|
17/10/2002
"Dio
salvi la regina e la sua cucina"
di
Camillo Langone
Un
pub nel centro di Londra
Bistrattate
da sempre, le golosità British vanno alla riscossa. E trovano
sostenitori eccellenti, tra chi fa incetta di formaggi da Harrods e
chi difende lo stomaco di pecora ripieno
Chi
di globalizzazione ferisce di globalizzazione perisce, anche in
cucina. A Londra, capitale di un impero che ha quasi unificato il
mondo con la propria lingua, le proprie leggi e i propri sport, è
più facile imbattersi in un ristorante indiano che in uno
britannico tradizionale. Il pregiudizio alla base di questa
disaffezione viene da lontano, tanto che Oscar Wilde scrisse:
«L'inferno è un posto dove il cuoco è un
inglese».
Se
loro stessi la pensano così, figuriamoci quanta simpatia per i
sapori d'Oltremanica nutrano gli italiani, che al ritorno da Londra
si ritrovano sulla giacca l'odore di fish and chips.
È
arrivato il momento del riscatto: spronati dagli appelli del principe
Carlo in favore della vecchia formaggi e delle sue tradizioni di
campagna, i più avvertiti fra i sudditi di Elisabetta stanno
riscoprendo le proprie specialità.
Al
posto del lardo di Colonnata e delle lenticchie di Castelluccio ecco
feticci gastronomici dai sapori forti, come il montone del Lake
District e le salsicce di Gloucester. Per questo hanno mandato in
avanscoperta, al Salone del gusto di Torino (24-28 ottobre), 46
selezionatissimi produttori con tutte le loro golosità.
Un'occasione unica per entrare in contatto con una cucina che
continua a essere meno conosciuta di quella della Thailandia o del
Perù.
E
nessuno si azzardi a citare come precedente il fenomeno dei pub
finto-inglesi e finto-scozzesi aperti un po' ovunque in Italia,
locali incongrui dove tra cornamuse e tartan assieme alla birra viene
servito il culatello (è capitato davvero, a Gallarate). In
verità, a parte la birra real ale (vedere il riquadro in
questa pagina) e qualche formaggio come stilton e cheddar reperibili
nelle migliori boutique gastronomiche (Peck a Milano, Castroni a Roma
e poche altre), si parla di prodotti finora introvabili in Italia.
Come saranno accolti dai nostri buongustai? Inevitabili i mormorii di
scetticismo, come quello della scrittrice Camilla Baresani che
racconta di ristoranti sul Sole 24 Ore: «In Galles ho trovato
carne che sapeva di mucca invecchiata, affogata in salse collose, a
Londra un mucchio di dolci cremosi e glassati, colorati come la casa
di Barbara Cartland». Perfida Albione.
Non
la pensa così Tiziana Frescobaldi, che all'ombra del Big Ben
non ha tradito i vini di famiglia per il gin caro alla regina madre,
ma ha trovato ugualmente qualcosa di apprezzabile: «Quando
abitavo a Londra, le marmellatine di arancia erano la mia
consolazione». Questo è forse l'unico campo mangereccio
in cui la Gran Bretagna vanti un primato riconosciuto: al Salone del
gusto non mancherà il necessario per un perfetto tè
delle cinque, compresi i biscotti d'avena di Macleans, i biscotti di
pasta frolla di Shortbread House e il miele di erica dei monaci
benedettini dell'abbazia di Pluscarden. Le delizie appena citate sono
tutte scozzesi, è il caso di precisarlo vista l'accesa
rivalità che da secoli divide Scozia e Inghilterra.
Proprio
a Edimburgo un esteta come Peter Glidewell, consigliere artistico del
ministro Giuliano Urbani, ha fatto un'esperienza gastronomica: «Il
famigerato haggis, uno stomaco di pecora riempito di avena, cipolle e
frattaglie dello stesso animale, al di là delle apparenze si è
rivelato piuttosto buono» (ma le autorità sanitarie
inglesi minacciano di metterlo fuori legge).
Dulcis
in fundo, ecco gli angloentusiasti, gourmet che non hanno bisogno di
andare a Torino per sapere quanto di ghiotto si nasconda oltre le
scogliere di Dover. Gianfranco Vissani è un appassionato di
pernici britanniche, le migliori. Ma se il supercuoco si fa spedire
le materie prime, Renzo Arbore le acquista in loco: «Ogni volta
che vado a Londra mi precipito da Harrods a fare incetta di stilton e
cheddar». Per quanto fornito, però, il grande magazzino
non può avere tutte le prelibatezze che si producono dalla
Cornovaglia alle Orcadi. Urge per Arbore una visita a Torino,
Lingotto Fiere, padiglione 1.
|