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Abbiamo voluto iniziare la pubblicazione di pagine scritte da Andrea Camilleri partendo da un libro poco conosciuto, scritto nel 1980 e ben prima cioè dell’apparizione nel 1992 de “La stagione della caccia” che portò al successo lo scrittore siciliano.

 

 

 

 

Da pagina 58 de “UN FILO DI FUMO” Edizione Sellerio,

questo libro è stato dedicato alla madre e pubblicato per la prima volta nel 1980 da Ganzanti

 

““Quanti siamo in paese?” si era un giorno domandato il barone Raccuglia mentre parlava con l’ingegnere Lemonnier, e prima che l’altro avesse avuto il tempo d’aprire bocca, aveva da sé già pronta la risposta: “Otto o nove famiglie nostre e una trentina di famiglie borgise. Sì e no trecento persone”.

“Ma se il paese conta novemila anime!” aveva ribattuto Lemonnier.

“Conta? Che conta?” si era seriamente meravigliato il barone. “Il resto non conta, egregio amico”.

“Non conteranno ma ci sono” aveva insistito Lemonnier, un pochino irritato. “non mi vorrà sostenere che sono invisibile”.

Il barone l’aveva guardato ma non aveva risposto, preso dal subitaneo dubbio che il piemontese abilmente nascondesse sotto apparenze cortesi e civili una pericolosa anima d’agitatore. Ma il barone aveva ragione e l’ingegnere torto: le altre ottomilasettecento anime –ed era francamente eccessivo chiamarle così- c’erano, però contavano talmente niente che tanto valva non contarle.

“Ma venite meco in una giornata d’intensa caricazione al porto” aveva scritto il professor Baldassare Ma rullo nel suo pregevole volume Vigàta nelle probabili origini, nello sviluppo, nell’attività e ne’ suoi bisogni “quando spira forte lo scirocco. Su breve spazio è un formicaio di uomini, di carri, di pontoni; sono barghe le une addossate alle altre, tra le quali gli uomini brulicano, in un’ondulazione senza posa, carri che arrivano e partono, un vociare incomposto. Il traffico che si pratica in Vigàta, nel carico e nella discarica dello zolfo, è tutto da rifare per rimetterlo più consono alla dignità dell’uomo: quello, che vi compiono gli uomini di mare, gli spalloni, non so non dirlo che un affronto al sentimento di solidarietà umana. Son vecchi, giovani, anche ragazzi curvi sotto il gravame che portano sulle spalle. Il primo si appressa agli alzatori da cui ricevere il carico: su la prima coffa, la seconda, la terza e via di corsa. Al primo segue un secondo, al secondo un terzo, e così dieci, venti, cento, distribuiti lungo la linea di caricazione, per tutto il giorno, come spole, dalla stadera o dal carro alla barca e viceversa, senza un lamento mai, rincuorandosi, spingendosi, celiando magari”.

Non “consono alla dignità dell’uomo”, dunque. E chi faceva cosa non degna per l’uomo agli occhi del barone Raccuglia uomo non era e non poteva mai essere: magari perché il professar Ma rullo aveva omesso di dire che la coffa, anzi le due o tre coffe che ogni spallone portava, per il caldo e il sudore faceva nel punto d’appoggio tra collo e spalla una piaga aperta a carne viva che ributtava a sangue ad ogni carico nuovo.

“Ma non mi faccia quella faccia” aveva detto il barone Raccuglia quando Lemonnier, vedendo per la prima volta la scena, aveva mostrato d’eseersi sconcertato. “Loro non s’impressionano per quel poco di sangue, sa? Anzi sono contenti”.

“Contenti?”

“E già. Perché significa che hanno lavoro. Quando sono disoccupati usani infatti dire: mi sanò la piaga”.

“Capisco”.

“E poi non c’è pericolo, sa? Lo zolfo e l’acqua di mare: due disinfettanti come non ce ne sono altri”.

E assieme agli uomini di mare, agli spalloni, a non contare c’erano i carrettieri, o meglio i conduttori di carretti, perché cavallo e carretto non gli appartenevano, rimbecilliti dal percorso sempre uguale dal deposito di sùlfaro alla plaja e dalla plaja al deposito, e più corse facevi più guadagnavi ma attento a non stroppiare il cavallo, a non rompere una ruota, allora ti giocavi due o tre settimane di una paga già ridotto all’osso dalla percentuale dovuta al padrone di cavallo e carretto: a non contare c’erano i pirratiori delle cave e i minatori di sùlfaro o di sale, che gli occhi gli lacrimavano quando tornavano a vedere il sole e la notte la tosse li martoriava, i polmoni fatti più polvere e pietra che carne; a non contare c’erano i pescatori delle paranze che dopo una giornata di mare tinto nella quale s’erano giocata la vita, si portavano a casa mezzo chilo di trigliola che doveva levare la fame a dieci persone (“pesce di scarto, chè quella gente grama non pesca per sé” aveva scritto ancora il professor Ma rullo). Ma dato che si era fatta l’ora di mangiare, pure loro che non contavano stavano mangiando. Lo facevano però con fantasia, perché c’era da prendersi per il culo, convincersi cioè che la scanata di pane di frumento da un chilo fosse appena bastevole per il companatico che non andava più in là di una sarda salata, di un uovo ciruso, di un pugno di olive. Allora si faceva pensoliare dalla cima di una canna la sarda salata e si dava un mozzicone al pane e una leccata alla sarda, una sola passata di lingua pelle pelle: i denti sulla sarda si cominciavano ad adoperare verso la fine, quando il rapporto fra il pane e il companatico era diventato cosa ragionevole. Oppure si metteva in bocca tutto intero l’uovo ciruso, che per questo scopo doveva essereben sodo, lo si teneva un poco fra lingua e palato e poi sempre tutto intero lo si ritirava fuori e su questo sapore uno poteva mangiarsi magari mezza scanata, e capace che in caso di bisogno l’uovo era ancora buono per il giorno dopo. I più fortunati, quelli ai quali il lavoro dava diritto per tradizione alla calatina, al companatico a spese del padrone, mangiavano caponatina, un’insalata di capperi, sugo, sedani e melanzane annegate nell’aceto, e si sentivano meglio di un re. Perché era martedì, 18 settembre, e di martedì non c’era cotto nelle famiglie: il fornello di casa veniva solamente acceso il giovedì e la domenica, quando si calava la pasta. Mangiavano, e dei fatti che stavano succedento in paesi e di cui in qualche modo gli era giunta l’eco manco ne parlavano: “cu veni appressu aggruppa i fili”, e loro sempre sarebbero venuti appresso a afre il lavoro ingrato, speranza nessuna ne tenevano di cangiare posto, magari se qualche pazzo andava dicendo a mezza bocca che con i Fasci le cose sarebbero cambiate; “storia e storia sarà”: se loro non entravano nell’orizzonte del barone Raccuglia, non è a dire che il barone Raccuglia entrava nel loro; “salta il trunzo e va in culo all’ortolano” (a), diceva il proverbio, e loro ortolani erano.

(a) "salta il trunzo e va in culo all’ortolano": proverbio; si dice di chi è predestinato alla disgrazia, segnato dal destino, costretto dalla sua posizione nella società. Se per un colpo di vanga salta in aria un tronchetto, inevitabilmente andrà ad infilarsi in quel posto l’ortolano.

 

 

 

 

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