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L’
AUTENTICAZIONE IN GASTRONOMIA-CUI BONO EST?
di
Serafino Di Giampaolo
UN
DIBATTITO SUL “MARCHIO DI QUALITA’ PER I RISTORANTI ITALIANI
ALL’ESTERO”
Nelle
scorse settimane INFORMACIBO aveva scritto un breve commento di
riflessione sul “Marchio di qualità dei Ristoranti Italiani
nel Mondo” promosso dal ministero delle Politiche Agricole e ci
ripromettevamo di seguirne gli sviluppi.
Valorizzare
la qualità della ristorazione italiana all’estero è
una cosa importante ma questo Made in Italy acquista valore solo se
fatta bene e con vera professionalità. Non sempre è
così.
E
proprio per tenere bel alto il prestigio gastronomico italiano vanno
affrontati, secondo noi, anche gli aspetti problematici.
Così
abbiamo deciso di aprire sull’argomento un dibattito. Lo inizia un
vero Maestro, Serafino Di Giampaolo, uno chef manager impegnato da
tempo a valorizzare la tradizione culinaria italiana all’estero.
ED
ORA IL DIBATTITO E’ APERTO A TUTTI.
INTERVENTO DI SERAFINO DI GIAMPAOLO
CHI
E’ SERAFINO DI GIAMPAOLO.
Serafino
Di Giampaolo viene dall’ Istituto Professionale di Stato per i
Servizi Alberghieri e della Ristorazione, Commerciali e Turistici
ALFREDO PANZINI di Senigallia (Ancona) che può
considerarsi una delle scuole dell’ ospitalità più
moderne d’ Italia. Serafino ha lavorato come insegnante presso lo
stesso Istituto Panzini per oltre dieci anni introducendo nuove
techniche di lavoro e anticipando alcuni trend estetici di
preparazione del cibo successivamente consolidatisi in altre
istitutzioni educative del settore. Durante il suo periodo presso il
Panzini Serafino ha battuto il guiness dei primati organizzando la
manifestazione della torta più lunga del mondo (1989).
Ha inoltre insegnato in progetti di formazione degli adulti sempre
nel settore gastronomico.
Dopo
l’insegnamento in Italia è cominciato un periodo di stage di
insegnamento nell’ America del sud, in Asia e in Australia. In
seguito, ha trascorso un periodo di cinque anni in Germania dove ha
lavorato come executive chef in posti esclusivi.
Tra
il 1997 e il 1998 ha lavorato per il famoso ristorante Lounge
che nel 1998 è stato eletto dalla stampa tedesca del settore
“The Best Eat and Meet” ristorante in Germania. Tra il 1998 e il
1999 Serafino ha lavorato in qualità di chef executive e
consulente presso la struttura polivalente King Kamehameha di
Francoforte nominato dai giornali tedeschi del settore “The Best
Dinner Music Party” in Germania per l’anno 1999.
Verso
la fine del 1999 Serafino si è trasferito in Australia dove ha
lavorato come insegnate coordinatore in tre progetti finanziati dal
Governo Italiano sulla Cucina Italiana e le sue Implicazioni
Culturali. Nel quadro del terzo progetto chiamato Italian Cuisine
2 ha pubblicato un libro sulla storia dell’emigrazione italiana
in Australia attraverso le foto e le ricette regionali. Serafino ha
pubblicato numerosi articoli sul valore culturale del cibo e della
cultura gastronomica italiana in Italia e all’estero.
Dal
2001 insegna presso l’Istituto William Angliss che può
considerarsi la più prestigiosa scuola dell’ ospitalità
in Australia.
Inoltre
lavora come consulente dell’ ospitalità. In questo ruolo ha
curato l’apertura di strutture moderne a Melbourne e a Brisbane.
Attualmente
è il vice-presidente e segretario generale dell’ Italian
Chefs Forum,(GVCI 2001) la più grande organizzazione di
chef italiani all’estero.
