CONSIGLIO NAZIONALE COLDIRETTI, LA RELAZIONE DEL PRESIDENTE PAOLO BEDONI:

Tutela del Made in Italy”

 

Pubblichiamo stralci del discorso pronunciato al Consiglio nazionale dal Presidente della Coldiretti Paolo Bedoni.

Chi come noi si è assunto la responsabilità di portare avanti un progetto di grande respiro come quello della rigenerazione dell’agricoltura ha ben chiaro nella mente quanto siano concatenati gli obiettivi della sua azione. E come questi obiettivi siano raggiungibili solo ed in quanto vengano percepiti dall’opinione pubblica come rispondenti a un interesse di carattere generale, oltre che all’interesse specifico di un settore economico o di una categoria sociale.

La ragione è fin troppo evidente: la rilettura che noi abbiamo fatto dell’evoluzione e delle prospettive dell’impresa in agricoltura ci ha portato automaticamente a ragionare in termini di interesse generale e quindi a cercare la connessione tra politica agricola e politica economica generale. Comunque a sottolineare le interdipendenze tra un settore economico come il nostro e la società nel suo insieme. Noi sappiamo che si tratta di una chance in più di cui disponiamo per dare più forza e più prospettive alle nostre imprese. Ad essere onesti quindi, più che di un pregio, si tratta di un privilegio perché oggi, in una società come la nostra, la domanda di qualità e di sicurezza alimentare ed ambientale del consumatore è per un’impresa agricola degna di questo nome una grande opportunità economica, e non solo uno stimolo – anch’esso certamente apprezzabile – a proporre un salutare e gradevole stile di vita.

Tutto procede con una lentezza estenuante a livello politico. Francamente non mi sento di accreditare nessuna dietrologia sulle ragioni che inducono – a seconda dei casi – Ministeri, Governo, Parlamento (ma dobbiamo aggiungere, Regioni ed Enti locali) a muoversi con una sorta di “pigrizia istituzionale” che è l’unica cosa bipartisan” che conosciamo. Non credo ci sia boicottaggio da parte del sistema politico in quanto tale. In fondo sarebbe meglio: sapremmo contro chi e come combattere. C’è purtroppo un forte, direi drammatico, limite culturale della politica a capire ciò che sta avvenendo nella società reale, e nel nostro caso nell’economia agricola reale e questo rende plausibile ogni genere di rinvio e di sottovalutazione dei problemi e delle urgenze. La Coldiretti in questi anni si è assunta il compito di mettere le soluzioni sul tappeto, avendo voluto e saputo elaborare un progetto (quello della rigenerazione) che risponde all’interesse dell’impresa agricola ed è compreso e condiviso dalla stragrande parte dei cittadini e dei consumatori. Ma ogni passaggio ha richiesto battaglie sfibranti e mobilitazioni d’altri tempi. Ogni conquista ha richiesto un supplemento di impegno e di pressione perché venisse realmente applicata e consolidata. Davvero questo è il male oscuro del sistema politico italiano. Perché onestamente non si capisce per quale misteriosa ragione i governi che esso esprime non riescano a dare consequenzialità alle scelte che fanno neppure quando queste scelte, se attuate conseguentemente, porterebbero risultati positivi e grande consenso. Oggi con l’attuazione dei regolamenti della Pac rischiamo una nuova puntata di questa telenovela. Diciamo semplicemente al Governo e al Ministro delle Politiche Agricole che in nessun modo noi accetteremo che si tenti di disfare in Italia quanto di positivo si è deciso in Europa. Perché essi sanno bene che la nuova Pac è un successo ed un progresso per l’agricoltura italiana: corrisponde al pieno ed assoluto interesse di imprese e di produzioni che esaltano le risorse attuali e le potenzialità della nostra economia agricola e del nostro territorio. Il Governo deve sapere che il mancato rispetto dei tempi e delle modalità di attuazione della Pac apre necessariamente un fronte conflittuale. Speriamo davvero che non ce ne sia bisogno. All’attuazione della Pac, soprattutto dopo i risultati ottenuti con la riforma di olio e tabacco, è legato il successo di un nuovo modello di sviluppo del sistema delle imprese in agricoltura che valorizzi al massimo le potenzialità del made in Italy agroalimentare.

