come il cervello. Poi ci sono le alghe,
forse la rivoluzione alle porte, presenti in Galizia in 500 tipologie. Per
terminare una lezione in diretta sulla sferificazione con l’alginato di sodio e
il calcio in tutte le sue varianti, compresi gli aspic caldi e il caviale
d’olio incapsulato con una costosissima apparecchiatura.
L’intervento forse più intenso della mattinata è stato
quello di Massimo
Bottura, uno chef che di anno in anno sposta in alto il suo zenit.
Contro i segni di riflusso circolanti qua e là decise posizioni d’avanguardia,
con tecniche rigenerate da un’attenta riflessione. A mettere l’uditorio sulla
giusta pista la citazione della piramide di Kandinski, che subordina la tecnica
e la materia al pensiero. “Occorre conoscere tutto per dimenticarsi di tutto.
La tradizione è una molla irresistibile: quasi una maledizione”. Tutti
stimolanti i piatti: le aule in carpione fritte con una croccante pastella
montata al sifone, quasi crude all’interno, intelligente esempio di “frittura
di contrasto”; il gioco sulle trasparenze del baccalà mantecato, animato dal
contrasto fra la neutralità monocromatica e l’intensità del gusto, catapultato
nello spazio; la zuppa di pesce con sferici in veste di ravioli tecnologici e
cracker di scarti; il bollito non bollito, con delicate lessature ad hoc e una
salsa verde resuscitata in un’aria di prezzemolo.
Paolo
Lopriore del Canto della Certosa di Maggiano sta esplorando “gli
stati emozionali del gusto: il dolce che ti porta alle stelle, il tabacco sotto
terra”. Sono il punto di partenza dei suoi porcini con toscano e panna,
ispirati alle atmosfere delle trattorie locali. Il primo step è un brodo di
funghi lasciato in infusione col tabacco. Legato con l’agar agar, è il giusto
letto per le lamelle di porcino crudo, le noci, la nepitella e una generosa
nevicata di panna sparsa con uno spruzzatore, per mascherare la vista
concentrando la degustazione.
“Amo mantenere la nettezza dei profumi anche
contro le mode”, spiega. A seguire ravioli ripieni di gelatina di alghe
all’agar agar con ricci crudi, per illuminare le sfaccettature del mare, dal
dolce al sapido, e germogli di semi di finocchio per un tocco balsamico. In
conclusione una rivisitazione della torta di carote composta di burro di
nocciola, per evocare il profumo della pasta frolla, scorza di limone
grattugiata e vaniglia per il suo profumo, sorbetto di centrifugato di carota
nature, germogli di carota e sale grosso, vero cardine del dessert, “per vedere dove va a finire la
freschezza, mentre il tono si alza sempre”.
Esuberante come sempre l’intervento di Ciccio Sultano del Duomo di
Ragusa Ibla, erede legittimo della cucina dei Monsù nella contaminazione
barocca di tradizioni disparate. Dopo su documentario su gesti (e gesta) della
cucina, ha proposto una cernia in mantello di pane casereccio con lattuga, una
spatola con ragusana (ovvero parmigiana al Ragusano) e un pesce spada in crosta
di pistacchi. Preparazioni che recuperano intensi prodotti del territorio e
ricette tipiche (vedi le mollicate), liberandole dalle incrostazioni del
folklore.
“La Sicilia mi ha risucchiato”, sintetizza lo chef. È una cucina a
tutto tondo, che dà tristezza e felicità senza piegarsi alle mode del
minimalismo e della separazione dei sapori, fusi qui in tonalità nuove. In
chiusura un omaggio a De Seta, autore di un documentario antropologico sul rito
della pesca al pesce spada.
Facile per Moreno Cedroni reggere il palco di Identità Golose. Primo perché è un
veterano, secondo perché Federico Quaranta lo introduce al palcoscenico con la
guasconeria dell’amico sincero. La sfida dell’istrione di Senigallia è stata
quella di portare il dolce nel piatto, guanto che si può lanciare solo stimolando
il massimo numero di papille possibili.
Certo il linguale-palatale s’è fatto
flipper quando ha addentato quella semplice tagliatella al ragù di frutti di
mare (con seppia e astice «choccato» tra gli altri) poggiata su un piatto
spalmato alla base da marmellata. Non da meno la seconda provocazione, mossa
dall’idea di movimentare la «banalità» del crudo di pesce amplificandone la
varietà delle consistenze. Quella composizione avvinta da capasanta e sciroppo
di zucchero (acqua e zucchero aromatizzati al lime) è valso come invito alla
gioia alla stregua dell’Inno di Beethoven.
