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Da
pagina 58 de “UN FILO DI FUMO” Edizione Sellerio,
questo libro è
stato dedicato alla madre e pubblicato per la prima volta nel 1980 da
Ganzanti
““Quanti
siamo in paese?” si era un giorno domandato il barone Raccuglia
mentre parlava con l’ingegnere Lemonnier, e prima che l’altro
avesse avuto il tempo d’aprire bocca, aveva da sé già
pronta la risposta: “Otto o nove famiglie nostre e una trentina di
famiglie borgise. Sì e no trecento persone”.
“Ma
se il paese conta novemila anime!” aveva ribattuto Lemonnier.
“Conta?
Che conta?” si era seriamente meravigliato il barone. “Il resto
non conta, egregio amico”.
“Non
conteranno ma ci sono” aveva insistito Lemonnier, un pochino
irritato. “non mi vorrà sostenere che sono invisibile”.
Il
barone l’aveva guardato ma non aveva risposto, preso dal subitaneo
dubbio che il piemontese abilmente nascondesse sotto apparenze
cortesi e civili una pericolosa anima d’agitatore. Ma il barone
aveva ragione e l’ingegnere torto: le altre ottomilasettecento
anime –ed era francamente eccessivo chiamarle così- c’erano,
però contavano talmente niente che tanto valva non contarle.
“Ma
venite meco in una giornata d’intensa caricazione al porto” aveva
scritto il professor Baldassare Ma rullo nel suo pregevole volume
Vigàta nelle probabili origini, nello sviluppo,
nell’attività e ne’ suoi bisogni “quando spira
forte lo scirocco. Su breve spazio è un formicaio di uomini,
di carri, di pontoni; sono barghe le une addossate alle altre, tra le
quali gli uomini brulicano, in un’ondulazione senza posa, carri che
arrivano e partono, un vociare incomposto. Il traffico che si pratica
in Vigàta, nel carico e nella discarica dello zolfo, è
tutto da rifare per rimetterlo più consono alla dignità
dell’uomo: quello, che vi compiono gli uomini di mare, gli
spalloni, non so non dirlo che un affronto al sentimento di
solidarietà umana. Son vecchi, giovani, anche ragazzi curvi
sotto il gravame che portano sulle spalle. Il primo si appressa agli
alzatori da cui ricevere il carico: su la prima coffa, la seconda, la
terza e via di corsa. Al primo segue un secondo, al secondo un terzo,
e così dieci, venti, cento, distribuiti lungo la linea di
caricazione, per tutto il giorno, come spole, dalla stadera o dal
carro alla barca e viceversa, senza un lamento mai, rincuorandosi,
spingendosi, celiando magari”.
Non “consono alla dignità dell’uomo”, dunque. E chi
faceva cosa non degna per l’uomo agli occhi del barone Raccuglia
uomo non era e non poteva mai essere: magari perché il
professar Ma rullo aveva omesso di dire che la coffa, anzi le due o
tre coffe che ogni spallone portava, per il caldo e il sudore faceva
nel punto d’appoggio tra collo e spalla una piaga aperta a carne
viva che ributtava a sangue ad ogni carico nuovo.
“Ma non mi faccia quella faccia” aveva detto il barone
Raccuglia quando Lemonnier, vedendo per la prima volta la scena,
aveva mostrato d’eseersi sconcertato. “Loro non s’impressionano
per quel poco di sangue, sa? Anzi sono contenti”.
“Contenti?”
“E già. Perché significa che hanno lavoro. Quando
sono disoccupati usani infatti dire: mi sanò la piaga”.
“Capisco”.
“E
poi non c’è pericolo, sa? Lo zolfo e l’acqua di mare: due
disinfettanti come non ce ne sono altri”.
E assieme agli uomini di mare, agli spalloni, a non contare c’erano
i carrettieri, o meglio i conduttori di carretti, perché
cavallo e carretto non gli appartenevano, rimbecilliti dal percorso
sempre uguale dal deposito di sùlfaro alla plaja e dalla plaja
al deposito, e più corse facevi più guadagnavi ma
attento a non stroppiare il cavallo, a non rompere una ruota, allora
ti giocavi due o tre settimane di una paga già ridotto
all’osso dalla percentuale dovuta al padrone di cavallo e carretto:
a non contare c’erano i pirratiori delle cave e i minatori di
sùlfaro o di sale, che gli occhi gli lacrimavano quando
tornavano a vedere il sole e la notte la tosse li martoriava, i
polmoni fatti più polvere e pietra che carne; a non contare
c’erano i pescatori delle paranze che dopo una giornata di mare
tinto nella quale s’erano giocata la vita, si portavano a casa
mezzo chilo di trigliola che doveva levare la fame a dieci persone
(“pesce di scarto, chè quella gente grama non pesca per sé”
aveva scritto ancora il professor Ma rullo). Ma dato che si era fatta
l’ora di mangiare, pure loro che non contavano stavano mangiando.
Lo facevano però con fantasia, perché c’era da
prendersi per il culo, convincersi cioè che la scanata di pane
di frumento da un chilo fosse appena bastevole per il companatico
che non andava più in là di una sarda salata, di un
uovo ciruso, di un pugno di olive. Allora si faceva pensoliare dalla
cima di una canna la sarda salata e si dava un mozzicone al pane e
una leccata alla sarda, una sola passata di lingua pelle pelle: i
denti sulla sarda si cominciavano ad adoperare verso la fine, quando
il rapporto fra il pane e il companatico era diventato cosa
ragionevole. Oppure si metteva in bocca tutto intero l’uovo ciruso,
che per questo scopo doveva essereben sodo, lo si teneva un poco fra
lingua e palato e poi sempre tutto intero lo si ritirava fuori e su
questo sapore uno poteva mangiarsi magari mezza scanata, e capace che
in caso di bisogno l’uovo era ancora buono per il giorno dopo. I
più fortunati, quelli ai quali il lavoro dava diritto per
tradizione alla calatina, al companatico a spese del padrone,
mangiavano caponatina, un’insalata di capperi, sugo, sedani e
melanzane annegate nell’aceto, e si sentivano meglio di un re.
Perché era martedì, 18 settembre, e di martedì
non c’era cotto nelle famiglie: il fornello di casa veniva
solamente acceso il giovedì e la domenica, quando si calava la
pasta. Mangiavano, e dei fatti che stavano succedento in paesi e di
cui in qualche modo gli era giunta l’eco manco ne parlavano: “cu
veni appressu aggruppa i fili”, e loro sempre sarebbero venuti
appresso a afre il lavoro ingrato, speranza nessuna ne tenevano di
cangiare posto, magari se qualche pazzo andava dicendo a mezza bocca
che con i Fasci le cose sarebbero cambiate; “storia e storia sarà”:
se loro non entravano nell’orizzonte del barone Raccuglia, non è
a dire che il barone Raccuglia entrava nel loro; “salta il trunzo e
va in culo all’ortolano” (a), diceva il proverbio, e loro
ortolani erano.
(a)
"salta il trunzo e va in culo all’ortolano": proverbio;
si dice di chi è predestinato alla disgrazia, segnato dal
destino, costretto dalla sua posizione nella società. Se per
un colpo di vanga salta in aria un tronchetto, inevitabilmente andrà
ad infilarsi in quel posto l’ortolano.
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