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III
FORUM INTERNAZIONALE DELL’AGRICOLTURA E DELL’ALIMENTAZIONE
COLDIRETTI-STUDIO
AMBROSETTI
Cernobbio
- 24-25 ottobre
SINTESI
DEGLI INTERVENTI
Il
III Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione
organizzato dalla Coldiretti e dallo studio Ambrosetti è uno
degli appuntamenti europei più rilevanti sui grandi temi
dell'agricoltura, dell'alimentazione e dell’ambiente e sulla
stretta connessione che tra essi si impone nella società
contemporanea. La Terza edizione del Forum si è
articolata in due giornate: la prima incentrata sulle politiche
agricole e sul sistema di regolamentazione del commercio
internazionale, con uno sguardo più ampio alle tendenze
dell’economia e della società nel loro complesso; l’intera
seconda giornata è stata dedicata ad altri temi cruciali per
l'agricoltura e per l'economia italiana quali la gestione del
sistema economico attraverso governance, concertazione e
sussidiarietà; l’origine dei prodotti e quindi la
valorizzazione economica della territorialità dei prodotti
agricoli e alimentari; “l'incontro tra operatori della
produzione, trasformazione e distribuzione alimentare",
preziosa occasione di scambio e confronto all'interno del settore
agroalimentare italiano anche su prezzi e qualita’. Quest’anno
dopo l’apertura da parte di Paolo Bedoni Presidente della
Coldiretti sono intervenuti Romano Prodi Presidente
Commissione Europea, Franz Fischler Commissario Europeo
all’agricoltura, Gianni Alemanno Ministro per le Politiche
Agricole, Roberto Formigoni Presidente Regione Lombardia, Enzo
Ghigo Presidente Regione Piemonte, Savino Pezzotta Segretario
Generale Cisl, Luigi Marino Presidente Confcooperative, Luigi
Rossi di Montelera Presidente Federalimentare, Rosario
Trefiletti Presidente Federconsumatori, Giorgio Calabrese
Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, Michele Pasca
Raymondo Direttore DG Agricoltura della Commissione Europea,
Giacomo Vaciago Università Cattolica di Milano, Renato
Mannheimer Presidente Ispo, Giampiero Maracchi Direttore
Istituto Biometereologia CNR, Paolo De Castro Presidente
Nomisma, Orazio Maria Petracca Università di Salerno,
Tim Josling Stanford University, Allan Buckwell University
of London, Giovanni Anania Università della Calabria,
Fabrizio De Filippis Università degli Studi Roma Tre,
Corrado Giacomini Università di Parma, Maurizio Gardini
Presidente Conserve Italia, Vincenzo Tassinari Presidente Coop
Italia, Luciano Sita Presidente Granarolo e altri autorevoli
rappresentanti istituzionali e del mondo dell’economia e della
ricerca.
Venerdì
24 ottobre
NUOVI
SCENARI INTERNAZIONALI PER LE POLITICHE AGRICOLE
PAOLO
BEDONI – Presidente della Coldiretti
Nel
dare avvio ai lavori del Terzo Forum Internazionale dell’agricoltura
e dell’alimentazione, desidero rivolgere a voi tutti un cordiale
saluto di benvenuto ed un ringraziamento vivissimo per aver
accettato di partecipare a questo che è ormai divenuto uno dei
grandi appuntamenti internazionali sui temi dell’agricoltura e
dell’alimentazione. Non ho bisogno di sottolineare l’autorevolezza
e la rappresentatività di questo Forum. Per questo parla il
prestigio dei relatori, il livello delle partecipazioni
istituzionali, la qualità delle adesioni ed in ultima analisi
il programma davvero impegnativo di questa “due giorni” che
abbiamo organizzato con la collaborazione dello studio Ambrosetti. Un
grazie di cuore al dottor Fabrizio Del Noce che anche quest’anno –
ormai possiamo parlare di una felice tradizione – ha accettato di
condurre il dibattito nella giornata inaugurale. Come ogni anno, le
sessioni del venerdì saranno dedicate ai temi della politica
agricola visti nella dimensione mondiale, in quella europea e in
quella nazionale. Nella seconda giornata affronteremo invece, come di
consueto, le principali problematiche economiche, sociali e di
mercato con cui si misura la filiera agroalimentare. E ciò
naturalmente sempre in relazione all’evoluzione della politica
agricola. La ragion d’essere del Forum è nell’analisi
della connessione tra questi due temi (agricoltura ed alimentazione)
considerati dal punto di vista italiano, europeo ed internazionale.
Nelle due precedenti edizioni del Forum abbiamo avuto indicazioni
preziose che ci sono state di grande utilità nel nostro lavoro
di elaborazione e di proposta. Credo che abbiano anche molto favorito
il confronto tra opinioni diverse nell’ambito della filiera.
Abbiamo deciso quest’anno di ritornare in modo più
sistematico ed approfondito sull’intero scenario proprio per dare
proiezione ulteriore ad elaborazioni che hanno pesato non poco sulla
politica agricola nazionale e che si sono rivelate decisive e
vincenti a livello europeo. Senza voler condizionare in alcun modo lo
svolgimento dei lavori, è proprio a questo mutamento di
scenario che vorrei far riferimento in questa breve introduzione. La
nostra generazione di imprenditori e di dirigenti delle
organizzazione di rappresentanza delle imprese ha ereditato una
politica agricola che aveva come obiettivo prioritario quello di
contenere nelle campagne gli effetti sociali dirompenti di un
processo di sviluppo fondato sull’industrializzazione e
sull’urbanizzazione. Si trattava di una politica agricola
inevitabilmente “difensiva”. Una politica di contenimento e di
gestione razionale di quello che sembrava a tutti gli effetti un
processo di inesorabile e definitiva emarginazione del settore
agricolo nell’economia moderna. E’ innegabile che si trattasse di
un’esigenza irrinunciabile nel tempo storico nel quale essa si è
manifestata. Il fatto grave e negativo è che i suoi effetti
hanno rischiato di protrarsi ben oltre quel tempo e quella esigenza
storica. Essi hanno ispirato a livello politico la riproposizione
continuata ed esasperata di scelte assistenzialistiche che hanno
ritardato e persino contrastato la riscoperta dell’agricoltura come
settore produttivo vitale nell’economia postindustriale. Intorno
alla vecchia impostazione si sono coagulati interessi parassitari
così rilevanti da condizionare non poco e per lungo tempo
l’evoluzione e il rinnovamento della politica agricola. In Italia
forse più che altrove, a causa di una eccessiva ed innaturale
politicizzazione del settore. Ne è derivata una gestione
consociativa della politica agricola (che è l’esatto
contrario della concertazione). Questa gestione consociativa ha
determinato una persistente debolezza imprenditoriale
dell’agricoltura e quindi una sua sostanziale estraneità sia
alle scelte di mercato da parte dell’impresa sia all’evoluzione
della domanda dei consumatori. Questi interessi parassitari
persistono e purtroppo sono stati sovrarappresentati nella politica
agricola nazionale e per un lungo tempo hanno impedito
all’agricoltura italiana e all’intero settore agroalimentare di
svolgere un ruolo di leadership, specialmente sul piano europeo
potendo proporre un modello produttivo di grande qualità ed
originalità. Per la verità, questa è più
una fastidiosa eredità del passato che un problema per il
futuro. Si tratta di una zavorra che non è stata ancora
smaltita del tutto, come dimostra l’incomprensibile lentezza della
filiera nell’aprirsi alle sollecitazioni e alle opportunità
offerte dal mercato: un mercato in cui il consumatore è
protagonista incontrastato, come non avviene in alcun altro settore
economico.
Proprio
grazie alla percezione che l’impresa agricola ed agroalimentare ha
avuto di questo protagonismo del consumatore è stato possibile
determinare un percorso di riforme sul piano politico-istituzionale
certamente in Italia già negli anni scorsi ed ora, possiamo
dire, finalmente anche in Europa. Sia in Italia che in Europa si è
rivelata decisiva l’influenza di quello che abbiamo chiamato il
“patto con il consumatore”: un’alleanza formidabile ed
invincibile tra chi produce e chi consuma.
Questo
ha determinato un profondo mutamento di scenario. Lo scenario si è
modificato a livello nazionale con i risultati prodotti da una
politica di concertazione che ha portato l’intero comparto
agroalimentare a misurarsi con le esigenze della rigenerazione
produttiva. Abbiamo visto come l’Italia ha reagito all’emergenza
determinata nel rapporto con il consumatore dalla gravissima crisi
della Bse: il nostro è il paese che ha imboccato con più
determinazione la strada della rigenerazione nel settore zootecnico
fino a varare, proprio su quella spinta, la più avanzata legge
di orientamento dell’impresa vigente in Europa. Lo scenario si è
modificato a livello europeo con una crescente consapevolezza che ha
portato quest’anno alla riforma della politica agricola
comunitaria: è una riforma decisiva ed incisiva: essa segna un
distacco netto dalle logiche assistenzialistiche ed offre opportunità
del tutto nuove alle imprese che puntano sulla qualità e sulla
multifunzionalità. Ma è anche una riforma attenta alle
prospettive economiche delle imprese, quelle vere, che possono
puntare ad una domanda qualificata di mercato in grado di remunerare
la qualità dei loro prodotti. Lo scenario si è
modificato infine a livello globale, nonostante l’insuccesso del
recente vertice di Cancun. Ormai nel confronto che si svolge nelle
varie sedi internazionali non si può sfuggire al dato di fondo
della diversità delle opzioni di fronte alle quali si vengono
a trovare le agricolture nelle varie regioni del mondo: identità
territoriale e culturale contro politiche di omologazione
generalizzata e selvaggia dei prodotti. Ognuno faccia le sue scelte,
potendone valutare le conseguenze. Dopo l’avvio della riforma della
politica agricola e nell’ambito della strategia di rigenerazione,
noi sappiamo perfettamente cosa dobbiamo fare. In questi nuovi
scenari si collocano le grandi sfide dell’agricoltura moderna.