Da
alcuni mesi a questa parte, forse da un annetto, si parla con
insistenza dell’autenticazione di attività gastronomiche
italiane all’estero. L’autenticazione dovrebbe servire ad
introdurre il marchio di qualità dei ristoranti italiani.
Nell’articolo che segue esprimeremo una serie di perplessità
di carattere commerciale, economico e culturale verso
l’autenticazione. Evidenzieremo inoltre i limiti pratici e i
possibili effetti devastanti che essa potrebbe avere sull’attività
gastronomica se non si elaboreranno dei criteri più saggi di
quelli attualmente in voga.
Il contesto
Prima
di tutto bisognerebbe capire quali dovrebbero essere i criteri che
permettono ad un ristorante di ottenere il certificato di autenticità
e dove verrà adottata la misura. Ci sembra di capire che
l’autenticazione, verrà proposta soprattutto per i
ristoranti italiani all’estero. Il motivo di ciò dovrebbe
derivare dalla necessità di garantire al consumatore che il
locale nel quale sta per entrare e consumare del cibo è al
cento per cento italiano. Sarebbe a dire: proprietario italiano,
prodotti italiani e procedure di preparazione che si rifanno alla
cucina italiana regionale e nazionale “codificata”.
La logica degli esperti
Si
suppone che quando si conferiscono certificati professionali siano i
professionisti a farlo. E questo sulla base di conoscenza, esperienza
e abilità commerciale. Ora a me pare che le certificazioni
date in Belgio e Lussemburgo non siano state avvalorate dalla
presenza di esperti. Mettiamo pure che i ristoratori che l’hanno
ricevuta abbiano aderito a dei criteri specifici. Ma chi lo ha
appurato? Quindi è qui che comincia il problema. Quando
prendiamo un diploma o una laurea sono gli insegnati a consegnarla
sulla base di esami e test di settore. Non è possibile fare
altrimenti. Quindi se di certificazione bisogna parlare, facciamolo
secondo la logica degli esperti. Questi esperti deveono comprendere
anche coloro che conoscono il mercato estero e lavorano nella
ventunesima regione d’Italia. In più diciamecelo molto
francamente ci sono migliaia di ristoranti in Italia che non
prenderebbero la certificazione se si applicassero a loro i criteri
che ritengo si debbano applicare a tutti i ristoranti all’estero. E
questo non solo nei luoghi di villeggiatura dove la qualità
offerta al turista è inferiore a quella che gli si offre
all’estero. Quindi che ci si dia il buon esempio e si cominci a
ripulire gli scantinati del settore gastronomico italiano in Italia.
In
ogni caso prima di passare all’azione bisogna vagliare un insieme
di problematiche che possono rivelarsi negative a medio termine e che
vorrei brevemente tracciare qui di seguito.
I rischi
Supponiamo
ora il caso in cui il ristorante che ha ottenuto una targetta (da
appendere alle mura esterne dell’edificio) venga gestito da una
persona di passaporto italiano. Noi riteniamo che la targhetta gli
venga consegnata perchè ha dimostrato di essere un ristoratore
formato negli appositi istituti scolastici e capace di potenziare il
suo sapere. Fin qui tutto bene. È come chi appende il diploma
o la laurea in casa. Ma mettiamo il caso, drammatico, che la
targhetta venga conferita al ristorante. Che cosa succede quando il
proprietario italiano decide di vendere il suo ristorante ad un
esperto di cibo proveniente da mettiamo Marte (per non offendere
nessuno)?. Che succederà in questo caso con la targhetta?
Verrà ritirata? E chi controllerà i passaggi di
proprietà? Ed è giusto interferire in una attività
commerciale in questi termini? È pertanto ovvio che la
targhetta o il marchio di qualità può essere dato solo
alla persona e non al ristorante in sé, perché sarebbe
come dire che, invece di riflettere il diploma del dottore, le
targhette esposte all’esterno degli ambulatori dei medici
andrebbero a riflettere il sapere dell’edificio nel quale il medico
si trova ad esercitare la sua professione.
