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Da MARK UP
numero 187 Aprile 2010
Intervista esclusiva a Carlo Sangalli
Per il presidente della Confcommercio
la crisi è temporanea e porterà a nuovi scenari. Verso la società
della conoscenza con una qualità dei servizi alta
Carlo
Sangalli è stato rieletto per
acclamazione al secondo mandato come presidente di Confcommercio.
All'ingresso del suo studio ecco le maglie originali, autografate, di
Paolo Maldini e di Andrij Shevchenko. Riportiamo questo particolare
perché, se volete intavolare una discussione sensata con Sangalli,
chissà, Maldini vi potrà agevolare… Se avete poi coraggio,
tenacia e tempo, potete anche tentare una (una sola sia chiaro!)
digressione sulla politica pre-1992, quando Sangalli era deputato per
la Democrazia Cristiana. Digressioni a parte, ormai Sangalli
rappresenta la chiave di volta per parlare dell'evoluzione del
terziario e del commercio in particolare, ma anche delle città, dei
loro centri storici, dei distretti commerciali, del federalismo
commerciale. Cominciamo però dai temi più macro e, soprattutto,
dalla crisi.
Presidente, la
crisi economica sta assumendo nuove forme: è utile fare qualche
considerazione e qualche previsione di medio periodo. Qual è il
ruolo del commercio e più in generale dei servizi in una società
post crisi? Il processo di
terziarizzazione è un fenomeno di lungo periodo che accomuna tutte
le società economicamente avanzate, in considerazione di una domanda
da parte dei cittadini volta non più a rispondere al solo
soddisfacimento dei bisogni legati al possesso di beni materiali ma
anche a quelli immateriali. La crisi di cui soffrono in questo
momento i settori del terziario è da considerarsi temporanea e non
ha le stesse caratteristiche di quella industriale. L'industria
italiana, in particolare, risente del trasferimento di molte
produzioni in paesi dove il fattore lavoro è più conveniente e
della concorrenza di imprese e imprenditori che, sfruttando il know
how già acquisito, soprattutto nella produzione di beni più
tradizionali, possono porre sul mercato prodotti a minor prezzo e di
conseguenza più concorrenziali. I servizi si evolveranno in una
società della conoscenza dove le competenze diventano un elemento
sempre più importante, anche in un settore come quello commerciale
dove l'accentuata concorrenza porta alla necessità di migliorare la
qualità del servizio reso.
Come
costruire, allora, valore aggiunto economico e sociale in un prossimo
futuro? Come detto, nelle
società più avanzate il valore aggiunto della conoscenza avrà in
futuro sempre più importanza. Pensiamo alla progettazione, alla
ricerca, anche in campo industriale, che potrà e dovrà essere
svincolata dai luoghi di produzione fisica del prodotto. In
quest'ottica diventa fondamentale il ruolo svolto dai servizi e dalle
componenti immateriali nel garantire il benessere dei cittadini
adeguandosi alle mutate esigenze.
Esiste
e, soprattutto, potrà resistere, se c'è, un capitalismo commerciale
come lo ha definito qualche tempo fa Vittorio Merloni? Dopo
essere passati per fasi caratterizzate da una economia dominata dal
capitale terriero prima e industriale poi, è naturale che si viva
anche un periodo di capitalismo commerciale basato sulla gestione dei
flussi e meno vincolato a uno specifico territorio, soprattutto
nell'era della globalizzazione. D'altra parte non bisogna dimenticare
che ciò che viene tradizionalmente indicato come “capitalismo
commerciale” ha caratterizzato la fase di passaggio dal Medioevo al
Rinascimento favorendo anche la rinascita culturale dell'Europa.
Entriamo nel vivo
dell'andamento del commercio: qual è il saldo aperture-chiusure
registrato nel 2009? Il
contesto economico recessivo e la riduzione della domanda di beni da
parte delle famiglie, hanno avuto, ovviamente, effetti negativi sulla
dinamica imprenditoriale del commercio, accentuando il processo di
selezione che investe da tempo le Pmi dei servizi in generale e del
commercio in particolare. Negli ultimi anni si sta passando dalla
dimensione naturale del processo di selezione a una dimensione
patologica. Siamo in presenza, infatti, di una grave recrudescenza
del fenomeno delle cessazioni d'impresa le quali, da qualche anno
ormai, sopravanzano le nuove iscrizioni. Il bilancio 2009 del
commercio si è chiuso con un saldo negativo di oltre 28.000 unità
(85.743 iscrizioni contro 114.016 cessazioni); il saldo negativo del
solo commercio al dettaglio è stato di oltre 16.000 imprese.
Quali
potranno essere, allora, i trend del 2010?