Nessuno di noi potrà rifugiarsi furbescamente nel
protezionismo a livello internazionale e nel corporativismo, più
o meno consapevole, a livello nazionale o regionale. Nessuno di noi
potrà prescindere dal fatto che per l’agricoltura passano
alcune tra le più importanti sfide di civiltà del
nostro tempo. Niente male per un settore che appena un decennio fa
veniva considerato in declino irreversibile. Riflettere su questa
verità – una verità insieme semplice e straordinaria
- è urgente e necessario. Ed è soprattutto doveroso
perché ci aiuta a collocare le nostre scelte come imprenditori
entro un quadro di riferimento di carattere globale dal quale non
potranno prescindere i grandi soggetti della politica internazionale:
gli Stati Uniti, l’Unione Europea, i Paesi in via di sviluppo e il
dimenticatissimo Quarto mondo. Un fatto è certo: noi, come
Paesi ricchi, abbiamo l’imprescindibile dovere di aiutare le
agricolture dei Paesi poveri a crescere a svilupparsi. Abbiamo però
un altro dovere, per nulla confliggente con questo: abbiamo il dovere
di preservare e consolidare le grandi risorse agricole ed
agroalimentari che sono espressione insostituibile della nostra
civiltà del territorio e che sono determinanti per il nostro
stile di vita, oltre che naturalmente per la nostra economia.
Dobbiamo capire che se ci poniamo di fronte a questo bivio con
un’agricoltura chiusa nelle logiche di difesa corporativa saremo
perdenti: non avremo la minima possibilità di affrontare con
successo questa sfida. La stessa politica agricola europea non potrà
reggere all’impatto con l’esigenza di dare regole condivise, eque
ed equilibrate al mercato e al commercio internazionale. Già a
Cancun l’Unione europea sarebbe stata costretta alla capitolazione
se non si fosse presentata con la nuova impostazione di politica
agricola comune, che davvero rappresenta la nuova frontiera
dell’agricoltura europea. Dunque dobbiamo avere il coraggio di
portare fino in fondo, il più rapidamente possibile, il
processo di rigenerazione dell’agricoltura come premessa e
contributo alla rigenerazione dell’intera filiera. Questa
rigenerazione passa per la qualità certificabile, per la
sicurezza sanitaria degli alimenti, per la trasparenza dei processi
produttivi, per la loro sostenibilità ambientale e per la
valorizzazione della provenienza territoriale del prodotto agricolo.
Le nuove regole debbono codificare tutto questo per garantire sia i
consumatori sia le imprese. Un fatto è certo: noi abbiamo
scelto irreversibilmente questa strada. Se avremo la possibilità
di fare questa strada in sintonia e in collaborazione con le altre
componenti della filiera, la battaglia della rigenerazione sarà
vinta nell’interesse di ciascuno e di tutti. E’ una strada
segnata dalla storia, oltre che dal buon senso. Questo dialogo tra le
componenti della filiera deve servire a consolidare il patto con il
consumatore e deve essere condiviso, siglato e sostenuto dalle
istituzioni, a tutti i livelli. Noi abbiamo uno strumento formidabile
in Italia: quello della concertazione. Abbiamo visto in questi anni
che esso funziona inesorabilmente quando, nel confronto con le
istituzioni, le forze sociali dispongono come “potere contrattuale”
del consenso del cittadino-consumatore. Quello del
cittadino-consumatore è un voto pesante perché ha un
valore doppio: accanto a quello elettorale, egli esercita il potere
di scelta sul mercato e decide riguardo alla giustezza e alla
plausibilità delle scelte produttive che le imprese fanno per
la sua alimentazione. E’ un voto doppio e pesante che può
dare alle proposte di rigenerazione, specie se condivise a livello di
filiera, una forza inimmaginabile. E che può mettere
condizione l’Italia, nel dibattito europeo e mondiale, nelle
condizioni di esercitare una forte leadership produttiva e culturale.
Non a caso noi abbiamo chiesto alle personalità che qui
rappresentano l’industria, la cooperazione, la distribuzione e le
associazioni dei consumatori di discutere con noi sulle prospettive
di una vera e conseguente strategia del “made in Italy”
agroalimentare. Noi ci auguriamo che un importante contributo ci
venga anche dai nostri ospiti internazionali perché il “made
in Italy alimentare” è un’esperienza ed un riferimento
utile anche per il complesso dibattito che in questo momento sembra
dividere l’Europa dagli Stati Uniti ed entrambi dai paesi in via di
sviluppo. L’alternativa di cui prima parlavo è
un’alternativa tra modelli produttivi che si integrano e si
completano all’interno di un tema cruciale – la politica mondiale
dell’alimentazione – che ci riguarda tutti e che tutti deve
impegnare ad una soluzione comune. Se possibile, lo dobbiamo fare
portando il meglio delle nostre esperienza, delle nostre culture,
delle nostre risorse. Il meglio di noi stessi.
Lo
scenario macroeconomico
GIACOMO
VACIAGO – Università Cattolica – Milano
“Appena
sei mesi fa temevamo la recessione economica mondiale. Oggi possiamo
avere uno sguardo più ottimista perché il mondo non si
è fermato. Non si è fermata la Cina, nonostante la
Sars, sono ripartiti il Giappone e gli Stati Uniti. Unica fuori dal
coro è l’unione europea”. Così il professor Giacomo
Vaciago, docente all’Università Cattolica di Milano ha
esordito al Forum di Cernobbio, specificando che i problemi maggiori
vengono dai maggiori Paesi dell’area Euro, Francia, Germanie e
Italia. Il problema secondo il relatore è stata “l’istituzione
della moneta unica, che si è incentrata sulla stabilità,
ma non sulla crescita, che è stata invece delegata ad ogni
singolo Paese”. Per questo i paesi piccoli (Spagna, Portogallo),
crescono più dei paesi maggiori. L’Italia per di più
è quella in condizioni meno favorevoli rispetto a Francia e
Germania che invece hanno coordinato le loro economie, al punto che
il grafico della loro produzione è molto simile. “Con la
stabilità – ha detto Vaciago – si privilegiano i deboli,
ma si rinuncia a crescere perché l’atteggiamento protettivo
è un ostacolo al cambiamento. La produzione italiana è
ferma dal 1997, ma le industrie italiane crescono ovunque nel mondo
eccetto che sul nostro territorio e quindi è un problema del
Paese”. Secondo Vaciago gli shocks (11 settembre, Sars), sono utili
per stimolano al cambiamento, che però può avvenire
solo se il Paese è flessibile ha la capacità di
reagire. “Dopo l’11 settembre il Pil degli Stati Uniti – ha
detto il docente – è cresciuto di 11 punti. Noi (Italia
innanzitutto, ma anche Ue) invece non siamo stati Capaci di reagire
perché siamo un Paese molto rigido, con un esubero di
normazioni” Secondo Vaciago, il problema europeo è la
“mancanza di cooperazione tra i ministeri economici, che dopo aver
fatto l’Euro hanno lavorato ognuno per sé”. “In questo
quadro economico – ha detto il relatore – fa eccezione
l’agricoltura: l’industria agroalimentare e il settore primario
sono in controtendenza rispetto all’industria in generale. C’è
stata un ricerca della qualità che oggi ci avvantaggia e che
non subisce la concorrenza dei Paesi emergenti, che corrono dietro
all’industria manifatturiera. La qualità dell’agricoltura
è la nostra unica difesa, una qualità che non ci viene
invece riconosciuta nell’industria, dove abbiamo solo alcuni
settori di punta, come la Ferrari”.
Il
futuro delle politiche agricole nel mondo
TIM
JOSLING – Stanford University (Stati Uniti)
Tim
Josling si è soffermato nella sua relazione sulla evoluzione e
sul futuro delle politiche agricole nel mondo. La sua analisi
innovativa si è sostanziata nella individuazione di cinque
diversi “paradigmi” (o modelli di riferimento) in base ai quali
classificare le politiche agricole. Josling ha proposto i seguenti
paradigmi: “agricoltura sfruttata” (le cui risorse vengono
estratte e utilizzate per favorire lo sviluppo urbano), “agricoltura
dipendente” (che necessita di sostegno pubblico), “agricoltura
competitiva” (in grado di competere nell’uso delle risorse),
“agricoltura multifunzionale” (che fornisce beni pubblici alla
collettività), “agricoltura orientata al consumatore” (che
si integra nella filiera agroalimentare). Secondo Josling, tali
paradigmi identificano i modelli di intervento nei diversi paesi, ma
possono anche coesistere (in Italia, ad esempio, il settore sarebbe
caratterizzato da un mix di agricoltura “dipendente”,
“multifunzionale” e “orientata al consumatore”). Nella sua
relazione Josling ha tenta di rispondere ai seguenti interrogativi:
1) qual è lo stato del processo di riforma delle politiche
agricole nel mondo? tale processo ha raggiunto un livello in cui i
costi di attuazione sono maggiori dei benefici ottenibili? 2)
l’evoluzione delle politiche agricole sta generando una convergenza
nei modelli di politica agraria adottati dai diversi paesi? 3) è
ancora il caso di considerare attuali gli interventi di politica
economica in agricoltura o, piuttosto, il processo di globalizzazione
le ha rese obsolete? Analizzando le più importanti realtà
agricole mondiali (in particolare Usa, Ue, Giappone, Svizzera e
Norvegia per i paesi sviluppati; Messico, Brasile, India e Cina per i
paesi in via di sviluppo, con qualche cenno sull’Africa
subsahariana) Josling ha tentato di dare delle risposte a tali
quesiti. 1) il processo di riforma delle politiche agricole nel mondo
sta effettivamente proseguendo, anche se con ritmi diversi nei vari
casi esaminati; 2) le politiche agricole dei diversi paesi tendono a
“convergere”, ma verso tre paradigmi diversi, potenzialmente
incompatibili fra loro, portando ad un possibile aumento delle
tensioni commerciali; 3) le politiche agricole sono senza dubbio
ancora importanti, ma nel tempo hanno subito modificazioni rilevanti
e continueranno ad adattarsi ai nuovi paradigmi.