Non pronunciate la parola «mare» a Mauro Uliassi: potreste schiudergli davanti
un mondo che noi dell’urbe appena immaginiamo, trascinandolo in memorie e
sospiri che spesso traduce in idee d’estro immaginifico nel suo avamposto blu,
a un passo dalle onde di Senigallia. Archiviata la sinestesia musicale,
quest’anno ha messo in tavola con la sua brigata un Loacker di fegato di rana
pescatrice e nocciole che è un puzzle in cui tasselli all’apparenza
incompatibili s’incastrano con grazia come il giorno e la notte del tao.
Merito
di quelle cialde, trovate dopo lungo peregrinare, che accolgono senza patemi
fegato (magro) di rana pescatrice, aglio, rosmarino, sale di Maldon e riduzione
di Porto all’aceto di framboise (lamponi). La coppa di testa di pesce,
assemblata con pelle di baccalà (bollita e frullata), ricciola, gamberi e tutto
quel che c’è («non si butta via niente») e speziata con finocchio,
finocchietto, arancio, olive, pistacchi, ovvero quel che dà senso alla «cugina» coppa di maiale, è un appetizer su
cui cala un sipario che vorresti tenere aperto a forza.
Dalla brillante e didattica saggezza di Frédéric Bau, chef
pâtissier, e direttore dell' Ecole du grand chocolat Valrhona, apprendiamo che
occorre distinguere tra «cucina al cioccolato» e «cioccolato in cucina», dove
quest’ultima è una definizione abusata e pressappochista, con varianti tipo
«cucina dolce-salata» che non hanno certo la dignità del primo approccio.
Tre
gli esperimenti di gastro-epistemologia del cioccolato ammiccati ai
megaschermi: Salmone alla scandinava con maionese al cioccolato, emulsione di
due principi che si detestano ma solo all’apparenza; Falso («falso» perché non
ha nulla di soia ma è tutto prodotto con gellificazioni e cristallizzazioni)
tofu al cioccolato con porri e filetto di stoccafisso tiepido in scaglie e Foie
gras al cioccolato. Tutto di sorprendente compatibilità e gusto, riconosciuti
non da premi Nobel della fisica ma «dai miei amici». E dai gemiti d’approvazione
degli astanti in sala. Incluso quello di chi scrive.
L’Ostrica al Cava può ergersi a manifesto dell’idea che da
qualche tempo solletica l’inventiva di Joan Roca, punta di fioretto del terzetto
dei Roca che anima il Celler de Can Roca di Girona: utilizzare il vino non come
orpello affacciato timidamente alla corte di altri ingredienti piglia-tutto, ma
come chiave di volta tolta la quale s’affloscia l’intero castello. Ecco perchè
il Cava, storico spumante catalano, assume la consistenza di salsa senza
perdere la sua identità organolettica (anidride inclusa) e finisce felicemente
poggiato su composta di mele con cumino, curry, buccia di limone candita. Un
bell’osare, niente da dire.
E così quello che dà il la alle
articolazioni/suggestioni delle Cozze al Riesling, del promesso Soufflè caldo
di asparagi con Viognier.
Curiosa e singolare la storia di questo ragazzo che nel suo
Ghiottone di Kyoto, città culla
della tradizione nipponica con la T maiuscola, fa cucina italiana con materie
prime e tecniche giapponesi, tanto che qualcuno parla già di Italian fusion,
appellativo un po’ riduttivo per chi ha imboccato una strada che è solo sua.
Dal campionario di leggerezze esibito ieri ha impressionato i palati lo spiedo
di pesce grongo (simile all’anguilla, «me lo sono portato in valigia dal
Giappone») scaldato su carbone in modo tale da cuocerne il cuore come fosse al
vapore. Ha trovato la morte sua con pasta italiana, accalcata su una
ghiottissima serie di daicon grattugiata e altre mirabili materie prime e
sapori dal Sol Levante.
Il mirabile campionario di Quique Dacosta. «Complimenti a tutti voi perché
la cucina italiana ha dimostrato di essere la migliore del mondo». Comincia
così l’ultimo intervento della giornata, preteso dal funambolo autodidatta d’El
Poblet di Denia, un centinaio di chilometri da Valencia. Che procede con grande
energia a illustrare le 7 creazioni che il suo genio gli ha «dittato dentro»
nel 2006.
Materie prime di grande spessore sono il fulcro attorno a cui fanno
leva fascinazioni di terra e mare tutte particolari. Il Cuba libre di foie
gras, per esempio, è una felice dissociazione di armonie del gusto, con il
regno vegetale a sovraneggiare su tutto. E l’Ostrica Guggenheim, omaggio allo
«splendido museo di Bilbao», è la prova provata, se ce n’era bisogno, che per
Quique Valencia è sì un punto fermo geografico ma non certo un dogma che
impedisce di vedere oltre il proprio naso.
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