Tenendo conto che per il 2010 i consumi presentano un profilo di
ripresa lento e piuttosto esiguo, il commercio dovrà fare fronte,
almeno per un altro anno, a gravi difficoltà con ripercussioni sullo
sviluppo della rete di vendita sia dell'ingrosso sia del dettaglio.
Queste dinamiche risentono anche di un processo di lungo periodo che
ha visto l'area del consumo che attiene alle scelte dei consumatori e
alle loro preferenze ridursi sensibilmente a vantaggio delle spese
obbligate. Se nel 1970 le quote di queste due componenti erano 77% e
23%, nel 2008 la quota di consumi non vincolati è scesa al 61%. In
questo ambito si è peraltro ulteriormente ridotta la quota relativa
ai soli beni, poco più del 40% del totale della spesa delle
famiglie.
Il commercio e i
servizi si stanno organizzando per distretti commerciali, primo caso
su tutti la Lombardia: quali sono i vantaggi e le problematiche che
Carlo Sangalli vede? E soprattutto il modello Lombardia è
estendibile? I distretti
urbani del commercio rappresentano strumenti di condivisa gestione
pubblico/privata per l'aggregazione di imprese diffuse in uno
specifico contesto urbano, che da esse viene animato e valorizzato
con promozioni, eventi e anche attraverso l'organizzazione di servizi
comuni di carattere pubblicistico. La costituzione di questi
territori, che necessitano di una sinergia molto stretta di
esperienze diverse, può essere lo strumento fondamentale per uno
sviluppo integrato tra il commercio e le realtà urbane.
L'innovazione del commercio di forme e linguaggi attraverso il
design, le tecnologie e l'innovazione può far sì che questo
rappresenti nei diversi contesti urbani un fattore di aggregazione
capace di attivare non solo dinamiche economiche, ma anche sociali e
culturali. Agire nella logica delle aree integrate del consumo può
favorire un'efficace promozione del territorio e delle attività
economiche presenti, può creare sinergie tra i diversi soggetti
della distribuzione commerciale (esercizi di vicinato e media/grande
distribuzione). Auspico davvero che l'esempio del modello Lombardia
sia studiato con attenzione.
Le
aperture domenicali avvengono con diverse contrarietà: molti
vorrebbero la de-regolamentazione, altri una legislazione più
accorta, altri ancora parlano di possibilità di contenimento in
alcune zone a seconda delle categorie rappresentate. Il risultato è
un'Italia a macchia di leopardo con chiazze più o meno grandi. Il
suo parere qual è? Negli anni
più recenti il commercio ha vissuto una fase di profonda
trasformazione, conseguenza anche della liberalizzazione avviata nel
'98. Se la scelta di affidare ai territori alcune decisioni, con il
passaggio da una “regolamentazione centrale” a un “federalismo
commerciale”, ha prodotto situazioni variegate sul territorio, in
termini di insediamenti della grande distribuzione e di aperture
domenicali, è anche vero che le scelte sono state guidate dalla
necessità di rispettare le diverse caratteristiche locali cercando
di mantenere un difficile equilibrio tra le necessità delle imprese,
dei lavoratori e dei cittadini.
E
se tornassimo a una legge quadro nazionale?
Tornare indietro riportando alcune decisioni a livello centrale
rischia di introdurre elementi conflittuali in una fase difficile per
il sistema economico anche se in talune circostanze una maggiore
chiarezza a livello centrale aiuterebbe. Due esempi: il turismo e la
regolamentazione dei saldi. La necessità avvertita dal mondo delle
imprese è, invece, quella di una normazione che possa creare nuovi
percorsi di politica distributiva e amministrativa per governare i
processi di trasformazione del sistema e non ostacolarli, creando le
condizioni per superare la contrapposizione tra i vari luoghi
dell'offerta, potenziali ed esistenti, tra mercato concorrenziale e
pianificazione urbanistica e territoriale, tra grandi e piccoli
imprenditori.
Arriviamo
alla desertificazione dei centri storici. Da dove può passare la
loro riqualificazione tenendo conto del ruolo del quartiere e del
centro storico stretto? Come potranno essere articolate le città e i
centri storici in futuro? Le
città stanno assumendo in tutto il mondo un ruolo sempre più
centrale all'interno dei sistemi economici, trasformandosi sempre di
più in luoghi di produzione di ricchezza, soprattutto terziaria.
Questo fenomeno assume nel nostro paese alcune specificità legate
alla diffusa presenza sul territorio di piccole e medie realtà
urbane con un loro vissuto e una loro storia. Se le città
amministrative, i comuni e i piccoli centri, tendono a una riduzione
della popolazione, sono le città economiche, spesso insiemi di più
aggregati urbani storicamente diversi tra loro, a crescere
determinando nuovi bisogni nei cittadini. Si va in sostanza
affermando la “città fluida” come sistema produttivo esteso
basato sulla conoscenza. Questa realtà che si fonde con i processi
di invecchiamento della popolazione, con la parcellizzazione delle
famiglie e con i fenomeni migratori non può non impattare con le
scelte della distribuzione. Distribuzione che oggi è quasi
anacronistico dividere tra tradizionale e moderna, ma che più
realisticamente andrebbe segmentata in piccole e grandi superfici
moderne accomunate dalla quantità sempre crescente di servizio
inglobata nella produzione.