Il
negoziato agricolo del WTO dopo la Conferenza di Cancun
GIOVANNI
ANANIA – Dipartimento di Economia e Statistica - Università
della Calabria
Il
prof.Anania ha ripercorso le tappe del negoziato agricolo Wto, dalla
quarta Conferenza ministeriale di Seattle del 1999 – dove fallì
il lancio del Millenium round – alla quinta Conferenza
ministeriale di Cancun dello scorso settembre. Ha tracciato in
particolare l’evolversi della posizione negoziale dell’UE, alla
luce della mid term review della Pac, soffermandosi sulle
proposte presentate dalla Ue nel gennaio 2003, sulla proposta
negoziale congiunta Usa-Ue dell’agosto 2003. Anche se Everything
But Arms e la riforma della Pac hanno consentito alla Ue di arrivare
a Cancun con una proposta credibile, responsabile e non retorica in
materia di agricoltura, la Conferenza si è chiusa senza alcun
accordo su questo come sugli altri temi in discussione. Le probabili
ragioni del mancato accordo a Cancun sono state analizzate sulla base
delle posizioni degli altri attori, in particolare la controproposta
del G20+, e tenendo conto di quanto è successo negli altri
tavoli negoziali durante la Conferenza ministeriale. Il relatore ha
analizzato i probabili futuri sviluppi del negoziato del development
round che è presumibilmente destinato ad attraversare una
fase di stallo. I negoziati futuri dovrebbero concentrarsi su quattro
temi: oltre all'agricoltura, cotone, accesso ai mercati dei prodotti
non agricoli, e temi di Singapore. La negoziazione sarà
difficile e lunga. Potrebbe accadere che l'attuale Pac si riveli non
compatibile con gli impegni di un eventuale nuovo accordo, e che l’Ue
debba per la prima volta considerare cambiamenti della propria
politica agricola non dettati da interessi esclusivamente interni. Al
di là degli esiti di lungo periodo, però, il relatore
ha ricordato la prossima scadenza della clausola di pace: se non
verrà rinnovata, molti strumenti di intervento della Pac dal
primo gennaio diventeranno possibile oggetto di dispute in sede Wto,
con il risultato che l’Ue dovrà rimuoverle o pagare una
compensazione.
La
nuova PAC: una visione di lungo periodo
ALLAN
BUCKWELL – University of London (Regno Unito)
Allan
Buckwell ha esaminato le prospettive di lungo periodo della politica
agricola comunitaria, compiendo un’analisi dell’evoluzione che i
suoi obiettivi e strumenti hanno subito nel corso degli anni, e
soffermando l’attenzione sul possibile futuro dei pagamenti
previsti dal “primo pilastro” e dal sostegno garantito dal
“secondo pilastro” della Pac. Dopo un breve sguardo agli elementi
che hanno caratterizzato l’agricoltura europea tra gli anni ’60 e
gli anni ’90, Buckwell ha messo in luce che molte delle difficoltà
incontrate dalla Pac nel suo percorso sono dipese da alcune
contraddizioni di base: si è spesso tentato di raggiungere
obiettivi diversi con uno stesso strumento (ad esempio i diversi
obiettivi di controllo dell’offerta e la tutela ambientale con lo
stesso strumento del set-aside) o di conseguire lo stesso
risultato mediante strumenti diversi (ad esempio la tutela delle
biodiversità e delle risorse naturali sia mediante l’adozione
di misure agro-ambientali che attraverso l’erogazione di pagamenti
diretti). Altre volte, inoltre, gli stessi obiettivi sono stati
scelti con una certa imprecisione.
In
questo quadro, Buckwell si è soffermato sul perché sia
stato introdotto il “Pagamento Unico” per azienda, chiedendosi se
tali motivazioni siano compatibili con l’attuale assetto della Pac,
con i suoi obiettivi e strumenti, e con le singole politiche di
settore. In particolare - secondo Buckwell - assume importanza la
definizione del ruolo che le politiche per lo sviluppo rurale (il
“secondo pilastro” della Pac) dovranno avere nel seguire i
cambiamenti attualmente in corso nel settore agricolo dell’UE,
dalla promozione di attività aziendali extra-agricole, alla
accentuazione del ruolo di tutela ambientale dell’agricoltura, fino
al riorientamento delle produzioni agro-alimentari alle richieste dei
consumatori.
Ciò
spinge la Pac a proseguire nel suo percorso di continuo adattamento e
ripensamento – ha concluso Buckwell – e a chiarire alcuni aspetti
ancora dibattuti come le sinergie di obiettivi e risorse tra i due
“pilastri”, il destino del “Pagamento unico” e le politiche
commerciali internazionali.
LA
NUOVA PAC: QUALI IMPLICAZIONI PER L’ITALIA (tavola rotonda)
FABRIZIO
DE FILIPPIS – Università degli Studi Roma Tre
Nella
relazione introduttiva alla tavola rotonda, De Filippis ha descritto
le principali caratteristiche dell’ultima riforma della Pac, “la
revisione di medio termine”, e ne ha fatto una valutazione con
riferimento agli interessi dell’agricoltura italiana, alle
decisioni applicative da prendere, e alle posizioni negoziali da
assumere per i settori attualmente sotto riforma (olio, tabacco,
cotone e zucchero). De Filippis ha sostenuto che la riforma Fischler
è una “buona riforma”, la cui efficacia può
tuttavia essere sensibilmente accresciuta dalle decisioni applicative
che i governi nazionali sono chiamati ad effettuare. Secondo lo
studioso, in Italia, al momento, il contesto in cui elaborare tali
scelte va progressivamente maturando, e sarebbe quindi possibile fare
scelte coraggiose e ambiziose per poter ottenere il massimo dagli
strumenti di sostegno agricolo messi a disposizione dall’Unione
Europea. Tale clima favorevole – ha proseguito De Filippis –
andrebbe quindi sfruttato per avviare subito un’analisi operativa
delle decisioni applicative da prendere, con particolare riferimento
alle opzioni del disaccoppiamento, ai nuovi pagamenti speciali, alle
misure per lo sviluppo rurale. Particolare attenzione, inoltre,
meriterebbero i negoziati per la riforma delle OCM mediterranee e
dello zucchero che, in un ottica costruttiva, andrebbero considerate
più come “opportunità” che come “minacce”. In
conclusione – ha affermato De Filippis - i momenti di
approfondimento e dibattito come quelli del Forum di Cernobbio sono
le occasioni che permettono di procedere verso la costruzione di un
futuro per il sostegno e la tutela delle ricchezze dell’agricoltura
italiana nell’ambito della Politica agricola comune.
PAOLO
DE CASTRO – Presidente di Nomisma
Per
il presidente di Nomisma Paolo De Castro, in Italia è stato
data una lettura distorta di Cancun. “In sostanza – ha detto –
si è affermata l’equazione: ‘La Riforma Pac è stata
fatta in vista degli accordi Wto; questi sono falliti e quindi è
fallita anche la riforma’. Così non è, perché
senza la riforma Fischler, l’Ue sarebbe stata la grande colpevole
dei mancati accordi e oggi sarebbe molto più complicato andare
avanti nel rinnovamento”. Secondo De Castro, L’applicazione della
Riforma inizialmente comporterà procedure complesse, che alla
lunga porteranno alla semplificazione del sistema agricolo. “Il
problema - ha detto - sarà trovare un’intesa
sull’applicazione tra Stato e Regioni, per evitare che ogni regione
faccia la sua riforma”. De Castro ha sostenuto la necessità
per l’Italia di essere attenta anche alla revisione dell’
Organizzazione comune di mercato delle produzioni mediterranee, come
Olio e Tabacco. “Non possiamo – ha detto – dire sempre no:
tutti gli attori della filiera devono cercare soluzioni che
consentano di arrivare a chiudere gli accordi entro il semestre di
presidenza italiana, che è a noi più favorevole. Del
resto partiamo dal mantenimento delle risorse in entrambi i settori,
che non è poco in un momento di rigore finanziario”. Il
presidente di Nomisma ha sostenuto che di fronte all’inevitabile
globalizzazione, l’Italia e l’Europa devono essere capaci di fare
crescere il sistema di tutela della denominazione d’origine dei
prodotti europei, “Una tutela – ha affermato – su cui non c’è
però una posizione forte in tutti i Paesi dell’Ue. E questo
è un problema, perché per l’Italia, che non può
competere sui costi, l’obiettivo deve essere il rafforzamento della
differenziazione dei prodotti sulla base della qualità, una
strada su cui sono aperte ancora ampie possibilità. Che sia la
strada giusta del resto lo testimonia il fatto che le esportazioni
italiane sono trainate dai prodotti di qualità”. L’ex
ministro infine ha chiesto una maggiore attenzione alle nuove forme
di protezionismo, basate sugli aspetti della sicurezza e della
sanità: “dobbiamo evitare – ha detto – distorsioni di
concorrenza dovute a diverse posizioni sulle tecniche di produzione e
dobbiamo lavorare per affermare le nostre posizioni”.
