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Da popolo di pastori a imprenditori: l'arte della lana in Abruzzo
di Emilia Cipolla
“Tutti quelli che con lopere loro hando trovate cose simili a lhomo, sondo stati degli di laude. Et maxime quelli che con la intenzione loro hando supplito dove la natura ha mancato. Et perché la industriosa Arte Magnifica della Lana è introdotta non solo ad utilità del homo, ma etiam ad ornamento di quello. Per questo è stata degna de laude” (D'ANANIA, Cosmologia, 1576).
Sullo sviluppo della filiera della lana in Abruzzo ha influito la vocazione agro-pastorale dei suoi abitanti, determinata dalla natura del territorio: conche montane, altipiani vasti e brulli e pendici sassose dei massicci abruzzesi sono stati, fin dalla più remota antichità, ambiente elettivo di greggi e pastori.
Già in piena Età del Bronzo, infatti, la pastorizia risultava praticata dalle popolazioni insediate nell'area abruzzese; essa subì un certo regresso all'inizio del I millennio a.C., con l'affermarsi della cultura agricola dei Piceni, che restrinsero l'area di insediamento dei pastori appenninici alle zone montane più interne. A partire dal VII secolo a.C., con l'imporsi delle popolazioni sabelliche, la pastorizia conobbe rinnovato impulso: queste stirpi, dette italiche, praticarono un allevamento di ovini circoscritto al territorio nel quale erano insediate, con spostamenti limitati fra il monte ed il piano direttamente sottostante.
Con la successiva romanizzazione, superato il frazionamento del territorio e soppressa la conflittualità fra le tribù sabelliche ed i Dauni (gli agricoltori del Tavoliere di Puglia), la pastorizia abruzzese estese i propri orizzonti alla piana pugliese.
Nella prima metà del XV secolo, se all'attività pastorale in senso stretto si aggiungono le attività indotte che essa comportava, si può tranquillamente sostenere che almeno metà della popolazione abruzzese dipendeva dalla pastorizia. Lo straordinario sviluppo di questa attività fu determinato proprio dallo sfruttamento della complementarietà dei pascoli montani abruzzesi - inagibili d'inverno ma rigogliosi d'estate - e le erbose pianure del Tavoliere di Puglia. Strumento di questa utilizzazione integrata fu la transumanza, spostamento stagionale di uomini e greggi che, alla fine della primavera e all'inizio dell'autunno, percorrendo a piedi centinaia di chilometri, si muovevano fra le due aree geografiche di pascolo.
Il tragitto dei transumanti avveniva lungo una rete regolamentata di larghe vie erbose, denominate tratturi, che ancora oggi si snodano dalle aree più interne dell'Abruzzo, dalla conca di L'Aquila, da Celano nella Marsica e da Pescasseroli nell'alta Val di Sangro, fino al Tavoliere di Puglia nei dintorni di Foggia e Candela.
Già in epoca romana i percorsi della transumanza furono determinati e tutelati da leggi che divennero più rigorose sotto la dominazione aragonese.
Nell'Italia meridionale, la razza ovina dominante da sempre allevata è quella Mérinos, pare introdottavi dalla Spagna, dove era stata precedentemente importata dagli arabi. La Mérinos è una razza pregiata in quanto molto resistente ed in grado di fornire la lana più “fine”, cioè con ottime caratteristiche qualitative. Per l'accurato allevamento della specie Mérinos sono ideali le zone montane come quella appenninica abruzzese, dove rapidi corsi d'acqua permettono il “salto” nell'acqua dell'animale per il parziale sgrossamento prima della tosa.
Col trascorrere dei secoli, si consolidò in Abruzzo il tacito connubio tra le attività preminenti di due tipiche figure storiche: il pastore, attore principale dell'allevamento ovino, e lo scardalana, ruolo oggi scomparso e che si occupava della trasformazione della lana. Il legame tra queste due figure sociali è testimonianza esemplificativa dell'evoluzione del processo economico locale. Il primo, dedito sul posto ai suoi allevamenti ed alle attività connesse, in genere non prestava la propria opera come lavoratore subordinato e, nel periodo invernale, restava in Abruzzo a svolgere attività stanziale o migrava nelle Puglie, sulla via dei tratturi.
Lo scardalana, invece, rappresentò la figura embrionale di quella che sarà in seguito l'arte della lana o il mercante di panni delle corporazioni fiorentine. Esaurito il lavoro stagionale della propria zona dopo la tosatura estiva, infatti, gli scardalana emigravano nel periodo di stasi invernale verso la pianura o le regioni più calde, in piccoli gruppi, spostandosi in ogni casa o casolare dove la loro opera era attesa.
Il corrispettivo, oltre al vitto e alloggio, era costituito, più che dalla moneta, dai prodotti locali della terra.
Secondo i racconti tramandati di generazione in generazione, lo scardalana portava con sé tre cose: in spalla l'attrezzo del mestiere, denominato“scardasso”, il figlio più grande da sfamare ed a cui insegnare i posti dove operare ed il gergo caratteristico, noto solo al suo gruppo, per poter comunicare in tutta libertà: “la marca”, termine ancora noto nelle discendenze agro-pastorali indicava, ad esempio, la padrona di casa ospitante; il “fieno” la pasta fatta in casa; la “carpante” la lana, e così via. L'arte dello scardalana consisteva nel trasformare in un lunghissimo velo trasparente le fibre del vello della pecora, ponendolo a piccole toppe sullo scardasso e pettinandole accuratamente, affinché si distribuissero in modo uniforme, il più possibile parallele le une alle altre, per rendere ottimale la successiva fase di lavorazione: la filatura. Questa veniva effettuata con altrettanta arte e maestria dalle donne con la “conocchia” ed il “filarello”, attrezzi da sempre legati alla vita dell'uomo e le cui immagini ci sono state trasmesse e descritte da tanti celebri opere pittoriche e letterarie: lanaiolo è definito da Boccaccio nel Decamerone chi lavora o chi vende la lana“D'alto lagnaggio veggendosi maritata ad uno artefice lanaiolo”.