E’ evidente che dobbiamo affrontare in modo organico le tematiche della rigenerazione. Una prima e fondamentale questione riguarda la tutela dell’origine, per la quale abbiamo depositato in Parlamento un milione di firme e il Senato ha già avviato l’iter parlamentare. Come sapete, su questa proposta si è manifestata un’opposizione decisa della Federalimentare che ha fatto girare tra gli “addetti ai lavori” ma, stranamente, non ha presentato pubblicamente un dossier dai toni apocalittici che dimostra solo la fragilità, oltre che l’incongruenza, di un atteggiamento veteroindustriale che nega l’indiscutibile ruolo fondante che l’agricoltura ha ai fini del successo e dell’esistenza stessa del “made in Italy” alimentare. Per la verità, non sono le argomentazioni della Federalimentare a preoccuparci perché, si basano su una visione che dà per scontato un processo di crescente multinazionalizzazione della filiera agroalimentare. Un processo che presuppone, da un lato, la crescente sostituibilità di quella che gli industriali chiamano la “materia prima agricola”, e, dall’altro, dà per scontato la progressiva delocalizzazione dei processi di trasformazione. Lo scenario che viene disegnato con una certa compiacenza è quello di un made in Italy senza base produttiva: un made in Italy che sarebbe prima o dopo costretto, per esempio, a produrre in India o in Arabia Saudita e con grano canadese una pasta che si pretenderebbe di continuare a chiamare “italiana”. Per fortuna la realtà va in direzione opposta e la grande industria farebbe bene a tenerne conto. Accade per esempio che, nel frattempo, il piacere e la voglia dei consumatori di riscoprire gli antichi sapori abbiano portato a far nascere in tante zone d’Italia piccoli e floridi stabilimenti per la produzione di paste locali con le quali la nuova cucina e la ristorazione vanno a nozze. La filosofia di fondo di questa posizione di Federalimentare tende proprio a far passare in secondo piano, al limite della marginalità, l’apporto alla filiera dell’impresa agricola italiana e del suo prodotto. Ed è questo l’aspetto che ci preoccupa di più. Un atteggiamento miope dell’industria crea un frattura pericolosa all’interno di un processo di filiera e allontana i tempi di una ristrutturazione che, per essere vincente sul mercato, non può che partire dalla valorizzazione della qualità del prodotto agricolo e del suo legame con il territorio. Nonostante la disinvoltura di certe argomentazioni con cui ci si contrappone alla nostra proposta di indicazione obbligatoria dell’origine, noi siamo del parere che bisogna tener aperto a tutti i costi il dialogo perché, prima o dopo, un ravvedimento dell’industria è pressoché inevitabile. Il made in Italy alimentare è molto di più di un prezioso giacimento da preservare.

E’, in quanto tale, un asset decisivo della politica economica e quindi una ricchezza inestimabile per il futuro della società italiana nell’era post-industriale in cui ci siamo già abbondantemente inoltrati. Questo asset si può utilizzare e spendere in un solo modo: mettendo l’agricoltura in condizione di alimentare la filiera con prodotti che abbiano tre caratteristiche congiunte: la qualità che deriva dall’ecosistema, l’insostituibilità che deriva dal legame con territori ad alta riconoscibilità culturale, la competitività che deriva dalla formazione di un moderno e dinamico sistema di imprese in grado di andare sul mercato anche con piccoli volumi produttivi. Il nostro progetto di rigenerazione dell’agricoltura ha teso proprio a creare le premesse perché queste tre caratteristiche si possano sviluppare al massimo livello in Italia. Perché questo progetto si possa compiutamente realizzare occorre, a questo punto, che sulla Legge di orientamento dell’impresa agricola – che è un pilastro di fondamentale importanza – si innestino i regolamenti attuativi della nuova Pac ed una politica economica di sostegno e stimolo all’impresa dal punto di vista fiscale, finanziario ed infrastrutturale. Abbiamo davanti a noi dieci anni di certezze dal punto di vista della Pac per poter far decollare un nuovo modello di sviluppo di un’agricoltura fortemente compenetrata nel sistema economico e, per questo, capace di creare nuove opportunità di crescita. La mobilitazione che ci attende è quella di promuovere il nuovo modello di sviluppo in tutte le campagne italiane, costruendo intorno ad esso un convinto ed esteso sistema di alleanze con settori della società che hanno interessi congiunti con l’impresa agricola e l’agricoltura.

 

 

 

 

 

 

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