CORRADO
GIACOMINI – Università di Parma
Il
prof. Giacobini, nel corso della tavola rotonda, ha presentato i
risultati di uno studio di simulazione (condotto dal Dipartimento di
studi economici e quantitativi dell’Università di Parma),
fondato sull’applicazione di un modello matematico su dati Agea e
RICA. Il modello ha consentito di valutare i probabili effetti della
riforma della Pac sull’agricoltura italiana su tre differenti
scenari, incentrati su una delle principali novità introdotte
dalla nuova Pac: il disaccoppiamento degli aiuti. Il primo scenario
ipotizzava l’applicazione del disaccoppiamento totale (pagamento
unico per azienda), e gli altri due di un disaccoppiamento parziale,
variamente configurato. Lo studio ha considerato gli effetti della
riforma della Pac sul reddito delle aziende agricole e sulle
superfici coltivate, distinguendo inoltre fra aziende in e fuori
franchigia – queste ultime sono le aziende che ricevono annualmente
più di 5.000€ di aiuti. In tutti e tre gli scenari
prospettati, l’applicazione della riforma della Pac dovrebbe
portare ad una riduzione dei ricavi e dei costi delle aziende
agricole italiane e a un aumento degli aiuti lordi. Nel caso delle
aziende in franchigia, ci si aspetta una riduzione dei redditi lordi,
mentre ciò non avviene per le aziende fuori franchigia che
hanno un miglior rapporto costi/ricavi. Distinguendo fra coltivazioni
erbacee e attività zootecniche, Giacomini ha mostrato come le
prime risulteranno in ogni caso penalizzate, mentre le seconde
beneficeranno di un aumento del reddito lordo. Si prevede un
incremento della superficie non coltivata, in modo più marcato
nello scenario configurato dal disaccoppiamento totale, che tuttavia
garantisce una maggiore libertà di scelta delle colture. In
conclusione, il relatore si è detto orientato a considerare il
disaccoppiamento totale come la migliore soluzione, sottolineando: la
necessità di una concertazione nell’applicazione delle
misure; l’opportunità di stornare il 10% dal tetto degli
aiuti a fini ambientali e di qualità; la potenzialità
della cross-compliance per realizzare l’obiettivo di una
agricoltura multifunzionale.
PIETRO
SANDALI – Capo Area economica Coldiretti
La
riforma Fischler – ha rilevato Pietro Sandali – è una
certezza e un’opportunità per il futuro del settore
agricolo. Mai come questa volta – ha puntualizzato – una riforma
della politica agricola comune mette a disposizione strumenti di
intervento in grado di essere adattati alle diverse realtà
territoriali degli Stati membri. Soffermandosi sul disaccoppiamento
degli aiuti diretti, Sandali ha evidenziato la differenza tra un
aiuto accoppiato e un aiuto disaccoppiato. Il primo fermo alla logica
di Agenda 2000 e quindi soggetto a possibili riduzioni in quanto
legato ad un plafond finanziario predefinito collegato a determinati
ettari o capi. Il secondo, al contrario, definito sulla base di una
“fotografia aziendale” che rimane immutata per il periodo di
vigenza del regime e che quindi lascia l’agricoltore libero di
orientarsi al mercato. Inoltre - ha sottolineato Sandali - il
disaccoppiamento e le possibile deroghe che lo stesso permette
consente al paese di fare scelte di politica agraria soprattutto per
la zootecnia con ampi spazi di crescita per il settore. Per questi
motivi, il disaccoppiamento – secondo Sandali - va applicato a
partire dal 1° gennaio 2005 senza rinvii. Parlando sempre di
disaccoppiamento, Sandali ha evidenziato come l’opzione della
regionalizzazione dello stesso rappresenti uno strumento
“incredibile” e “estremamente positivo” sia per la
possibilità di stabilire un premio su aree omogenee superando
la cristallizzazione che dura ormai da 12 anni, sia per la
possibilità che la regionalizzazione offre di poter operare
scelte colturali anche per l’ortofrutta a pieno campo. Concludendo
sul disaccoppiamento, Sandali ha evidenziato come il regolamento
parli chiaro per quanto riguarda i “diritti di superficie” che
danno luogo alla corresponsione dell’aiuto. Infatti, è
evidente - ha detto - che tali diritti appartengono a chi ha svolto
l’attività e fatto la produzione nel periodo di riferimento
e a nessun altro. L’opzione, offerta agli Stati membri dalla
riforma di utilizzare il 10% del plafond finanziario del primo
pilastro per politiche legate alla qualità e all’ambiente
anche in maniera accoppiata, è valutata da Sandali, come una
importante possibilità per “qualificare” finalmente la
spesa del primo pilastro verso interventi indirizzati alla qualità
delle produzioni da coordinarsi con la politica di sviluppo rurale.
Infine, sulle proposte di riforma relative ai prodotti mediterranei,
Sandali ha sottolineato che, anche se molto lavoro va svolto
soprattutto sul tabacco, è fondamentale che tali proposte si
muovano nel senso indicato dalla riforma Fischler sia intermini
sostanziali, ma soprattutto in termini di stabilità
finanziaria. Insomma - ha concluso Sandali - “siamo di fronte ad
una riforma di lungo termine in grado di portare a pieno titolo il
settore agricolo a concorrere alla crescita economica del paese dando
prospettive di almeno 10 alle imprese agricole”.
MICHELE
PASCA RAYMONDO – Direttore D.G. Agricoltura Commissione europea
L’intervento
di Michele Pasca-Raymondo si è incentrato sulle politiche per
lo sviluppo rurale, sul ruolo che esse assumono nella politica
agricola comunitaria dopo la riforma di medio termine (MTR) e su
quello che potranno avere nel prossimo futuro. Il primo elemento da
prendere in considerazione riguarda il finanziamento di tali
politiche: sebbene con la MTR – grazie alla “modulazione” –
il finanziamento per lo sviluppo rurale possa arrivare fino al 20%
del totale della spesa agricola, non sono state ancora fissate le
direttrici per la strutturazione del fondo per l’intero “secondo
pilastro” della PAC. Una volta chiariti tali aspetti finanziari –
ha proseguito Pasca-Raymondo – va evidenziata la necessità
di avviare una vera e propria riforma delle politiche per lo sviluppo
rurale nella direzione di una semplificazione dei programmi e delle
loro modalità di attuazione. In particolare, Pasca-Raymondo ha
proposto di unificare l’insieme delle numerose misure attualmente
previste per lo sviluppo delle aree rurali in tre sole
“macro-categorie”: misure per la competitività del settore
agricolo (investimenti, capitale umano, ecc.); misure ambientali
(foreste, risorse naturali, ecc.); misure di supporto all’economia
rurale (servizi base, diversificazione, agriturismo, artigianato,
ecc.). In questo quadro, il “fattore qualità” assume un
ruolo chiave: in primo luogo – ha affermato Pasca-Raymondo -
nell’ambito dello sviluppo rurale è già espressamente
prevista la possibilità di cofinanziare i costi di
realizzazione dei sistemi di qualità. Secondo, oltre agli
importanti schemi da seguire per la tutela delle denominazioni di
origine e dei prodotti tipici, è necessario promuovere lo
sviluppo di sistemi di qualità non solo nei prodotti ma anche
nelle pratiche produttive, come già attuato per soddisfare le
richieste della grande distribuzione organizzata. Infine, il
Direttore dello Sviluppo Rurale della Commissione europea ha messo in
luce l’estrema importanza che le amministrazioni pubbliche a vari
livelli – europeo, nazionale, regionale e locale – coordinino i
loro sforzi per lo sviluppo del territorio. Secondo Pasca, infatti,
sono le stesse dimensioni locali ad essere protagoniste nel
determinare il loro avvenire. L’insieme delle misure di sviluppo
rurale, tra l’altro, possono essere usate anche per risolvere le
situazioni di disagio generate dalle misure introdotte dalla
revisione di medio termine della Pac.
ROMANO
PRODI – Presidente della Commissione europea
“La
riforma Pac è stata fatta per rispondere al nuovo ruolo
dell’agricoltura nell’Unione europea e ai cambiamenti del mercato
internazionale, non per Cancun”. Così il presidente della
Commissione europea, Romano Prodi, ha esordito a Cernobbio nel suo
intervento a Cernobbio, al Forum dell’alimentazione Coldiretti.
