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19
aprile 2007 da Il Domenicale
Mangiar
bene e ristorarsi: ma dov’è finito l’ideale umano del cibo
condiviso?
Le
guide alla ristorazione sono diventate liste di inclusione ed
esclusione concepite in base a criteri imperscrutabili (o forse fin
troppo palesi). E noi ci domandiamo: perché mai dovremmo
apprezzare vivande preparate da gente annoiata per gente annoiata?
Gianluca
Montinaro
Sono
dieci anni che la pubblicazione delle guide ai migliori ristoranti
d’Italia non è più un’occasione per dibattere, tra
il frivolo e il divertito, su dove si mangino le migliori
pastasciutte piuttosto che i più succulenti brasati, su chi
abbia guadagnato o perso mezzo punto piuttosto che un cucchiaio, una
forchetta, un cappello, una stella.
In
edicola proliferano riviste e rivistucole di cucina, vini e
ristoranti. In televisione e in radio c’è sempre lo chef di
turno che in cinque minuti (mentre i tempi della cucina, lo sanno
bene le nostre nonne, dovrebbero essere ben più lunghi) mostra
come cuocere gli spaghetti o come abbinare i ricci di mare con la
cioccolata. E i giornali infarciscono le pagine di rubriche culinarie
e di recensioni a osterie e ristoranti.
Duro
mestiere è quello del critico gastronomico. Non solo si è
sempre in giro per l’Italia, non solo si corrono seri rischi per la
salute (non manca di farlo notare il compiaciuto Edoardo Raspelli,
immolatosi sull’altare della cucina con i suoi 130 chili), ma
soprattutto si è in perenne lotta contro i colleghi e i
ristoratori nemici. In ballo non c’è solo l’affermazione
di una palatale superiorità, ma il governo di un mondo attorno
al quale ruotano tanti soldi: l’indotto dei ristoranti ma anche
quelli dei media, e dei ai vini, la promozione dei prodotti e del
territorio, la pubblicità, l’immagine. Un enorme mercato
che, anche in questo periodo di non facile situazione economica, al
cibo e ai ristoranti continua a destinare un fatturato crescente
nell’ordine di miliardi di euro.
Chef,
giornalisti e palati
Varie
cordate tentano la scalata alla montagna della cucina. Fra i più
agguerriti sono i compagni della rivista Gambero Rosso, partiti
come costola de il Manifesto e ora convertiti al più sfrenato
capitalismo. Un piccolo impero che comprende una rivista (con anche
una redazione a New York), svariate guide, una tv satellitare e una
faraonica e autocelebrativa struttura chiamata “Città del
Gusto” (in centro a Roma), con cucine, sale da pranzo e altri
luoghi dedicati. I tempi della “barbera rossa la vincerà”
sono lontani, così come le sagre di paese e le popolari feste
dell’Unità.
Convertiti
allo slow food (movimento culinar-filosofico propugnato dal
sinistrorso Carlo Petrini), al verbo di Vissani, all’aragosta
e ai vini francesi, i compagni falce e tortello propugnano il verbo
dell’alta gastronomia e del buon bere. Tra smaccate contraddizioni
e continui ripensamenti, tra folli reportage da Parigi e Barcellona,
decretano la fortuna o il crollo di linee di cucina e ristoranti. Il
loro guru, Stefano Bonilli, dopo aver sostenuto e pompato per
anni, nei suoi editoriali, i giovani pasdaran della cucina italiana
(brutte copie di cuochi spagnoli e inglesi), da alcuni mesi canta il
peana della buona trattoria, della cucina semplice e comprensibile,
insomma della civiltà in tavola (ma poi continua a premiare
nella sua guida gli chef che si distinguono per cucine complicate e
astruse).
Tutto
rientra nel gioco. Parlare bene di ciò di cui prima si diceva
male. A farne le spese anche alcuni ristoratori, prima innalzati alla
gloria, poi buttati nella polvere (è stato, quest’anno, il
caso dell’Ambasciata di Quistello, giudicata con grande
grossolanità, e, gli anni scorsi, del Miramonti l’Altro
di Concesio, di Gualtiero Marchesi, del Sorriso di Soriso).
