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Da
“Il Foglio” del 19 febbraio 2003
ROMA
DEL BOLOGNESE
Piazza
del popolo 1 – Roma
Tel.
06 3611426
Centocinquantaquattro
euro e mezzo in due per non vedere Gaetano Pecorella. Dicono che qui
vengono Arbore, Bono degli U2, Gorge Clooney, Del Noce (purtroppo
Fabrizio), Fassino, Mastella, Rodotà (purtroppo Stefano),
Rutelli, Rita Rusic, Squitieri. Bisogna crederci: lo provano le foto,
gli autografi, Barillari e Dagospia, però la sera di mercoledì
5 febbraio 2003 non si è visto nemmeno Pecorella. O meglio:
metà tavolo maccheronico, quello con vista sull’ingresso, è
riuscito a scorgerlo, mentre l’altra metà (la metà
scrivente) essendo nuca all’uscita non ha avuto questo privilegio.
Però i centoquarantaquattro euro e mezzo li hanno voluti lo
stesso. Ma facciamo un passo indietro. Centocinquantaquattro euro e
mezzo per fare fatica ad entrare, perché davanti all’ingresso
(reperita iuvant: davanti all’ingresso) c’è il guardaroba,
che se uno si sta infilando il cappotto tu resti fuori al freddo, in
attesa. Non siamo proprio di primissimo pelo, abbiamo mangiato in
centinaia di ristoranti di ogni livello da Milano a Milazzo, ma
questa del guardaroba al posto dell’ingresso ci è sembrata
davvero lisergica. Centocinquantaquattro euro e mezzo per farsi
rimproverare dal maitre: la prenotazione era per le 22 e sono solo le
21 e 45. Pensavamo che fosse un ristorante invece è la Fiat
Mirafiori, da qualche parte ci dev’essere l’aggeggio per timbrare
i cartellini. Centocinquantaquattro euro e mezzo per essere gettati
in un tavolino di dimensioni risibili, incastrato tra altri mille
tavolini, cosicché non si può parlare di niente salvo
di quello che il giorno dopo deve sapere tutta roma.
Centocinquantaquattro euro e mezzo per leggere sulla carta manzo
chinino al posto di chianino, Chàteau Briand invece di
chateaubriand, quando con il costo di un pranzo la proprietà
potrebbe farsi correggere per un anno le bozze da Luca Serianni, il
grande glottologo della Sapienza. Centocinquantaquattro euro e mezzo
per vedere sul tavolo (ino) grissini confezionati marca Grissin Bon,
come nelle migliori (e anche peggiori) pizzerie, per mangiare
tortellini fatti in casa ma fatti male, con sfoglia spessa e dura, e
lasagne del genere mappazza, bevendo un ruspante Cesanese del Piglio
Massimi Berucci che la dolce Maria Berucci ci conferma costare 12
euro iva compresa (ai privati, ai ristoranti meno).
Centoquarantaquattro euro e mezzo per capire di averne buttati altri
quaranta, il costo complessivo delle guide Espresso e Gambero Rosso,
che al Bolognese danno rispettivamente un cappello e una forchetta
(ma forse è satira). Centoquarantaquattro euro e mezzo in due
per dover lasciare anche la mancia alla sbuffante guardarobiera,
ingombrando l’uscita fra le imprecazioni a sandwich di chi vorrebbe
giustamente uscire e di chi vorrebbe incomprensibilmente entrare.
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