“Abbiamo voluto – ha detto Prodi – dare risposte ai Paesi
emergenti chiedono nuovi sbocchi per la produzione di massa e andare
incontro alle nuove richieste di mercato determinate da una maggiore
sensibilità dei consumatori sulla sicurezza e la difesa
dell’ambiente”. La Riforma della Pac, secondo Prodi, era
necessaria e urgente per mettere un punto fermo in vista
dell’allargamento dell’Unione europea e delle forti pressioni per
la revisione del bilancio comunitario. “Se Cancun è fallito
– ha detto il presidente della Commissione, non si può certo
dare la colpa all’agricoltura: si è creata un’alleanza
inattesa di 23 Paesi che contano la metà della popolazione
mondiale e i due terzi dell’agricoltura mondiale. Certo – ha
sostenuto– noi non abbiamo la vocazione dei prodotti a basso costo,
perciò, se lasciamo spazio ai prodotti di massa, gli altri
devono accettare la denominazione d’origine”. Il presidente della
Commissione Ue ha ribadito che non si può guardare alla Cina
come una minaccia, ma che bisogna considerarne le opportunità
come sbocco di mercato e come possibilità di sviluppo per il
Mezzogiorno, che è la via naturale verso l’Asia. Prodi ha
ricordato il contenzioso con gli Stati Uniti sugli Ogm, ribadendo la
validità del principio di precauzione e quindi l’importanza
dell’etichettatura dei prodotti. In merito alla riforma del mercato
dell’olio e del tabacco, Prodi ha sostenuto le proposte del
commissario all’Agricoltura, Franz Fischler, sostenendo che “per
la riforma dell’olio il commissario non ha vita facile con la
Spagna che lo accusa di aver favorito l’Italia”. Le proposte per
il tabacco, secondo Prodi, tengono conto della tendenza d’opinioni
di tre quinti dell’Unione europea che non vuole più sentirne
parlare. “E’ importante raggiungere un accordo – ha detto –
entro il semestre italiano, anche per evitare di prolungare le
trattative fino alla campagna elettorale, che renderà tutto
più difficile”. Romano Prodi – Presidente della
Commissione Europea
Sabato
25 ottobre
GOVERNANCE,
CONCERTAZIONE, FEDERALISMO E SUSSIDIARIETÀ
ORAZIO
MARIA PETRACCA – Università di Salerno
Il
prof. Petracca ha inizialmente cercato di mettere a fuoco i criteri
principali cui dovrebbe corrispondere un modello di governance che si
basi su un’organizzazione federale del potere politico, assuma il
metodo della concertazione come regola permanente dei processi
decisionali di sistema, si ispiri a una concezione della
sussidiarietà intesa non solo come criterio di ripartizione
verticale delle competenze, ma anche come criterio orizzontale di
terminazione dei confini tra l’area del potere politico e l’area
dell’autonomia sociale. La tesi espressa dal relatore è
stata che, se i concetti di federalismo, sussidiarietà e
concertazione vengono correttamente intesi e correttamente applicati,
allora ne può sortire un modello di governance che, rispetto
agli altri modelli, è più efficiente sul piano
istituzionale e più equilibrato, più equo, sul piano
sociale. Rilevato che il federalismo non soltanto e non sempre dà
luogo a una specifica forma di Stato, ma è anche e anzi è
soprattutto un processo, Petracca è entrato nel merito
dell’attuale fase di ristrutturazione della Repubblica Italiana,
sostenendo che per potere parlare di federalismo, deve sussistere
almeno un duplice ordine di requisiti. Il primo è che il
potere di decisione finale sia ripartito tra diversi livelli di
governo, e che tale ripartizione sia garantita costituzionalmente, in
modo da vincolare il centro a rispettarla. Il secondo è che ci
sia una rappresentanza territoriale, che cioè le entità
sub-nazionali abbiano una loro rappresentanza a livello centrale per
cui partecipano all’esercizio della sovranità nazionale ed
eventualmente gli viene riconosciuto anche un potere di veto sulle
decisioni che minacciano di ridimensionare il loro ruolo. Perché
il federalismo produca realmente i vantaggi, i benefici, di cui è
potenzialmente capace – ha proseguito il relatore - occorre che
anche il sistema amministrativo venga organizzato e funzioni per
davvero in modo confacente. E occorre che quanti hanno in mano le
redini del potere politico, a livello sia centrale sia delle
autonomie, sappiano e vogliano gestirlo secondo quella che è
la logica del sistema. I vantaggi del federalismo, come del resto
tante altre cose non sono un prodotto automatico delle riforme
legislative, anche quando siano ben congeniate. Se la riforma
federale cade in un contesto che contraddice la sua stessa
ispirazione, allora – ha sostenuto Petracca - può perfino
succedere che il federalismo si riveli controproducente e sortisca
risultati di segno opposto alle aspettative. La riforma federale non
si esaurisce, non deve esaurirsi in una riorganizzazione del sistema
politico, ma deve investire anche i rapporti con la società
civile, insomma i rapporti tra potere politico e vita sociale. E’
dovunque la questione cruciale, ma lo è soprattutto in Italia,
la cui democrazia – ha detto Petracca - è sempre stata
caratterizzata da un pesante squilibrio tra l’area del potere
politico e l’area dell’autonomia sociale, da un eccesso di
politicizzazione della vita sociale che è rimasto poi come un
vizio anche quando le condizioni erano completamente mutate. E si può
dire senz’altro che la riforma federale avrà veramente
successo solo se nella misura in cui segnerà una svolta su
questo terreno. Soffermandosi sul tema della sussidiarietà,
Petracca ha rilevato che si tratta della ripartizione delle
competenze finalizzata a portare l’autorità che decide più
vicina agli utenti, ai cittadini. E’ una strategia che è
stata dimenticata dopo gli anni Trenta, ma di cui adesso sembra
comprendersi la fondamentale esigenza. La concertazione – ha
proseguito Petracca – è invece il metodo che consente al
Governo e alle parti sociali di confrontarsi sulle rispettive
strategie nell’interesse generale da privilegiare. La concertazione
– ha precisato – obbliga ad un confronto aperto finalizzato a
giungere ad un accordo a conclusione del quale ognuno conserva le
proprie prerogative senza confusione di ruoli. La concertazione,
inoltre, non serve a mediare interessi o a gestire giochi di scambio;
è quindi - ha aggiunto Petracca – un metodo da valorizzare
istituzionalizzando le sedi e le procedure del confronto consentendo
alle parti sociali di intervenire attivamente. I sistemi
liberal-democratici – ha concluso Petracca – oggi non godono di
ottima salute. I cittadini sono sempre più in una condizione
passiva rispetto ai meccanismi decisionali. Di qui l’importanza del
ruolo di un contributo attivo delle forze sociali che serve a tutto
il Paese, di qui l’importanza del metodo della concertazione.
SAVINO
PEZZOTTA – segretario generale Cisl
“La
crisi più profonda del nostro Paese deriva dalla mancanza di
leadership, intesa come qualcosa in cui il Paese si identifica”.
Così ha esordito il segretario generale della Cisl, Savino
Pezzotta, intervenendo al Forum Coldiretti di Cernobbio. “Senza
leadership – ha detto Pezzotta si ripiega su ‘primariati’, che
non vengono però riconosciuti da tutto il paese e che creano
attese motive, più che razioni. In questo modo non si
costruisce, perché non si crea cultura politica. In questo
quadro diventa difficile parlare di concertazione”. Secondo
Pezzata, il problema delle democrazie occidentali è la
partecipazione: “Non abbiamo un vero avvicinamento degli eletti
agli elettori, ma un avvicinamento mediatico, attraverso il video,
che non consente nessuna interazione”. Pezzotta ha precisato che il
suo riferimento non vuole entrare in questioni di conflitti
d’interesse, ma è una considerazione generale sulk problema
di ripensare “la forma delle democrazia nell’epoca mediatica che
rischia di stravolgere il Dna della democrazia che è
partecipazione”. In merito alla concertazione, Pezzotta ha
sottolineato che non è solo un strumento da usare nei momenti
di difficoltà, ma una politica “che deve essere assunta come
caratterizzazione istituzionale, da utilizzare sempre nella gestione
dei rapporti tra pubblico e società”. Secondo il segretario
Cisl “Veniamo da un’epoca in cui la concertazione ha consentito
di ridurre l’inflazione, fare la riforma previdenziale, entrare in
Europa. Finita la concertazione c’è stata una ripresa
dell’inflazione e della conflittualità sociale”. Secondo
Pezzotta in un sistema politico in cui il Governo si forma con un
sistema maggioritario in cui a governare è una minoranza, la
Concertazione diventa fondamentale per aprire all’apporto di altre
forza sociali. “Purtroppo – ha detto – questo oggi non avviene
a causa della supponenza della politica”. La concertazione per
Pezzotta è “partecipazione, capacità di negoziare gli
obiettivi strategici, mantenendo ognuno la propria autonomia, senza
nessun diritto di veto da parte di nessuno, anche se ognuno ha
diritto al dissenso”. Pezzotta ha dichiarato che lo sciopero
generale ha visto ieri una partecipazione superiore alle attese.
Questo dovrebbe far riflettere: “Noi siamo aperti a valutare molte
questioni sul fronte delle pensioni, dalla decontribuzione
all’allungamento dell’età, al Tfr, ai fondi pensioni, ma
il problema è che il Governo ha fretta, ma non può
mischiare la previdenza dalla necessità di avere meno
pressioni da Bruxelles.