Il
protagonismo è diffuso. Ognuno, giornalista o chef che sia,
sostiene di rigettare il passato e di cucinare in modo “nuovo”.
Tutto ciò, nei fatti, si riduce alla produzione e al marketing
di una cucina frivola che non si ferma a riflettere su se stessa, sul
perché di sedimentazioni, usi, costumi ed evoluzioni
gastronomiche. La parola d’ordine è innovare. Chef e
giornalisti si montano a vicenda. Se Paolo Marchi si emoziona
solo davanti a piatti di ispirazione minimal-giapponese-catalana
(aggiungendo spocchiosamente che «la gente i piatti dell’alta
ristorazione non li capisce»), Luigi Cremona non manca
di riflettere come l’unica cucina possibile sia quella fusion,
mentre Davide Paolini (ormai quasi una star) predica il nuovo
all’insegna del motto «così è se mi piace».
Il
più tradizionalista Raspelli, scottato dall’avventura della
rivista Buffet (chiusa al quarto numero), spara contro tutto e tutti,
dichiarando di essere stanco dei grandi templi della cucina italiana.
Anche Enzo Vizzari, responsabile della guida dell’Espresso, pare
non cogliere la realtà della cucina italiana, avendo
dichiarato che i nostri chef «sempre meno si fanno incantare
dalle performace del “cuoco d’artificio” del momento» (e
però premiando i ristoranti che rinunciano alla
comprensibilità dell’identità storico-territoriale in
nome della novità).
Divisi
fra giornali e tv, fra Salone del gusto e Cibus, fra Squisito e
Università del gusto a Pollenzo, i cuochi perdono contatto col
rigore artigiano del loro lavoro. Dimenticando il loro compito
(in fondo quello di spadellare), spacciano teorie filosofiche per
ogni atto del loro mestiere (in ciò implicitamente
giustificati da Tullio Gregory che, al festival della filosofia di
Modena, ammannisce presunti menù del pensatore).
Qual
è la cucina italiana
In
questo panorama si distingue la più blasonata, temuta, e
probabilmente seria, delle guide gastronomiche: la Michelin. Le sue
stelle non solo sono ancora il riconoscimento più ambito dai
ristoratori ma anche, in genere, attestazione di qualità.
Nel
suo tipico stile di derivazione francese (come il suo metro di
giudizio), la Michelin rifiuta di parlare e di giustificare le sue
scelte. Si pone quindi al di fuori del bla bla generale,
comportamento che ora va comunque apprezzato.
Ma
dove va davvero la ristorazione italiana? Una risposta univoca è
difficile. Da una parte la stragrande maggioranza dei ristoranti,
quelli da grandi numeri tanto per intendersi, si pongono fuori dal
gioco, proponendo una cucina debole e senza gloria che spazia dai
tortellini alla panna al tiramisù, passando per la scaloppina
e l’orata d’allevamento. Un’altra porzione, numericamente
inferiore, è quella delle trattorie e delle osterie fra cui si
trovano alcune case di grande civiltà gastronomica, che
propongono una cucina semplice, basata su prodotti del territorio
preparati secondo antiche ricette della tradizione, a prezzi
contenuti, in ambienti che, benché famigliari, portano
comunque alcuni segni d’eleganza. È una cucina di casa,
fatta col cuore e proposta con modestia e senza infingimenti di
sorta; una cucina di campagna (quasi tutti questi piccoli grandi
templi del buon mangiare sono infatti in paesini, spesso anche
lontani dalle rotte turistiche) ed è spesso una cucina di
famiglie che da generazioni si dedicano alla ristorazione. È
la cucina di chi desidera ritrovare i gusti del passato, di chi ha
tempo per riflettere su ciò che mangia. È la cucina di
Giuliana Saragoni (osteria del Gambero Rosso, a Bagno di Romagna), di
Fausto Malinverno (Caffè La Crepa, a Isola Dovarese), di
Alberto Bettini (trattoria Da Amerigo, a Savigno) e di tanti altri
cuochi.