Aihmé
che problema.
Gli
effetti commerciali ed economici dell’autenticazione
Ma quali sono le strategie che muovono
le menti italiane verso la certificazione? Uno mira alla
certificazione quando vuole evidenziare una specifica identità
di provenienza di qualcosa. Mettiamo il marchio DOCG. Esso garantisce
che il vino è stato fatto in Italia (da italiani?) secondo le
procedure codificate nel tempo. E fin qui va bene. Infatti, si vuole
mantenere il marchio di qualità di un prodotto italiano
proveniente dall’Italia. Mettiamo però ora il caso che
qualcuno voglia offrire lo stesso vino coltivando le stesse viti,
seguendo gli stessi procedimenti di coltivazione e preparazione su
Marte. E mettiamo che ci riesca a creare un buon prodotto oltre a un
mercato oltremodo attivo e produttivo. Si può parlare ancora
di vino italiano? I “certificatori” direbbero senz’altro di no,
perché non è stato creato in Italia. È chiaro
però che non si può vietare, al cittadino di Marte, di
produrre quello specifico vino, sarebbe un intervento antieconomico
e, inoltre, andrebbe contro le regole del mercato libero. Seguendo la
logica della certificazione noi dovremmo invece poter dire che quel
vino è un vino marziano e che se la persona lo vende come vino
italiano compie un reato gastronomico. Però siccome nessuno
può invadere il mondo in questa maniera preferiamo dire che
una persona che fa queste cose non potrà prendere la
certificazione, anche se ha un ristorante dal nome italiano (in tanti
posti oramai sono rimasti solo i nomi), e vende prodotti o la cucina
italiana. Ora, con la certificazione i nostri marziani non potrebbe
più dire di vendere del cibo italiano, a meno che il cibo non
venga dall’Italia. Un intervento così massiccio avrebbe come
effetto la riduzione del numero di attività che offrono cibo
italiano. Inoltre con la certificazione i prezzi dei ristoranti
lieviterebbero sensibilmente. La conseguenza potrebbe essere proprio
quella di perdere dei clienti. Come conseguenza, potrebbe diminuire
l’ affetto e interesse verso i prodotti italiani rispetto a prima.
È pertanto innegabile che gli effetti potrebbero essere come
quelli subiti dalla lingua francese che a forza di proteggerla in
certi posti non si studia più. Oppure come i ristoranti
francesi all’estero: pochi o chiusi. La storia dimostra che la
tutela massicia dell’ identità di cose e nazioni ha sempre
solo creato isolazionismo. Certamente qualcuno potrebbe obiettare che
la perdita di un po’ di clienti non è poi così grave
se porta qualità. Questi signori sembrano dimenticarsi di una
cosa molto importante: che in economia come durante le elezioni
politiche è la quantità che crea il cambiamento.
Inoltre,
insistere sull’esclusività in un settore economico e
commerciale sarebbe come se, quelli di madrelingua inglese,
imponessero a tutti coloro che vogliono parlar
l’
inglese l’obbligo della pronuncia perfetta. Se così avessero
fatto, l’inglese non sarebbe certamente diventata la lingua franca
del ventunesimo secolo.
Effetti
culturali
A
che cosa mira pertanto la certificazione? L’intenzione è
magari anche buona (bisogna rifletterci su ancora un pochetto
comunque), ma il percorso è rischioso. Il pericolo maggiore è
di carattere economico ed è quello di perdere clienti, mercato
e immetterci sulla via della autoselezione al negativo. Ma ci sono
anche delle serie implicazioni storico culturali che non possono
venir rimosse.