ENZO
GHIGO – presidente Regione Piemonte
“Il
percorso di riforma federale dello Stato non è concluso, anzi
è in un momento di confusione”. Lo ha detto il presidente
della Regione Piemonte e Presidente della Conferenza delle Regioni,
Enzo Ghigo, intervenendo a Cernobbio al Forum Coldiretti. “Diciamo
sì al federalismo, alla partecipazione, alla sussidiarietà
– ha detto Ghigo – anche se occorre trovare le strade necessarie
per ridurre i meccanismi farraginosi che riducono o allungano le
capacità di prendere decisioni. Per questo occorre mettere a
punto una riforma istituzionale adeguata”. Ghigo ha detto che
l’attuale Governo ha fatto molte scelte giuste, “anche se – ha
commentato – ritengo che si debba sforzare di rispettare le forme
dei rapporti istituzionali: anche le regioni nel caso della legge
Finanziaria non sono state ascoltate. Su questo chiederemo una
ripresa del dialogo, anche perché abbiamo compiti in temi
importanti come il welfare e la sanità”. Ghigo ha dichiarato
che non gli piace il termine “concertazione”. “Ritengo però
– ha detto – che ci deve sempre essere un confronto tra le parti,
anche se alla fine ci vuole qualcuno che decida e governi”. Ghigo
ha dichiarato che le Regioni faranno le loro proposte per le riforme
istituzionali, anche perché bisogna riuscire a portare a
termine diverse opportunità che le amministrazioni regionali
già hanno. “Non abbiamo completato neanche la riforma
Bassanini – ha detto – perché non abbiamo le risorse
necessarie per poter esercitare le funzioni che ci assegna. Comunque
non abbiamo intenzione di fare la polizia regionale; del resto, non
siamo riusciti neppure a regionalizzare il Corpo Forestale dello
Stato, anche se sarebbe una cosa utile”. Ghigo infine ha dichiarato
di essere convinto che sarà possibile arrivare alla riforma
federale in questa legislatura.
LUIGI
MARINO – presidente Confcooperative
Per
il presidente di Confcooperative, Luigi Marino, la riforma
istituzionale per il federalismo nel nostro Paese “è un
processo incompiuto, con forti incongruenze”. “La riforma – ha
detto Marino – è accompagnata da visioni politica astratta,
mentre noi abbiamo bisogno di avere una costruzione istituzionale e
strutture funzionali ed efficienti perché comportano risparmi
economici importanti per il nostro debito pubblico”. Il presidente
di Confcooperative ha citato come esempio di dissonanza tra la teoria
politica e la pratica normativa è la legge Finanziara “fatta
da un Governo che dovrebbe essere federalista, che però
penalizza le Regioni: l’impegno politico in questo caso stride con
le allocazioni delle risorse”. In merito alla concertazione, Marino
ha sostenuto che “in Italia non c’è, tranne forse in
agricoltura, dove il Tavolo Verde è riuscito a produrre
qualcosa. Qualcuno – ha ricordato Marino – ha detto che la
concertazione è uno strumento per risanare i conti pubblici,
non per realizzare politiche di sviluppo e così ci siamo
ritrovati tagliati fuori dal Documento di programmazione economico e
finanziario, che però nelle ultime pagine afferma che le
consultazioni sarebbero state fatte in occasione della legge
Finanziaria, per cui erano previsti 11 tavoli. In realtà a
settembre ci siamo ritrovate in 35 organizzazioni a essere consultate
per mezza giornata. Se la concertazione è una consultazione
ex-post, non serve a niente”. Sulla sussidiarietà Marino ha
citato il proverbio “Val più la pratica che la grammatica”.
“La grammatica della sussidiarietà – ha detto – è
perfetta: c’è anche nella Costituzione. Ma la pratica non
funziona, anche perché la sussidiarietà e difficile da
applicare in quanto non è né liberista, né
statalista. Non va bene per chi pensa che lo Stato debba rispondere a
tutti i bisogni dei cittadini dalla culla alla bara, ma non va bene
neanche per chi pensa che il cittadino debba trovare tutte le
risposte dal mercato”. Marino ha citato le cooperative sociali “che
vengono arruolate dagli enti pubblici come truppe ausiliari perché
costano di meno e rispondono meglio. “Il problema è che con
la pratica degli appalti al ribasso, si creano i presupposti per una
spinta clientelare e un mercato nero del lavoro”.
L’ORIGINE
E LA SICUREZZA DEI PRODOTTI ALIMENTARI
Presentazione
della ricerca Coldiretti su: “Gli Italiani, l’alimentazione e i
prodotti agricoli”
RENATO
MANNHEIMER – presidente ISPO
Un
fenomeno sociale è in atto: – ha rilevato il prof.
Mannheimer – lo spostamento dei consumi verso ciò che dà
maggiori garanzie di qualità o di eticità. Gli Italiani
– ha precisato – prestano sempre più attenzione alle
caratteristiche degli alimenti e sempre più entrano nelle
abitudini dei consumatori i prodotti a denominazione di origine,
biologici, equo-solidali, Ogm-free e arricchiti. Mannheimer è
poi entrato nel vivo delle risultanze e delle percentuali rilevate
nel corso dell’indagine ISPO-Coldiretti sulle “opinioni degli
Italiani sull’alimentazione” il cui obiettivo principale è
stato quello di delineare uno scenario dell’atteggiamento e della
percezione dei nostri concittadini in rapporto ad alcune abitudini di
consumo, all’atteggiamento verso i prodotti transgenici, al
giudizio su alcuni aspetti della produzione agroalimentare italiana,
alla percezione della sicurezza alimentare, all’etichettatura, alla
propensione a pagare di più o di meno per la qualità
dei prodotti. L’indagine ha svelato i “segreti” della spesa
alimentare degli Italiani che dedicano al cibo il 15,3% dell’intera
spesa familiare, una voce seconda solo a quella per l’abitazione. E
la prima realtà che è emersa – ha concluso Mannheimer
– è quella della grande fiducia nella qualità del
“made in Italy” alimentare, una qualità che tuttavia deve
essere certificata da una etichetta il più possibile chiara e
completa anche per l’origine della materia prima impiegata.
Quale
ruolo dell’Authority
GIORGIO
CALABRESE – Componente dell’Autorità europea per la
sicurezza alimentare
Il
prof. Calabrese si è inizialmente soffermato sul ruolo che è
andata assumendo la questione della sicurezza alimentare. Il problema
di fondo – ha detto – è quello di assicurare una
tracciabilità del prodotto dal campo alla tavola che il
consumatore deve essere in grado di “rintracciare”, una
tracciabilità che consenta al destinatario finale di poter
risalire alla fonte attraverso tutti i vari passaggi. E’ un
discorso – ha precisato – che riguarda il mondo intero, che
riguarda l’Unione europea, ma che riguarda soprattutto l’Italia
che nel campo della produzione agroalimentare ha assunto un ruolo di
leadership. A livello di Authority alimentare europea si sente oggi
il bisogno di omogeneizzazione per definire una qualità che
deve essere univoca. Calabrese ha citato il recente caso dello
scandalo del peperoncino rosso dove le responsabilità non
erano di chi – come l’industria alimentare - è stato messo
sul banco degli imputati. Se ieri il consumatore chiedeva un cibo
gustoso – ha proseguito Calabrese – oggi egli vuole in primo
luogo un cibo igienicamente sano e quindi gustoso. Alimenti con
scarsa igiene possono provocare malattie infettive, indicative non di
una casualità, ma di una causalità. L’insorgenza
della Bse, gli alimenti contaminati da diossina, i casi di botulismo
ne sono una drammatica dimostrazione. L’Authority – ha rilevato
il relatore – deve quindi controllare le garanzie di igienicità
e le fasi in cui tale igienicità si perde. Nel nostro Paese
abbiamo bisogno di materie prime garantite perché il prodotto
italiano è percepito come materia prima di alta qualità,
ma occorre stare attenti perché lo stato di pericolo – ha
aggiunto – è sempre dietro la porta.
L’Europa
– ha concluso Calabrese – ha adottato una politica di rigore, di
controlli molto severi, ma è bene che sia così. In
Italia stiamo lavorando in ottima collaborazione con i Ministeri
della Sanità e delle Politiche agricole proprio perché
il nostro Paese non può sbagliare. La sicurezza alimentare è
un fattore che caratterizza una grande nazione e l’Italia lo è
e deve continuare ad esserlo non solo perché sa preparare
grandi specialità gastronomiche, ma perché sa garantire
la qualità delle sue produzioni.
I
cambiamenti climatici e le implicazioni per le produzioni agricole
GIAMPIERO
MARACCHI – Docente di climatologia Università di Firenze e
Direttore Istituto di Biometeorologia del CNR
L’agricoltura
– ha rilevato il prof. Maracchi – è fortemente
influenzata, oltre che da aspetti economici – quali la politica
agricola comunitaria - da altri fattori come quelli culturali,
politici, tecnologici e ambientali che contribuiscono ad accentuare
le differenze in termini di rese tra le varie aree produttive. Tra i
fattori ambientali un ruolo fondamentale è giocato dalle
condizioni climatiche che, in particolar modo nelle regioni
settentrionali e meridionali, sono il fattore che più incide
sulle rese. I cambiamenti climatici già in atto e previsti per
il prossimo futuro – ha aggiunto – è probabile che
accentuino ancora di più questa sensibilità, arrivando
in alcuni casi a invertire l’attuale aumento della produzione
alimentare. A fronte della situazione attuale in cui si trova
l’agricoltura italiana e degli effetti che le variazioni climatiche
potranno avere su di essa, dovranno essere studiate e approntate una
serie di strategie che possono essere impiegate per eliminare, o
almeno ridurre, l’impatto dei cambiamenti climatici mediante il
contributo della ricerca e della politica. Maracchi è poi
entrato nel merito dell’influenza delle condizioni ambientali sui
processi biofisici degli agro-ecosistemi, soffermandosi
sull’incremento della temperatura, sulla disponibilità di
acqua, sulla variabilità climatica, sulla fertilità del
terreno ed erosione, sulle fitopatie, sullo sviluppo delle infestanti
e sugli spostamenti spaziali verso il nord di alcune specie, cultivar
e pratiche di coltivazione, comprese la gestione dei fertilizzanti e
degli antiparassitari. Per Maracchi i cambiamenti climatici potranno
produrre effetti positivi o negativi a seconda della regione e del
modo in cui il clima varierà. Nessuna zona, in ogni caso,
diventerà completamente inadatta per l’agricoltura, anche se
è ipotizzabile una riduzione della superficie adatta per la
produzione di colture tradizionali, problema che potrà essere
superato tramite l’introduzione di nuove colture. Sono state
suggerite – ha concluso Maracchi – strategie economiche e
agronomiche di adattamento dell’agricoltura per evitare o almeno
per ridurre gli effetti negativi e per sfruttare gli effetti positivi
indotti dai cambiamenti climatici. Possono essere introdotte
strategie di adattamento economico per ridurre i costi agricoli dei
cambiamenti climatici tenendo conto dell’espansione generale delle
produzioni. Le strategie economiche, invece, intendono ridurre
parzialmente o completamente le perdite di rendimento causate dai
cambiamenti climatici. Queste possono poi essere ulteriormente
suddivise – ha precisato - in adattamenti di breve periodo (per
ottimizzare la produzione in presenza di cambiamenti climatici
importanti) e di lungo periodo (cambiamenti strutturali per
contrastare le avversità causate dai cambiamenti climatici).