C’è poi un altro modo d’intendere la
cucina, diametralmente opposto, quella dei giovani chef che hanno
invaso giornali e tv. Una generazione di eterni quarantenni (fra loro
c’è anche chi, come Fulvio Pierangelini, furbescamente
continua a riciclarsi) che, immodestamente, rifiutano ciò che
la storia e il territorio hanno sedimentato nei secoli. Ispirandosi a
spagnoli e inglesi utilizzano sifoni e cotture sottovuoto, fanno
largo uso di sushi, piatti e piattini per scomporre le loro
preparazioni che, accostando il caldo col freddo, il dolce col
salato, inseguono un fare cucina che non è più la
soddisfazione di un bisogno essenziale (quello del mangiare) ma
futilmente il divertimento fine a se stesso, scaturito dal freddo
virtuosismo tecnico. È una cucina costosa, per palati fusi (da
qui il nome di “cucina fusion”?), fatta da persone annoiate per
altre persone annoiate. È la cucina della continua ricerca di
novità, del continuo gridare all’invenzione del grande
piatto; la cucina del “re nudo”, fatta per un pubblico modaiolo e
disattento, fugace, che si esaurisce nel breve lasso di tempo che
porta il cibo ingerito dalla bocca all’ano.
È
ovviamente la cucina più amata dai critici gastronomici che
sempre hanno bisogno di qualcosa di nuovo da pompare e commentare. È
la cucina di Heinz Beck, di Massimiliano Alajmo, di Giancarlo
Perbellini, di Massimo Bottura, di Gianfranco Vissani, di Bruno
Barbieri, di Davide Scabin e di tanti loro colleghi, copie e brutte
copie più interessati ai punteggi delle guide e alle pubbliche
relazioni che non alle loro cucine.
È
la cucina dell’aberrazione e delle stoviglie formato bidet, la
cucina intesa come divertimento, come gioco e condannata all’effimero
e al lezioso; la cucina delle tagliatelle con sugo di pollo e gelato
di basilico, degli agnolotti serviti dentro un biberon, del midollo
di pesce spada con birra e lattuga. Se solo ora si inventa un piatto
a base d’aglio, salmone, marmellata, salsiccia e marron glacés
e lo si spaccia come speciale sarà mica che nessuno l’ha mai
fatto prima, perché in realtà fa schifo?
E
infine c’è un altro modo di fare cucina, quello classico,
raffinato, certo costoso, ma civile e comprensibile, capace di
regalare grandi emozioni, atto d’amore degli chef nei confronti
della loro terra, dei loro prodotti, della loro storia, del loro
lavoro e dei loro clienti che, spesso, fanno anche centinaia di
chilometri per sedersi a una di queste poche e preziose tavole. È
la cucina del territorio raffinata e nobilitata (memore delle grandi
lezioni di Mirella e Peppino Cantarelli e di Franco Colombani),
servita in ambienti caldi ed eleganti, capaci di trasmettere emozioni
che non solo riempiono lo stomaco ma il cervello e il cuore.
Sono
luoghi di perfezione e di quiete assoluta che coinvolgono tutti i
sensi e che tendono all’esperienza totalizzante. È la cucina
di autentici artisti, modesti e grandi allo stesso tempo: Antonio
e Nadia Santini, Luisa Valazza, Romano Tamani, Walter Eynard,
Philippe Levéillé, Antonio Gavazzi, Lucio Pompili, la
famiglia Bolzoni, Silvana Ferrari, Tano e Alessandra Martini, Mary
Barale, Alceo e Grazia Rapa, Piero Bertinotti, Antonella Scardovi,
Gianfranco Bolognesi; una cucina che non ha bisogno di
infingimenti, di complicazioni, di assurdità. Fra modi e
mode, il futuro della cucina italiana, se vorrà avere un
futuro, deve essere quello di guardare al passato, con modestia e
civiltà.
Pena
la cancellazione di secoli di storia e tradizioni in nome di un
contemporaneismo planetario senza radici.
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