È
innegabile che, e solo un pazzo potrebbe avanzare dei dubbi qui, se
la cucina italiana tradizionale esiste all’estero è grazie
al lavoro fatto dagli emigrati e dalle strutture da essi impiantate
in loco. Essi hanno introdotto un certo tipo di codificazione basata
sulle loro conoscenze. È un dato di fatto che certe pratiche
culinarie regionali, che non hanno subito alterazioni, persistono
solo nella cultura d’emigrazione. Gli studi teorici ed emipirici
sugli effetti dell’ emigrazione dimostrano che mentre coloro che
rimangono si ‘evolvono’, coloro che emigrano tendeno a mantenere
intatte le conoscenze che si sono portati appresso. Quindi molti
‘segreti’ culinari si trovano tra gli emigrati italiani che li
hanno tramandati ai loro discendenti. Mentre, strano ma vero, nel
paese di provenineza la tradizione è stata alterata, a volte è
andata irreversibilmente persa. Tant’è vero che il movimento
dello slow-food ha rimesso in sesto alcune fondamenta distrutte dal
tempo. Anche se, bisogna dirlo, l’ha fatto e lo sta facendo per
l’elite visti i prezzi dei prodotti da esso ‘riscoperti’.
Ma
torniamo agli emigrati e alla domanda che hanno creato. Purtroppo
anche qui andiamo incontro a delle situazioni contraddittorie. È
innegabile che gli emigrati abbiano “salvato” alcune tradizioni
culinarie, ma lo hanno fatto in nome del compromesso. L'operatore
scaltro ed intelligente fa meno "fatica" ad accontentare un
cliente che non a spiegargli che "Cosi' non si fa". Quindi
hanno dovuto ‘adattare’ e ‘manipolare’ la loro esperienza al
fine di rispondere positivamente alla richiesta del consumatore in
loco esposto a più offerte culinarie sul mercato etnico e alla
loro (operatori italiani) mancancanza di evoluzione. Infatti, la loro
conoscenza rimane ferma al momento in cui sono emigrati.
Ma
torniamo alla certificazione. I certificatori vogliono ora
andare nei paesi di immigrazione e dire a quelli che hanno mantenuto
in vita il cibo e la cultura italiana regionale per quasi 70 anni che
ora lo possono fare solo se hanno la targhetta appesa all’esterno
del loro ristorante. Ma che cosa gliene frega a questi qua della
targhetta? Hanno creato un impero senza i targhettari figuriamoci se
li vanno ad ascoltare proprio ora. È facile fare i poliziotti
quando sono stati gli altri a crearti l’ordine costitutito.
Che
fare allora?
Bisogna
tornare alla base. E come? Usando l’educazione scolastica perché
non si può imporre una cultura, ma la si può solo
creare (un po’ come facevano i Romani che sicuramente avrebbero
riso dei poveri certificatori del ventunesimo secolo e dei loro
confini culturali). La cultura, la si può creare attraverso
l’insegnamento e la formazione di operatori del settore che
conoscono i prodotti italiani e li sanno piazzare con successo
all’estero. Inoltre, bisogna che i produttori si rimbocchino le
maniche e comincino a lavorare e promuovere seriamente. Il mercato
non è come un pezzo di formaggio. Uno se lo deve conquistare.
E visto quanto esso sia malleabile e aperto a chi ha idee e
imprenditorialità (globalizzazione) va a finire che tanti
prodotti buoni ed essenziali si trovano ora un po’ ovunque.
Chi
è quindi che spinge per l’isolazionismo? Ovviamente chi non
è del mestiere e pensa che una targhetta possa creare qualità.
Anche i produttori che sono pigri e non vogliono investire in nuove
strategie di marketing e di piazzamento di prodotti. È troppo
comodo mandare in giro dei poveri certificatori sperando di
conquistarsi così il mercato. Ma in che mondo vivono questi
disperati? Non hanno letto Machiavelli questi signori produttori? Non
sanno che la parte più difficle non è quella della
conquista, ma bensì quella del mantenimento del principato
ovvero del mercato? Suvvia smettiamola di fare i fantasmi del
passato. È ora di applicare la logica dell’esperto. E quale
migliore esperto se non l’operatore che conosce molto bene il
prodotto e le pratiche di preparazione del cibo italiano ed il
mercato sul quale si vuole piazzare un’egemonia?
Serafino
Di Giampaolo
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