LA
NUOVA PAC: IL PUNTO DI VISTA EUROPEO
FRANZ
FISCHLER – commissario europeo per l’Agricoltura, lo Sviluppo
rurale e la Pesca
“Nelle
decisioni del pacchetto di giugno della riforma della Pac, scegliendo
il pagamento agricolo unico, abbiamo deciso di dare priorità
al produttore e non al prodotto, cercando di garantire elevati
standard di qualità richiesti dai consumatori”. Il
commissario all’Agricoltura europea, Franz Fischler, intervenendo a
Cernobbio al Forum al Forum della Coldiretti ha subito ribadito i
punti fermi della Riforma Pac, ricordando che l’Unione ha destinato
un miliardo e 200 milioni di Euro in più allo sviluppo rurale,
che consentiranno di aprire nuovi programmi. “Dipenderà poi
dall’Italia – ha detto Fischler – come utilizzare queste
risorse in modo da garantire un futuro di successo alla vostra
agricoltura. In queste scelte sarà perciò
indispensabile coinvolgere tutti gli interessati”. Il commissario
ha affermato che a Cancun l’Unione europea si è trovata con
le mani legate prima ancora di discutere di agricoltura, “ma questo
– ha detto – non significa che le trattative per la riforma del
commercio mondiale non vadano avanti. Intanto avremo modo di
procedere con la riforma interna che ci rafforzerà nelle
trattative mondiali”. Affrontando la riforma della produzioni
agricole mediterranee (tabacco, olio d’oliva, cotone), Fischler ha
ricordato che la Commissione ha applicato a settembre lo stesso
approccio della riforma Pac, con un disaccoppiamento almeno parziale.
Per il tabacco Fischler ha ricordato che la Commissione ha preso in
considerazione che è una produzione di aree svantaggiate in
cui va salvaguardata l’attività agricola. La proposta, con
il completo disaccoppiamento, è finalizzata a salvaguardare il
reddito, mantenendo le risorse nei primi anni in modo da consentire
al produttore di fare scelte più rispondenti al mercato e poi
gradualmente arrivando a ridurre i fondi. Parte dei quali saranno
utilizzati per interventi di riconversione e per aiuti al
prepensionamento. “Abbiamo voluto salvare i produttori – ha
puntualizzato – non il prodotto”. Sull’olio d’oliva, Fischler
ha dichiarato che la Commissione ha considerato che l’olivo è
una coltura preziosa sul piano ambientale, culturale e sociale. “Gli
olivicoltori – ha ricordato – sono un terzo di tutti i produttori
comunitari. Ci sono poi regioni come la Calabria (inserita
nell’obiettivo 1) in cui l’olivicoltura è importante non
solo per il paesaggio ma anche per lo sviluppo economico e pertanto
le nostre proposte mirano a mantenere un reddito stabile ai
produttori, offendo possibilità di fare scelte che meglio
rispondano agli andamenti del mercato”. Di fronte alle critiche, il
commissario Fischler si è detto disponibile a discutere su
proposte concrete il 10 e 11 novembre con tutte le parti interessate.
Fischler ha anche anticipato alcune riflessioni sulla riforma del
mercato dello zucchero. “Abbiamo tra strade – ha detto –
mantenere lo status quo , che significherà aprire il mercato
europeo a quote di importazione; ridurre il prezzo interno Ue, e
riduzione delle quote man mano che ci si avvicina al prezzo mondiale;
completa liberalizzazione del mercato”.
INCONTRO
CON LA FILIERA AGROALIMENTARE ITALIANA
Hanno
preso parte al dibattito Paolo Bedoni, Presidente di
Coldiretti, Alfredo Gaetani, Amministratore Delegato,
Eurolat, Maurizio Gardini, Presidente Conserve Italia,
Luciano Sita, Presidente Granarolo, Luigi Rossi di
Montelera, Presidente Federalimentare, Vincenzo Tassinari,
Presidente Coop Italia, Rosario Trefiletti, Presidente
Federconsumatori.
ROBERTO
FORMIGONI – presidente Regione Lombardia
Per
il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, il tema
essenziale per l’agricoltura è il rapporto con
l’informazione. “E’ necessario che i consumatori vengano
informati sui corretti obiettivi della Politica agricola comunitaria
che non riguarda solo l’alimentazione, ma anche il rapporto
costi/benefici: i fondi destinati all’agricoltura sono finalizzati
al bene pubblico, ma questo non viene percepito come tale”. Per
Formigoni i nostri prodotti tipici sono una ricchezza per la
collettività e lo sviluppo rurale non riguarda solo il settore
primario, ma è un’occasione per un sviluppo del sistema
economico. “Una delle eccellenze della Lombardia – ha detto il
presidente della Regione – è di coniugare i primati agricoli
con quello industriale e di servizio.” Formigoni ha fatto tre
appelli: Al mondo agricolo, alla trasformazione industriale, alle
istituzioni. “Al mondo agricolo perché persegua ad ogni
costo l’unità, perché nei momenti di difficoltà
è importante partecipare assieme alla comunicazione verso i
consumatori per spiegare che il bilancio comunitario destinato
all’agricoltura non è per alimentare fenomeni distorsivi, ma
per garantire sicurezza e salvaguardare il territorio e il tessuto
sociale. Alla trasformazione industriale per affermare un approccio
interprofessionale indispensabile allo sviluppo. Alle istituzioni che
devono sempre agire nella condivisione degli obiettivi e
nell’integrazione delle politiche che a volte si sovrappongono nei
diversi livelli regionali, nazionali e comunitari”.
GIANNI
ALEMANNO – Ministro delle Politiche agricole e forestali
Il ministro delle Politiche Agricole, Giovanni
Alemanno, ha fatto a Cernobbio un bilancio dei due anni e mezzo del
suo Ministero. “Il primo elemento con cui ci siamo dovuto
confrontare- ha detto – è stato quello delle emergenze che
gravavano sull’agricoltura e l’agroalimentare. Oggi ne stiamo
venendo fuori, come dimostra la vicenda delle quote latte in cui il
75% degli undicimila allevatori che devono pagare il superprelievo,
dopo molti anni hanno cominciato a pagare. Il secondo elemento è
stato il rafforzamento delle imprese agricole nel sistema produttivo.
Anche questo è un obiettivo che ormai stiamo raggiungendo con
la legge d’Orientamento e la legge Delega. Un esempio ne sono i
provvedimenti fiscali contenuti nella Finanziaria”. Secondo
Alemanno, risolti i primi due problemi, il suo Ministero deve oggi
puntare all’integrazione di filiera. “Un’impostazione – ha
detto il ministro – che dovrebbe guidare tutte le politiche
produttive del nostro Paese”. Per il settore agroalimentare,
Alemanno ha indicato la necessità di realizzare una base su
cui costruire i rapporto di filiera che consentano di sviluppare le
innovazioni di processo e quelli di prodotto per far crescere il
settore. Un esempio possono essere il settore lattiero e quello
ortofrutticolo. “Nel settore del latte, superato il problema delle
quote – ha detto il ministro – abbiamo messo a punto un documento
che affronta il problema del latte nel suo complesso della filiera
produttiva. Un elemento qualificante di questo settore è stato
il decreto del latte fresco”. Per il settore ortofrutticolo
Alemanno ha ricordato la messa sotto accusa del settore per l’aumento
dei prezzi. “Si è generato – ha detto – uno scontro tra
agricoltura e distribuzione a causa di una forbice dei prezzi
larghissima. Questo problema può essere superato se c’è
un tavolo di filiera che la renda più trasparente e più
corta, in modo da eliminare i passaggi inutili”. Ultimo elemento
sui prossimi impegni è costituito per Alemanno dalla Delega
derivante dalla legge 38, la cui parte più importante è
costituita dall’etichettatura e dal rafforzamento
dell’organizzazione interprofessionale. “Per realizzarli – ha
detto – dobbiamo avere interlocutori realmente credibili”. Infime
Alemanno ha sostenuto che bisogna fare in modo che consumatori e
settore agricolo abbiano un punto di riferimento chiaro: questo può
essere l’Agenzia nazionale per la sicurezza “che, magari
all’inizio – ha detto – sarà un’autorità forte
che metta in rete tutto ciò che già esiste”.
