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Con
i ristoratori dell'Uir a Bergeggi per presentare
Happy
Birthday Italia
Reportage-racconto
di Bartolo Ciccardini,
Presidente
di Ciao Italia
Bergeggi
giugno 2011.
Bergeggi
è un pezzo d’Italia arrampicato su alte scogliere che si levano a
sovrastare il mare nella Liguria di Ponente. Pochi chilometri
addietro c’è già un’altra Italia: l’Italia delle Langhe, dei
tartufi, del vino.
Ci
viene a prendere all’aeroporto di Genova Donato Troiano, che è un
giornalista classico, come non se ne trovano più nei nostri
quotidiani. I giornalisti dei quotidiani lavorano sulle agenzie e
riportano tutti le stesse notizie, scrivendo perfino gli stessi
titoli. Donato, invece, si è inventato un giornale di notizie che
non si leggono nei quotidiani. Il giornale si chiama Informacibo
e parla di un’Italia che funziona: l’Italia del
territorio.
Mentre
la nostra organizzazione politica sembra inceppata in una polemica
surreale, aggressiva e mediocre, l’Italia vera vive in tutt’altro
modo: c’è un risveglio della nazione profonda che si chiama
territorio,
dove ci sono iniziative, sagre paesane, festival, premi,
rievocazioni, feste laiche e feste patronali, spettacoli, bande,
concerti, premi letterari, letture di libri. E, soprattutto,
prodotti.
I
prodotti del territorio
dilagano, si perfezionano, si approfondiscono, vengono mostrati con
orgoglio, suscitano curiosità ed entusiasmo, ricordano radici
storiche, vecchi modi di vivere, usanze perdute e si propongono come
protagonisti di un’eccellenza, di una qualità, di una piacevolezza
e di una felicità che piace a tutto il mondo.
Donato
Troiano ha inventato un giornale del territorio, delle sue fiere, dei
suoi prodotti e lo ha chiamato
Informacibo.
Se volete le notizie vere dell’Italia che sopravvive a se stessa
abbonatevi a
Informacibo
(www.informacibo.it).
Informacibo
ha lanciato in questo mondo alternativo del territorio
l’Happy
Birthday Italia,
che è il nostro 150°Anniversario dell’Unità, tradotto in
inglese, celebrato dai ristoranti italiani che vivono fuori dei
confini. E questa sera con Donato andiamo a presentare il libro Happy
Birthday Italia
in un ristorante italiano dove si svolge la festa annuale della UIR.
Cosa
è la UIR? E’ l’Unione Italiana dei Ristoranti, una piccola
grande associazione che va controcorrente. Non pretende di riunire
tutta la ristorazione italiana, ma vuole rispecchiare l’avventura
di quei ristoranti che vogliono collegare la tradizione con
l’innovazione. Ha l’ambizione, leggo nella sua presentazione, “di
unire i Ristoranti dove l’arte della cucina, della cantina e della
tavola, sono nobilitate dall’arte figurativa”.
Il loro emblema è un disegno moderno astratto, dai molti colori che
sublima nell’arte il piccolo strumento della forchetta.
La
UIR ha una rivista mensile “Sapori & Piaceri”, che è una
testata di cultura enogastronomica di quelli che credono nei piaceri
della vita. (Il suo contrario sarebbe dissapori
e dispiaceri).
Savino
Vurchio, Direttore UIR, ha voluto dedicare questa giornata ai 150
anni dell’Unità d’Italia e lo ha fatto in una maniera originale
con la presentazione del libro che Informacibo e Ciao Italia hanno
editato per l’Happy
Birthday Italia.
Dice
Vurchio: “Non
possiamo che sostenere con tutte le nostre forze una iniziativa che
vuole cementare ancora di più l’identità dei ristoranti italiani
nel mondo che non solo hanno il grande merito di essere i promotori
della nostra cucina, ma grazie al loro coraggio ed alla loro forza
imprenditoriale hanno costituito e costituiscono l’affermazione del
made in
Italy”.
Un
poco intimiditi da questa presentazione ci mettiamo sulla via per
raggiungere Bergeggi. Ci perdiamo due o tre volte negli svincoli e
nelle sopraelevate che da Genova si dirigono verso tutte le parti
d’Italia aggomitolandosi in uno spazio angusto, ma finalmente
troviamo l’antichissima Via Aurelia e giungiamo a Bergeggi.
Ci
arrampichiamo per una strada con mille tornanti e saliamo in un
piccolo albergo che sta appollaiato sopra una scogliera ripida, di
fronte ad un golfo delimitato da due alte montagne, dove sono
annidati piccoli borghi, castelli, antichi conventi, come falchi
liguri in attesa di lanciarsi sulla preda. Ci domandiamo come sarà
possibile fare un evento gastronomico in un posto così bello, ma
così arduo e sospeso in aria? Il mare appare altissimo all’orizzonte
e si può vedere con molta chiarezza la linea di rotondità della
terra.