Come
ripensare, allora, la città concettualmente e pragmaticamente? È
necessario ripensarla in base alle mutate esigenze dei cittadini per
offrire un modello distributivo che oggi più che mai richiede per
ben funzionare, una competizione a parità di regole. Trasformazioni
e potenzialità di questo modello possono essere accompagnate e
incentivate, per esempio, con un migliore coordinamento delle
competenze nell'ambito del “federalismo commerciale”, con il
riconoscimento e la promozione del valore della qualificazione
professionale, con una piena integrazione tra urbanistica generale e
urbanistica commerciale. Innovazione tecnologica e più efficienti
relazioni di filiera consentirebbero, inoltre, importanti incrementi
di produttività nel commercio, con conseguenti benfici sui prezzi
praticati ai consumatori finali. Basti pensare, al riguardo, a quanto
potrebbe essere concretamente fatto per la modernizzazione della
filiera agro-alimentare. A condizione che, magari sulla scorta di
fantasiose ricostruzioni della catena del valore, non si coltivi
l'idea neo-bucolica dei “mercatini degli agricoltori” e,
comunque, il dumping delle vendite dirette dei produttori agricoli.
Legalità, mafia e
infiltrazioni nel tessuto commerciale e terziario. Confindustria, dal
canto suo, ha preso posizione con i suoi associati con un patto di
pochi punti ma chiaro e esauriente. Confcommercio cosa sta
facendo? La tutela della
sicurezza e della legalità è un impegno che va rinnovato giorno per
giorno da parte di tutti i soggetti coinvolti - governo, istituzioni,
forze dell'ordine, associazioni di categoria - ciascuno dei quali,
tenendo conto di ruolo e competenze, deve fare la propria parte e in
questo senso noi non ci stiamo risparmiando. Già da tempo, infatti -
e prima ancora di Confindustria - stiamo incoraggiando gli
imprenditori a denunciare i propri estorsori, a uscire dalla
reticenza e dal silenzio offendo in cambio anche il nostro sostegno e
il nostro supporto legale. E ci stiamo costituendo come parte civile
nei processi di mafia. Ma, più in generale, la priorità è quella
di prevenire e contrastare tutti i fenomeni criminali che continuano
a produrre distorsioni alla concorrenza, indeboliscono il tessuto
imprenditoriale, riducono la libertà di impresa e impediscono la
realizzazione di una compiuta democrazia economica. Perché sicurezza
e legalità sono il pre-requisito di una economia sana e senza di
esse non ci può essere né crescita né sviluppo.
Qualche
numero? Il primo, è che sono
sempre di più le imprese costrette a investire in sicurezza e quasi
una su quattro impiega più del 5% dei propri ricavi per proteggersi
dagli episodi di criminalità; il secondo, che solo nel Mezzogiorno
ogni anno furti, rapine, usura, pizzo, contraffazione e abusivismo
costano a ciascuna impresa mediamente 5.400 euro per un totale di
circa 3 miliardi e mezzo di euro. È, dunque, necessario ripensare a
una nuova e più forte cultura della legalità che imponga a tutti un
supplemento di responsabilità perché ognuno di noi merita di vivere
in uno Stato di diritto e in uno Stato sociale compiuti, senza zone
d'ombra.
Chi
è Carlo Sangalli È
nato il 31 agosto 1937 a Porlezza (Co). È un imprenditore
commerciale ed è laureato in giurisprudenza. Dal 3 aprile 1995 è
presidente dell'Unione del Commercio del Turismo dei Servizi e delle
Professioni della provincia di Milano. Dal 1996 è presidente
dell'Unione Regionale Lombarda del Commercio, del Turismo e dei
Servizi. Dal 1° agosto 1997 è presidente della Camera di Commercio
Industria Artigianato e Agricoltura di Milano. Dal 12 luglio 2000 al
13 giugno 2006 è stato presidente di Unioncamere - Unione delle
Camere di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura. Dal 2004 al
2009 è stato vice presidente di Fiera Milano S.p.A. Dal 2010 è
vice presidente della Fondazione Fiera Milano. È stato deputato
nelle liste della Dc dal 1968 al 1992. Il 10 febbraio 2006 è stato
eletto presidente di Confcommercio e alla scadenza, il 4 marzo 2010,
è stato rieletto, per acclamazione, fino al 2015.
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