PAOLO
BEDONI – Presidente della Coldiretti
A
conclusione dei lavori del Forum dello scorso anno ci siamo lasciati
con una parola d’ordine che non era ancora un progetto ma era già
una concreta ipotesi di lavoro: il patto tra le componenti della
filiera a sostegno del “made in Italy alimentare”. Lanciammo
questa come una ipotesi su cui riflettere e discutere e non ancora
come un progetto perché non si erano create le condizioni per
cui ciò avvenisse. Era evidente la volontà di tutti –
agricoltura, industria, cooperazione e distribuzione - di dare vita
ad un confronto non più episodico ma organico e globale tra le
componenti della filiera.
Questa
volontà emergeva da un lavoro comune fatto insieme in questi
anni teso proprio a ricostruire il tessuto su basi nuove di un
rapporto che oso definire “ineguale” tra il settore agricolo, da
una parte, e l’industria e la distribuzione dall’altra. Su questo
punto voglio essere chiaro: non abbiamo mai pensato che questo
rapporto fosse “ineguale” per colpa dell’industria e della
distribuzione. Esse facevano il loro mestiere. Lo facevano bene o
male a seconda dei soggetti e delle filiere, ma lo facevano in base
alle loro strategie di mercato. E il mercato è un signore con
il quale non si scherza.
Non
era dunque colpa dell’industria e della grande distribuzione se il
settore agricolo continuava a perseguire (o anche solo a subire)
politiche che lo tenevano lontano dal mercato. E che quindi lo
destinavano del tutto naturalmente all’irrilevanza economica,
sociale ed anche istituzionale. Senza leadership, senza ruolo sociale
e quindi senza forza contrattuale, il settore agricolo non poteva
avere neppure peso economico. Quindi non poteva che presentarsi
dispersa e frammentata di fronte alle altre componenti di filiera che
invece, seguendo le logiche di mercato, si muovevano nel senso
dell’accorpamento in grandi gruppi e dell’integrazione
produttiva, economica e finanziaria. Rinnovando la rappresentanza
agricola a partire dalla centralità dell’impresa e dalla
rigenerazione dell’agricoltura noi abbiamo fatto una scelta molto
precisa. Abbiamo scelto lo sviluppo contro la sussistenza, il mercato
contro l’emarginazione assistita. Scegliendo poi il Tavolo
agroalimentare (e non quello meramente agricolo) come sede di
riferimento istituzionale della concertazione, noi abbiamo definito
un obiettivo altrettanto chiaro: quello della costruzione di un
dialogo strategico di filiera. E’ sui contenuti di questo dialogo
che noi dobbiamo discutere, non sull’opportunità o meno di
farlo. L’anno scorso abbiamo avviato proprio qui a Cernobbio un
dibattito sui contenuti di questo dialogo che però era
fortemente condizionato nei suoi sviluppi dalle scelte che si
sarebbero fatte in Europa nell’ambito del negoziato sulla verifica
di medio termine della politica agricola comune. Noi avevamo
sostenuto e puntato sulla riforma di quella politica proprio come
precondizione necessaria per avvicinare in modo decisivo
l’agricoltura al mercato. Perché, pur se parziali, gli
orientamenti della riforma Fischler legano sempre più la
produzione agricola ad una qualità spendibile sul mercato e ad
una multifunzionalità valutabile in termini economici. Noi
vogliamo di più: vogliamo che quella qualità sia
spendibile in quanto certificata e quella funzionalità sia
reddito in quanto risultato economico di una prestazione socialmente
ed economicamente utile all’economia del territorio. Sappiamo con
Fischler – e ne abbiamo avuto conferma oggi – che la riforma è
impostata ma va attuata ed implementata con determinazione e rigore.
Ce l’ha ricordato il Commissario europeo in piena sintonia con le
indicazioni che ci sono venute ieri dal saluto del Presidente Prodi:
indicazioni preziose per l’autorevolezza della carica istituzionale
da cui provengono e per il livello di visione strategica con cui il
Presidente della Commissione europea ha seguito anche in questa fase
i temi della politica agricola europea e dello sviluppo della filiera
agroalimentare. Le parole di Prodi ci rafforzano sulla convinzione
che l’economia agricola italiana, per le sue caratteristiche, è
la più interessata, nell’immediato ma soprattutto in
prospettiva, ad una politica agricola che vada in direzione della
qualità della produzione e dello sviluppo rurale. Anche il
dibattito di ieri e quello di oggi lo hanno confermato
inequivocabilmente. Chi frena sull’attuazione della riforma
Fischler probabilmente difende interessi molto particolari che, per
quanto legittimi, in nulla e per nulla sono gli interessi generali
dell’impresa agricola italiana e del settore nel suo insieme. E’
decisivo il posizionamento di oggi perché la riforma Fischler
offre all’agricoltura italiana potenzialità di sviluppo –
proprio in termini di modello – che la destinano ad una posizione
di leadership. E questa agricoltura, solo questa agricoltura è
in grado di dialogare in modo credibile con le altre componenti di
filiera. Sia chiaro che noi qui stiamo e da qui non ci muoviamo. E’
su questo terreno che però chiediamo all’industria, al
sistema cooperativo e alla grande distribuzione di muoversi con
decisione e con coraggio. Primo, dando con noi forza e respiro
progettuale al tavolo di concertazione; secondo, affrontando insieme
la sfida della qualità e della valorizzazione delle risorse
globali del territorio nella costruzione della catena del valore
della filiera agroalimentare. Certo, non vogliamo far finta che non
vi siano punti di vista diversi, specialmente con l’industria, su
alcune questioni come l’indicazione dell’origine territoriale del
prodotto agricolo in etichetta e la questione dell’Ogm-free. Su
quest’ultimo punto occorre prudenza da parte di tutti e la
consapevolezza che comunque le scelte si faranno a livello
sopranazionale. Una cosa è certa: per ora parla il mercato e
le risposte sono inequivocabili. L’industria e la grande
distribuzione valuteranno se e quanto converrà loro di non
tener conto di questo orientamento netto del consumatore. Valuteranno
anche se e quanto l’omologazione produttiva converrà al
“made in Italy alimentare”. Noi non ne facciamo una battaglia di
religione: ne facciamo una questione di sicurezza, di
ecosostenibilità e in ultima analisi di interesse economico
delle nostre imprese. Non può essere questo il punto che ci
può dividere. Come non ci deve dividere la diversa sensibilità
che abbiamo sulla questione, che noi abbiamo messo sul tavolo,
dell’indicazione dell’origine territoriale dei prodotti agricoli.
L’ultima cosa che ci sogniamo di fare è quella di
danneggiare l’industria alimentare italiana quando essa – per
ragioni economicamente valide – fa ricorso a prodotti agricoli di
importazione. E d’altra parte nessuno nega che nell’industria
della trasformazione vi è competenza e know-how che, a pieno
titolo, rientrano nella cultura del made in Italy. Quel che noi
vogliamo è che si valorizzi al massimo la produzione italiana,
anche e soprattutto stimolandone la crescita in termini di qualità.
Noi possiamo restituire in termini di qualità dei prodotti di
base ciò che l’industria e la distribuzione ci possono dare
in termini di certezze di acquisto e di opportunità di
mercato. Insieme possiamo fare del “made in Italy alimentare” un
gioiello produttivo con cui ben pochi possono competere sul mercato
europeo ed internazionale. Dunque cogliamo le opportunità,
valorizziamo le convergenze e non drammatizziamo le differenze.
Cominciamo a ragionare insieme sulle filiere in cui il made in Italy
è particolarmente forte e in cui l’indicazione dell’origine
territoriale è una risorsa straordinaria per il prodotto
finale. Facciamo qui un grande sforzo congiunto e sperimentiamo le
potenzialità di questa alleanza. Registro con soddisfazione le
aperture e la disponibilità ad una concreta collaborazione da
parte del presidente di Federalimentare Rossi di Montelera.
Mettiamoci intorno ad un tavolo anche con la cooperazione e con la
grande distribuzione e ragioniamo sui segmenti produttivi e sulle
filiere già predisposti a valorizzare in tutta la sua
interezza il prodotto made in Italy. Isoliamo le aree critiche e su
di esse troviamo le forme di collaborazione possibili fin d’ora.
Con la gradualità e il realismo necessario ci possono portare
a soluzione più redditizie per tutti. Ecco in che cosa
consiste quello che noi chiamiamo il “patto di filiera”, un patto
fondato sulla valorizzazione del prodotto alimentare italiano,
richiesto dal mercato e letteralmente invocato dal consumatore. Io
sono convinto che se ci avviamo su questo percorso noi troveremo le
necessarie rispondenze istituzionali. In questo anno che è
trascorso dall’ultimo Forum di Cernobbio su questo terreno si sono
fatti passi decisivi in avanti. Mi sento di dare atto al Ministro
Alemanno di aver fatto un importante lavoro per il consolidamento e
il rafforzamento del tavolo agroalimentare come sede strategica di
concertazione. E proprio le certezze acquisite in sede di
concertazione hanno messo in condizione il Ministro, anche in qualità
di Presidente di turno dei Ministri dell’agricoltura, di sostenere
con autorevolezza e decisione la riforma della Politica agricola
europea. E’ in questo quadro di riferimento, che è anche un
quadro di certezze valido per almeno un decennio (e non è
davvero poco per un’impresa) che noi collochiamo le grandi
potenzialità del “patto di filiera” costruito intorno al
valore del made in Italy. E in questa prospettiva speriamo di
ragionare il prossimo anno sui passi in avanti concreti che avremo
fatto. Chiudo i lavori del terzo Forum ringraziando voi tutti, e con
voi i relatori, i moderatori e gli ospiti che si sono intervenuti in
questi due giorni.
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