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La guerra al Kebab
Se a Milano si potrà mangiare solo cassoeula e altri considerazioni
Il Sindaco di San Vito Lo Capo
ha invitato il sindaco di Lucca a
partecipare alla prossima edizione del Cous Cous Fest
Parma 4 febbraio 2009. La stupidità non ha confini. Dopo l'amministrazione comunale di Lucca che, scimmiottando l'autarchismo di Mussolini, aveva deliberato che nei ristoranti di Lucca si potrà mangiare solo italiano, (e perchè no, solo lucchese?) "al fine di salvaguardare la tradizione
culinaria e la tipicità architettonica, strutturale, culturale, storica e di arredo”, e ancora “non è ammessa l'attivazione di esercizi di somministrazione, la cui attività svolta sia riconducibile ad etnie diverse", ora la crociata si estende alla Lombardia, “Basta Kebab, noi mangiamo pa' e salam”, dicono alcuni amministratori lombardi.
E' vero, la campagna anti kebab è circoscritta
e isolata, anche se ha avuto l'autorevole sostegno del ministro alle Politiche agricole e alimentari Luca Zaia (“E' difesa dei nostri prodotti”) e del governatore della regione Lombardia, Roberto Formigoni (“Non mi aspettavo che Formigoni dichiarasse guerra al kebab” ha scritto Pierluigi Magnaschi su Italia Oggi), ma non è
meno pericolosa. Una campagna pericolosa perchè aizza
all'odio contro gli
altri, ed è politicamente
poco lungimirante per un Paese come l'Italia che di export vive.
Un gruppo di giornalisti enogastronomici hanno subito firmato un appello (“ .....sbagliato proporsi di difendere la tradizione gastronomica attraverso divieti o provvedimenti limitativi”) lanciato da Saverio Paffumi direttore di RistoArte di Milano e il giornalista Rosario Scarpato del Gvci ha consigliato ai nostri ministri un po' di prudenza: “Se i Ministri cinesi, giapponesi, coreani, musulmani (per non parlare degli altri) iniziano a predicare il boicottaggio dei prodotti agroalimentari italiani la crisi economica in Italia sarà ancora più nera”. (di
fianco l'appello di Paffumi, firmato anche da INformaCIBO, e gli interventi di Scarpato e di
Alberto Lupini di Italia a Tavola,
intervenuto sull'argomento).
Ma ci sono anche altre considerazioni da fare.
Questo perchè le persone che hanno varato i provvedimenti e le circolari, a Lucca, a Bergamo, in Lombardia, credono davvero
di dare una risposta ad un problema reale delle nostre città.
E ciò è non solo grave ma miope. Altre sono le risposta da dare a questi processi.
C'è bisogno di una risposta che -come scrive Irene Tinagli, brillante osservatrice delle dinamiche dell'innovazione economica, su “Il Riformista”- “vada oltre alla scontata accusa di razzismo o di “discriminazione gastronomica”.
Questo fatto -scrive ancora
Tinagli- “mostra la confusione che spesso si fa tra i sintomi e le cause dei fenomeni complessi che ci troviamo ad affrontare, e ci fa capire la miriade di iniziative e di politiche inutili e frammentarie con cui è gestito il nostro territorio”.
Perchè, ci domandiamo e cerchiamo
di rispondere agli amministratori di Lucca, un ristorante straniero, dovrebbe, in quanto straniero degradare o snaturare una città? Esistono ristoranti etnici bellissimi e raffinati, a Londra come a Roma o Milano, così come ci sono latterie e bar “locali” nei quali c'è da aver paura a mettere piede.
E allora proprio a Zaia, a Formigoni e ai suoi discepoli dedichiamo queste frasi di Irene Tinagli scritte
su Il Riformista: “Certamente Parigi è rimasta Parigi anche con la moltitudine di ristoranti algerini e sala da tè marocchine, e Barcellona è rinata ed è più bella che mai anche dopo che sono fioriti sushi bar e ristoranti fusion. Il punto è un altro -continua la giovane ricercatrice. Il punto che gli amministratori di Lucca non hanno capito è che le attività commerciali che si sviluppano in una città e in un territorio sono il riflesso delle dinamiche economiche e sociale di quegli stessi luoghi”.
Se i centri cittadini si svuotano di bei negozi e bei ristoranti è perchè per queste attività non c'è sufficiente mercato, è perchè le politiche di sviluppo urbano hanno allontanato le famiglie e i ceti benestanti dai centri delle città dando licenze per costruire centinaia di villette nelle periferie, centri commerciali e altre amenità che hanno consumato territorio”.
In poche parole: i kebab sono un pretesto per politiche di retroguardia mentre nelle nostre città ci
sarebbe tanto bisogno di politiche di sviluppo urbano degne di questo nome.
Intanto in linea della “gastro-convivenza” lanciata da Davide Paolini sul Domenicale de Il Sole 24Ore: “Viva la gastro-convivenza: la tolleranza deve esistere anche a tavola”, viene raccolta dal Sindaco di San Vito Lo Capo, Matteo Rizzo, che ha invitato il sindaco di Lucca, Mauro Favilla, a
partecipare alla prossima edizione del Cous Cous Fest, rassegna internazionale di cultura ed enogastronomia del Mediterraneo la cui dodicesima edizione si svolgerà a San Vito Lo Capo dal 22 al 27 settembre prossimi. “Il Cous Cous Fest è una kermesse multicolore -ha detto Matteo Rizzo - che celebra ogni anno, nella nostra cittadina, l'integrazione culturale, lo scambio e l'incontro tra popoli lontani e diversi attraverso il cous cous, considerato il piatto della pace, in quanto comune a culture molto diverse. Invito il sindaco di Lucca a partecipare a questa festa dell'integrazione che ogni anno attira migliaia di visitatori a testimonianza di come la diversità culturale è sinonimo di ricchezza e come il cibo sia il medium culturale che contribuisce ad unire i popoli, a farli incontrare e ad aprire i loro orizzonti.
Spero di averlo nostro ospite a San Vito Lo Capo - conclude Rizzo - per dargli la possibilità di respirare quello speciale clima di pace, gioia e festa che si crea in quei giorni, grazie ad un piatto povero ma diffuso in tutto il mondo come il cous cous”.
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