Ci
perdiamo di nuovo nei tornanti, ma finalmente arriviamo alla nostra
meta. In un anfratto della scogliera, in una vecchia cava hanno
aperto uno spazio abbastanza grande, maestoso per le rupi che lo
circondano, accogliente come un piccolo porto, dove è stato fondato
un Ristorante che, appunto, si chiama La
Kava.
Non è un Ristorante, ma un vero e proprio villaggio. È abbastanza
grande da contenere una strada che non va in nessun luogo, ma appare
la più naturale allocazione per il posteggio. Ma al centro della
cava ci sono elementi architettonici assemblati attorno ad una grande
piscina: ambienti diversi, separati fra di loro, ma uniti da un abile
disegno. Attorno alla piscina ci sono tre spazi con un grande bar;
poi, ad un piano elevato, una terrazza che fa da ristorante; in un
atro angolo una pizzeria e poi una brasserie; e poi, più in alto, un
altro locale classico. In pratica un grande
habitat
contenuto in una conchiglia, colorato e luminoso, nella serata senza
tramonto. Siamo a ponente: ci troviamo al di sotto di una catena alta
e scoscesa, dove il sole tramonta presto. La luce del tramonto è
ancora forte sul mare, ma l’ombra già nasconde la spiaggia e La
Kava incomincia a brillare.
Ci
viene incontro il simpatico autore di questa porto “escondido”
di pirati e subito ci ricordiamo che il Corsaro Nero è nato qui.
Conosciamo Nicola Batavia, che ha un nome da corsaro. Il giovane ed
altissimo direttore della UIR mi presenta Batavia in un modo
provocatorio: “E’
uno chef italiano che ha rifiutato la stella Michelin, perché non
vuole assoggettarsi alle regole presuntuose e supponenti di quella
classifica”.
La presentazione stimola la mia curiosità. Sono stato uno che ha
sempre criticato il fatto di assoggettare la cucina italiana al metro
ed ai giudizi costruiti sulla cucina francese. La cucina francese è
grande e rispettabile, ma ha le sue regole. La cucina italiana è
diversa: altrettanto grande, ma con tecniche, prodotti, storie,
sapori, diversi. Pretendere di usare il palato francese e la
padronanza delle tecniche francesi per fare una classifica di
italiani è una tipica follia “alla francese”. Più semplicemente
si tratta di un tentativo di colonizzazione, fatto di orgoglio e di
supponenza, a cui è naturale ribellarsi. Trovo che un ristoratore
che rifiuti di essere classificato in questa maniera e che non abbia
ceduto per vanità, come fanno tanti, sia una persona da osservare
meglio.
Batavia
mi dice che viene da Taipè, dove ha impostato un programma. Domani
partirà per Londra, per impostare il programma di un nuovo
ristorante. E’ Casa
Batavia, al
135 di Kensington Church Street. (Mi accorgo che è a cento metri da
dove abita mia figlia. Così è piccolo il mondo!).
Ma
non è uno chef peregrinante, che fa il maestro in manifestazioni
gastronomiche in tutto il mondo. Batavia ha i piedi per terra, ben
collegati con la sua radice e dice che il suo programma principale è
il ristorante di Torino, da cui è partito: si tratta del famoso
ristorante storico torinese chiamato
Birichin.
E mi spiega questa sua filosofia: egli non vuole esportare un nome e
dei menù. Lui passa la maggior parte del suo tempo, sette o otto
mesi, a Torino; imposta il suo programma e poi lo condivide con
iniziative che sorgono in diversi continenti, per ricominciare da
capo l’anno successivo. Quello che esporta Batavia non è fatto da
ricette, ma è una filosofia, un metodo ed un modo di cucinare
italiano che si aggiorna ogni anno.
È
chiaro il tentativo di collegare la tradizione di un territorio con
l’innovazione, fatta di proposte che vanno sperimentate ed
illustrate. Non solo questo metodo mi piace, ma ci vedo una
prospettiva molto promettente per il destino della cucina italiana.
Io
sento che la cucina italiana è in un momento di crisi, o se la
parola crisi ci fa paura, diciamo in un momento di transizione. Per
esempio Ciao
Italia
è nata quando la cucina italiana doveva difendere la sua identità
italiana. Allora la formula era una sintesi di patriottismo, e quindi
di orgoglio nazionale, e di qualità codificata (fatta di prodotti
italiani genuini cucinati secondo regole classiche). Allora la grande
preoccupazione di tutti i ristoratori era quella di avere un codice
della cucina italiana,
per difendersi dalle mutazioni che erano avvenute durante le
emigrazioni degli italiani, a causa dei prodotti che non si trovavano
e, soprattutto, a causa della necessità di adeguarsi alle condizioni
ambientali. Quindi Ciao
Italia
fu uno scatto orgoglioso per rivendicare la qualità italiana e la
codificazione italiana della cucina genuina.
