Il dibattito sulle De.Co., le Denominazioni Comunali

nate da un'idea di Luigi Veronelli

 

Sul numero 4 del suo notiziario giornaliero, La notizia del Giorno di Papillon, il critico Paolo Massobrio ritorna a parlare, e a far discutere, sulla De.Co. con un breve editoriale che ripubblichiamo qui sotto.

 

Anche noi, insieme a Massobrio, a Riccardo Lagorio e a tanti altri, crediamo fortemente in questo progetto, o iniziativa che di si voglia. Le denominazioni comunali sono diventate da tempo una battaglia e un'impegno anche per INformaCIBO.

 

Con Paolo Massobrio crediamo che debba essere una semplice (ma tanto importante!) delibera comunale ad attestare il valore storico del prodotto. E proprio su questa linea si muoveva, agli inizi degli anni novanta del secolo passato, l'intuizione di Luigi Veronelli (qui di fianco riproduciamo un suo scritto apparso sul Corriere della Sera). E da Grande Maestro, Veronelli parlava chiaro: “dovete difendervi dalle omologazioni del gusto e dalla burocrazia che impone bolli e scartoffie. Basta una delibera comunale per tutelare i prodotti tipici locali e territoriali”.

 

Parole che giriamo direttamente al ministro per le Politiche Agricole e Alimentari, Paolo De Castro:

un ministro attento ai valori della tradizione dovrebbe non snobbare, ma pensarci mille volte ad un progetto “che non costa niente” e che valorizza al massimo i prodotti e il territorio e si propone di diffondere il meglio della nostra cultura agroalimentare. Lo stesso appello è rivolto ai Sindaci sui cui tavoli giacciono le proposte di De.Co., avanzate da associazioni e consiglieri comunali.

 

Milano a Denominazione Comunale

di Paolo Massobrio

 

Torna la De.Co. la denominazione comunale, all'attenzione del Consiglio Comunale di Milano, che ieri ha individuato alcune specialità rispetto alle quali il Comune prevede una delibera. La proposta ripartì con Golosaria lo scorso anno ed oggi torna al dibattito. Ma sono ancora tanti gli equivoci che girano intorno a questa iniziativa, voluta fortemente da Luigi Veronelli. 

 

Si dice De.Co. e piovono gli equivoci. C'è chi le critica senza sapere cosa sono; chi non le vuol sentire perché l'idea era di Veronelli; chi è scettico perché ci sono di mezzo i sindaci; chi ha sempre un'altra idea che è la migliore del mondo.

E poi ci sono i consulenti che farebbero la De.Co. anche sulla minestra di pantofole o i venditori di tappeti che ingenerano ancora più confusione. Infine c'è il ministero per le Politiche Agricole che sta zitto, nonostante sia stato invitato a fare chiarezza, non con le circolari dei suoi funzionari, ma con un tavolo di lavoro, come propose il ministro Alemanno, nel maggio del 2005, che vide nelle De.Co. una buona opportunità.

Proviamo a dire due cose. Si dice De.Co. (denominazione comunale) e non denominazione comunale di origine (Prima confusione). La De.Co non tutela nulla, è la semplice delibera di un Comune che si riconosce in quei prodotti e in quei saperi identitari. E in un dato momento storico censisce una realtà riferita ad un prodotto. Così facendo avvia un processo di marketing territoriale, che può sfociare in altre iniziative (un marchio collettivo territoriale, la richiesta di una denominazione tutelata dalla UE come può essere una Igp o un Dop. Oppure nulla: rimane un semplice atto politico consegnato alla storia).


La De.Co. non è un marchio (Seconda confusione). Ma nello stesso tempo è una cosa che c'è, esiste, vive nei Comuni e nelle comunità e il Comune la identifica, si riconosce. Tutto il resto genera confusione (e il ministero dirigista che manda circolari, farebbe bene a scendere dallo scranno e a confrontarsi, se non vuole passare alla storia come il ministero delle ambiguità), anche perché la De.Co. non è una via breve e facilona per tutelare dei prodotti (Terza confusione). Lo ribadiamo: è un semplice atto, una delibera, un flatus voci che favorisce una partecipazione popolare, un'autocoscienza. E non è poca cosa.

 

I commenti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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