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Presentato a Roma il Rapporto
Evoluzione
del Commercio con l’estero
L'VIII rapporto è suddiviso
per aree e settori e realizzato da ICE e Prometeia
Contiene le opportunita' per le imprese
italiane
sui mercati esteri nel biennio 2010-2011
Roma 25 febbraio 2010.
È stato presentato ieri a Roma “Le opportunità per le imprese
italiane sui mercati esteri nel biennio 2010-2011”, VIII Rapporto
Evoluzione del Commercio con l’estero per aree e settori,
realizzato da ICE-Istituto nazionale per il Commercio Estero, e
Prometeia.
La
conferenza stampa di presentazione è stata tenuta dal Ministro dello
Sviluppo Economico, Claudio
Scajola,
e dal Presidente dell'Istituto nazionale per il Commercio Estero
(ICE), Umberto
Vattani,
presso la sede dell'ICE a Roma.
Da quanto si evince dal
rapporto, la crisi che ha colpito il commercio mondiale a partire
dagli ultimi mesi del 2008 non trova precedenti nella storia
economica recente, tanto per l’entità del crollo degli scambi,
quanto per l’ampia diffusione e la velocità con cui si è
realizzata.
Per il 2009 si stima una contrazione complessiva del
commercio mondiale del 16,6% in euro correnti, a seguito di una
riduzione del 14,3% delle quantità scambiate e di un calo del 2,3%
dei loro prezzi medi. A livello geografico, particolarmente colpite
risultano le aree dell’Europa Centro Orientale e il NAFTA,
epicentro della crisi, mentre tutto l’emisfero australe e i Paesi
della sponda meridionale del Mediterraneo e del Golfo hanno mostrato
(migliori) segnali di tenuta, grazie alla loro minor integrazione
economica con i processi produttivi su scala mondiale. Analoghe
considerazioni possono essere svolte relativamente ai settori: i
comparti meno internazionalizzati, tra cui quelli del Made in Italy
tradizionale, hanno evidenziato flessioni meno intense rispetto a
quelle dei beni strumentali (in particolare i mezzi di trasporto) e
intermedi.
Da circa un
semestre gran parte del commercio mondiale sta mostrando una ripresa
che, per l’entità piuttosto modesta (si prevede che non supererà
il 6% annuo a prezzi costanti nel biennio 2010-2011), non sembra in
grado di comare velocemente il gap rispetto ai valori di picco
raggiunti nei mesi immediatamente precendenti la crisi. Un altro
elemento che sta caratterizzando la fase di recupero,
differenziandola profondamente da quella riflessiva, è la sua minor
omogeneità. Vi sono molteplici fattori che stanno contribuendo a
determinare un diseguale ritorno alla normalità nei vari Paesi,
alcuni di breve periodo, quali le politiche di stimolo all’economia
e il ciclo delle scorte, altri più strutturali, come la
specializzazione settoriale, la dipendenza da specifici mercati
geografici, la capacità di sostegno del sistema finanziario
dell’attività delle imprese manifatturiere e il grado di
internazionalizzazione di queste ultime.
Per quanto
riguarda l’Italia, per il prossimo biennio si prevede una crescita
delle esportazioni del 3% l’anno in quantità. A consuntivo 2009,
la quota dell’Italia sul commercio mondiale di manufatti dovrebbe
essere passata dal 4,7% del 2008 al 4,5%, con una performance
migliore di quella della Germania, per la quale si stima una perdita
di oltre mezzo punto di quota. Con la rilevante eccezione
dell’alimentare, le imprese italiane che hanno mostrato le maggiori
difficoltà sono quelle dei settori tradizionale del Made in Italy.
La domanda di questi bene, infatti, si è contratta in misura più
ampia nei tradizionali mercati di specializzazione dell’Italia e in
alcuni di quelli che negli ultimi anni avevano fornito un’alternativa
allo sbocco delle merci (Russia in primis). La sfavorevole
congiuntura avrebbe penalizzato maggiormente l’offerta delle
imprese italiane, colpendo prevalentemente la capacità di spesa dei
ceti medi, i cui acquisti sarebbero stati rimandati o soddisfatti da
beni di minor prezzo e quindi di minor qualità. Da sottolineare
relativamente a questo punto la migliore tenuta delle produzioni
francesi e tedesche, soprattutto sui mercati europei, grazie al
controllo delle reti distributive anche nelle fasi di recessione
della domanda. Per l’Italia, meglio hanno fatto i settori dei mezzi
di trasporto, facilitati dagli incentivi auto che in molti Paesi
europei hanno favorito l’offerta delle nostre imprese, e i beni
intermedi, sostenuti soprattutto dai buoni risultati della
metallurgia in Nord Africa e Medio Oriente e in Asia.