Questo
periodo è finito. La cucina italiana è diventata la prima nel
mondo. Ha subito l’influenza della nuova cucina internazionale, ha
reagito con una capacità di innovazione, è passata dai ristoranti
classici ai ristoranti delle grandi individualità degli chefs. Forse
l’omaggio che la ristorazione italiana all’estero ha dedicato
all’Unità d’Italia con l’Happy
Birthday Italia
è l’ultimo atto di una venerazione patriottica della “ricetta
classica italiana”. Forse il primato italiano del futuro sarà
difeso dalla capacità di presentare dinamicamente, con modi
innovativi, senza pregiudizi, l’altissima qualità dei prodotti
italiani, riscoprendone anzi dei nuovi, nel grande tesoro del nostro
territorio. Del resto, anche nell’arte è classico
ciò
che si riesce a tramandare nel futuro.
Questo
Batavia mi piace: potrebbe essere un rappresentante della generazione
nuova, anche perché sa esprimersi e sa farsi capire. La cena che ci
ha preparato, con diversi chef invitati, è un saggio espositivo di
queste qualità: vedo (e
purtroppo soltanto vedo!)
forme nuove di vecchi sapori.
Posso
permettermi soltanto due assaggi che sono a cavallo fra vecchio e
nuovo: un piatto di trofie al pesto che, in un attimo, cancellano
tutti i pesti che mi era capitato mai di incontrare, ed un risotto
completamente nuovo, con un mix di formaggi e di sapori dolci,
insoliti, ma assimilati così bene che a me sembrava antichissimo.
Un
personaggio televisivo alla moda mi corre dietro per intervistarmi.
Come tutti i personaggi televisivi (perfino
quel chiacchierino di Signorini pensa di fare il saputello
gastronomico!),
anche il mio intervistatore crede di farmi dire quello che lui pensa
sulla cucina. Da colleghi di giornalismo e di televisione ci capiamo
subito. Gli dico: “Tu fai le domande che ti pare. Io ti do le
risposte che mi pare”. E l’intervista va benissimo, con grande
divertimento suo e mio.
A
questo punto mi raggiunge il giovane Micara. Lavora anche lui in
questo tempio della ristorazione italiana. Insieme ricordiamo suo
padre, il grande Micara che aveva un ristorante a Fontanafredda, dei
Castelli romani, che per primo riportò all’onore una vecchia
tradizione giudeo-romana: pasta e fagioli con le cozze e pasta e ceci
con le arzille. Lo avevo rivisto a Los Angeles. Mi fa assaggiare una
sua invenzione, molto romana anche questa, una sorta di grattachecca
all’anguria, con crema e mentuccia, tenerissima (e chiedo scusa per
il nome popolaresco, grattachecca,
che gli ho dato, senza ricordarmi il sofisticato nome che gli aveva
dato l’autore).
A
notte alta ci riporta a Genova il buon Isola, Presidente UIR, che mi
parla di sé e del suo ristorante La
Pineta.
In realtà, a tenere alta la conversazione è la Signora Rosanna, che
del ristorante deve essere la reggitrice indiscussa.
È
una bella storia familiare. Il ristorante si trova sulle colline, a 7
km dal centro di Genova, abbastanza vicino per essere un ristorante
genovese, ma abbastanza lontano per essere immerso nel verde e nel
silenzio. La conduzione è strettamente familiare: dalla nonna che
ancora fa le paste, al titolare che va al mercato, al cognato che
regge le cucine, alla Signora Rosanna che presiede. “Il
Ristorante è così connesso alla famiglia (mi confida Gianfranco
Isola) che quando qualcuno di noi manca per qualche sua ragione i
nostri clienti si preoccupano e ci domandano: “Che cosa è
successo?”.
E qui si scopre l’orgoglio di un ristoratore che ha fatto del suo
ristorante una famiglia allargata ai suoi clienti.
Anche
lui, come tutti gli imprenditori italiani, si lamenta delle
vessazioni e delle incompetenze di un paese arcaico come il nostro. E
mi fa molto divertire quando mi racconta la tragedia della
auto-fatturazione! Naturalmente la famiglia mangia al ristorante,
secondo gli orari della brigata, ossia nelle ore in cui non ci sono i
clienti. Ma se non fatturano quello che mangiano, sono evasori
fiscali e possono vedersi il locale ipotecato dalle multe. Sono in
una continua guerra per una procedura che non è stata mai fissata,
facendosi l’autofatturazione in base agli studi di settore, che
però non prevedono le famiglie. Le autofatture se vanno bene ad un
finanziere, possono non andar bene ad un altro e qui nascono
discussioni a non finire. I signori Isola dovrebbero andare a
mangiare a casa loro durante la loro giornata di lavoro. (O forse
potrebbero portarsi la valigetta che si portavano i muratori e
mangiarsi la pagnottella imbottita fuori dal ristorante, in giardino.
In questo caso non sarebbero obbligati all’auto fatturazione o
no?). La Signora Rosanna non era allegra nel raccontarmelo, ma io non
potevo trattenermi dal ridere. Anche questo fa parte del nostro 150°.
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