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BARESANI CAMILLA scrive (su Magazine del Corriere della Sera del 26 gennaio 2006) contro i fanatici dell'intolleranza gastronomica.
La brava scrittrice e collaboratrice del Sole 24 Ore scrive sull'imperversare di termini come “terroir”, “prodotto del territorio” o “tipico”, “sentore”, “goloso”, ma ecco qui
di fianco l'articolo.
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Non tollero più i fanatici dell'intolleranza gastronomica
di Camilla Baresani
Il cibo può risultare indigesto non solo in sé e per sé, ma anche per motivi “esterni”. Ecco un esempio. Tempo fa vengo invitata a cena da un'amica italianissima e d'origine ebrea; un'altra ospite si era offerta di portare qualcosa di cucinato che servisse di rinforzo: ma, a causa di un fraintendimento, anziché una focaccia con la scarola aveva preparato una teglia di riso patate e cozze, tipico piatto della tradizione pugliese. Bene: nello sgomento degli invitati (nessuno dei quali d'origine ebrea), la teglia è rimasta chiusa nel sacchetto ed è tornata a casa con chi l'aveva cucinata.
Abbiamo così appreso che fra i cibi religiosamente scorretti per gli ebrei non c'è solo il maiale (come per i musulmani), ma anche i ruminanti con unghie non biforcute (per esempio cavalli e conigli), i volatili non rapaci (poco male: mai sentito parlare di civetta arrosto), tutti i pesci privi di squame e lische (e qui la lista è impressionante: si va dalla pescatrice allo storione con relativo caviale, dall'anguilla alle sogliole e ai calamari, fino ad arrivare alle famigerate cozze). Verrebbe da dire: se la padrona di casa non voleva mangiarle, libera di farlo, ma gli ospiti... C'era però un ulteriore ostacolo, quello cioè delle stoviglie: perché - per mantenersi kosher - piatti, posate e pentole non devono venire contaminati da vivande “anomale” né da miscele di carne e latte, anche quando carne e latte vi vengano in contatto in tempi diversi. Se non si dispone di un servizio in vetro (che resiste alla sterilizzazione senza rompersi), per purificare le stoviglie bisogna portarle alla sinagoga perché subiscano un bagno rituale.
Dunque il riso patate e cozze non poteva essere consumato se non a manate direttamente dalla teglia, anche se comunque la sua stessa permanenza nella casa era sconveniente. Per un ebreo, ci è stato spiegato, la casa è infatti il luogo più puro, dove non devono succedere quelle cose che fuori sono invece tollerabili.
C'è inoltre da dire che, nel clima di generale incarognimento post-11 settembre, ormai anche persone dall'apparenza laica si arroccano nella difesa di tradizioni che a noi allibiti spettatori sembrano tuffi nel medioevo, mentre a loro paiono doverose difese della propria identità. Ci si aspetta dunque che da un momento all'altro papa Ratzinger dica anche a noi cattolici cosa è lecito mangiare.
In attesa di istruzioni, tuttavia, anch'io comincio ad avere una serie di intolleranze alimentari, sia pure di genere solo lessicale. Parlando con Massimo Bernardi, autore del più brillante dei blog dedicati al tema del cibo (www.peperosso/info), abbiamo isolato una serie di termini che ormai rischiano di provocare drammatiche crisi di rigetto, simili a vere e proprie allergie. Tra le combinazioni più usurate spicca “degustazione enogastronomica” (tipica delle fiericciole e manifestazioni “folk” di cui pullula la penisola). Insopportabile poi l'abuso della specificazione “del territorio” per aumentare il valore del prodotto. Persino la pubblicità del vino in tetrapak, nel tentativo di valorizzarlo, lo definisce “del territorio”. E di cosa mai dovrebbe essere? Se nella versione italiana il termine richiama il linguaggio amministrativo-comunale (“interventi sul territorio”), in quella francese, “terroir”, usata da alcuni giornalisti, evoca patetici snobismi da gregario.
Nel campo del marketing vanno per la maggiore altre due definizioni , evidentemente ritenute già di per sé capaci di attirare frotte di compratori: una è “tipico”, l'altra, più urticante, è “goloso”.
Un ritrovo goloso, un pomeriggio goloso, un'idea golosa.
Fra gli abusi (anche di copyright) segnaliamo “giacimento gastronomico”, inventato da Veronelli negli anni '60 e ora sfruttato con sommo accanimento dai suoi eredi putativi.
Infine due termini che si riferiscono al mondo del vino. “Autoctono”, associato in modo automatico a vitigno, quasi a voler far credere che l'essere autoctoni nobiliti il risultato. E “sentore”, il peggiore di tutti: ampio o ristretto, di frutta matura o di brezze erbacee, il “sentore” è il cavallo di battaglia del sommelier-poetastro, che lo utilizza per lanciarsi in lirismi raccapriccianti.
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