L’elettromeccanica,
settore di punta dell’export italiano negli ultimi anni, ha
mostrato un andamento in linea con quello medio manifatturiero, con
risultati peggiori nell’area meridionale del Mediterraneo
compensati dai successi della meccanica nei Paesi orientali della Ue.
Lo scoppio della
crisi, piuttosto che modificare le tendenze in atto nel decennio
passato, le ha accelerate, in particolare per quanto riguarda la
crescente importanza dei mercati dei Paesi emergenti. Sempre più da
questi ultimi infatti si attende il sostegno alla domanda mondiale.
Uno degli
elementi che meglio caratterizza i mercati più promettenti è
peraltro la loro distanza dall’Italia. Questo elemento potrebbe
essere un freno allo sviluppo delle imprese manifatturiere italiane
che, per la loro ridotta dimensione media, trovano maggiori
difficoltà rispetto ai più attrezzati concorrenti esteri
nell’accedere a mercati tanto lontani. Appare, dunque, quanto mai
chiaro come le imprese italiane debbano velocemente affiancare alle
strategie sul prodotto anche quelle di adeguamento delle strutture
produttive e distributive, date le caratteristiche appena presentate
per i mercati a maggior potenziale di crescita. Occorre pertanto
attivare fin da subito gli strumenti necessari per sostenere le
imprese italiane, che verosimilmente potrebbero non essere ancora in
grado di reperire autonomamente tutte le risorse necessarie per
affrontare le condizioni particolarmente sfidanti sui mercati
internazionali.
Un’altra
caratteristica dei Paesi a maggior potenziale è la velocità con la
quale, al loro interno, si sta creando una nuova classe di
consumatori con un potere d’acquisto pari a quello dei cittadini
dei Paesi avanzati. Secondo stime su dati FMI, entro il 2020 la
popolazione mondiale con un reddito pro capite superiore ai 30 mila
dollari aumenterà di circa 170 milioni di individui, di cui solo un
terzo nei Paesi avanzati e per la restante parte in quelli emergenti.
I BRIC innanzitutto, ma anche Turchia, Indonesia, Sudafrica, Polonia
e tanti altri vedranno crescere a ritmi sostenuti il bacino di
potenziali acquirenti di beni di consumo di fascia qualitativa
medio-alta, rappresentando sempre più mercati in grado di affiancare
quelli tradizionali.
Dal punto di vista dell’offerta, le
pressioni dei nuovi produttori non saranno peraltro limitate ai
settori dei beni di consumo, ma sono destinate ad aumentare anche in
comparti ritenuti fino a pochi anni fa meno esposti, perché
caratterizzati da un elevato contenuto di innovazione, complessità
tecnologica e know how di interi sistemi industriali - si pensi ai
distretti italiani. Ai tradizionali concorrenti si affiancheranno, in
questi settori, anche quelli sempre più forti provenienti dagli
stessi Paesi emergenti. La riqualificazione dell’offerta, gli
investimenti sui marchi e su altri fattori immateriali hanno finora
consentito alle nostre imprese di poter contare su vantaggi di
differenziazione su gran parte dei mercati, sottraendosi almeno in
parte a una concorrenza basata prevalentemente su fattori di prezzo.
Tuttavia questa strada non appare percorribile da tutto il comparto
manifatturiero italiano, che dovrà quindi adottare nuove e più
complesse strategie per l’internazionalizzazione. Appare necessaria
e non più rimandabile l’adozione di adeguate misure volte a
sostenere la competitività delle aziende, attuando
contemporaneamente strategie di riconversione degli sbocchi
geografici, della specializzazione settoriale, delle strutture e dei
processi produttivi.
Risulta quindi
evidente a questo punto come le nuove opportunità offerte nei
prossimi anni dai mercati dei Paesi emergenti portino con sé
l’esigenza di nuove strategie, nuovi prodotti e, in parte, di saper
affrontare nuovi concorrenti.
Sono dunque
queste le sfide che attendono nell’immediato le imprese italiane e
che determineranno l’evoluzione del comparto manifatturiero del
nostro Paese. Più che in passato è indispensabile che le strategie
delle aziende siano indirizzate e sostenute con particolare
determinazione, affiancate da un sistema finanziario in grado di
sostenerne investimenti mirati e di lungo periodo. Solo coordinando
gli sforzi e focalizzandoli sulle caratteristiche ed esigenze del
nuovo contesto competitivo internazionale si potrà evitare che il
tessuto manifatturiero italiano, che genera circa il 40% del Pil
inclusi i servizi ad esso destinati, possa subire un ulteriore
ridimensionamento.
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Da quanto si evince dal
rapporto, la crisi che ha colpito il commercio mondiale a partire
dagli ultimi mesi del 2008 non trova precedenti nella storia
economica recente, tanto per l’entità del crollo degli scambi,
quanto per l’ampia diffusione e la velocità con cui si è
realizzata.
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