Nella seconda metà del 1800 l'Abruzzo ha subito una profonda trasformazione, passando dall'economia agricola delle origini ad una industriale: ha avuto così inizio una delle epoche più propizie per l'attività laniera, portata avanti ed animata con la passione atavica, tramandata di padre in figlio, che riusciva anche ad imporsi e superare le avversità e le crisi del settore.
Purtroppo, col passare del tempo, insidie nell'allevamento delle greggi abruzzesi causarono alterazioni qualitative delle lane, che cominciarono così a restare invendute, causando il decadimento di tutta la pastorizia e forti ripercussioni sull'industria laniera locale. Varie furono le concause del decadimento, dovute al fatto che la pastorizia, privata della necessaria forza lavoro per via della consistente e ripetuta emigrazione della popolazione verso altre nazioni e continenti, nonché per via delle due guerre mondiali e della scarsa remunerazione, fu portata avanti con precarietà, come attività marginale, con poche attenzioni e con criteri inadatti a prevederne lo sviluppo futuro. Si venne, quindi, ad un depauperamento delle lane: tutte le tipologie laniere causavano difetti ed inconvenienti nelle varie fasi della lavorazione e col perfezionamento dei macchinari questi difetti si evidenziavano come scogli insormontabili. La marchiatura, ad esempio, effettuata proprio sul dorso della pecora per riconoscerne l'appartenenza e quale prevenzione dell'abigeato, veniva realizzata con l'asfalto ed altre sostanze deleterie non eliminabili.
Oltre a ciò, l'incrocio con razze dal manto ordinario o malate causava geneticamente velli di scarto o inservibili. Il danno maggiore, irreversibile, fu apportato dall'inquinamento nei prati dal vegetale “Cardus dispacus” specie selvatica con bacche fornite di aculei ancoranti. Dette escrescenze, essiccate, venivano usate nel processo di cardatura (o follatura) dei panni destinati a vestiti pregiati, al fine di rendere il tessuto uniforme, soffice e vellutato. Poiché il cardo era poco reperibile in Italia, generalmente importato da colture specializzate della Francia, si pensò di introdurlo in vegetazione spontanea sui rilievi montuosi abruzzesi. Questa specie vegetale attecchì abbastanza facilmente, ma la qualità del cardo risultò scarsa per le condizioni climatiche non favorevoli, poco calde, ed i pascoli risultarono irrimediabilmente infestati. Le scaglie vegetali del cardo ancorate saldamente alla delicata fibra della lana erano resistenti ad ogni sistema di eliminazione e provocavano la rottura del filato nelle varie successive fasi di lavorazione: filatura, tessitura, maglieria, ecc...
Soprattutto quando la maglieria adottò macchinari più all'avanguardia, i filati difettosi furono inesorabilmente rifiutati, anche perché urticanti al tatto. Né riuscì a risolvere adeguatamente il problema citato il dispendioso processo di “carbonizzazione” del dannoso vegetale, o con i lavaggi in bagni acidi o con attrezzature termoelettriche, che potevano alterare la resistenza e la struttura della complessa fibra della lana.
Negli anni più duri, la filiera della lana fu persino sorretta dai lungimiranti detti popolari, tra i quali: “impara l'arte di Tate e mettila da parte” e “l'arte de la lane s'ammale ma ne more”, motti dettati dalla preoccupazione dei padri di assicurare il mestieri ai discendenti, invogliandoli a continuare l'arte per la quale avevano speso la loro vita. Tanti giovani costretti ad emigrare portarono con sé il tesoro appreso dell'arte dei padri, bene prezioso che ripresero e diffusero con grande ausilio nello sviluppo economico delle lontane terre di Argentina ed Australia, a cui gli immigrati abruzzesi hanno apportato immenso contributo di capacità ed esperienza. Pastori ed artigiani, alle dipendenze o in proprio, furono piccoli artefici dello sviluppo delle nazioni ospitanti, trapiantando esperienze e radici della loro cultura e dei prodotti italiani.
Al tempo stesso, anche in Abruzzo vi fu tutto un fiorire di iniziative e di botteghe dedite alla creativa e complessa trasformazione della più antica fibra naturale. Ciascun artigiano operava per il miglioramento del prodotto, creando attrezzature, attuando esperienze di nuovi disegni e colori, modificando e perfezionando i prodotti. Affinché il processo di lavorazione risultasse più curato e spedito, cominciò a prender piede la specializzazione nelle varie fasi del lavoro: si diffusero allora i cardatori, le filatrici, le orditrici e le tessitrici che con i loro telai, in ogni casa, alternavano il lavoro alle esigenze domestiche, e le magliaie, i tintori, i valcatori ed altre figure esperte nell'apparecchiatura dei panni. Venne a profilarsi la figura tipica del mercante che, alleviando i produttori, si occupava dello smercio e della cura dei mercati, dal momento che la produzione crebbe, fino a superare i fabbisogni familiari e locali e sorse, quindi, la naturale necessità degli scambi, di trovare nuovi sbocchi remunerativi. Sebbene i mercati maggiori fossero lontani, agli abruzzesi non mancavano coraggio e intraprendenza: si affrontava a dorso di mulo o a piedi, attraverso impervi sentieri, il lungo e faticoso percorso dei valichi montani, per gran parte dell'anno innevati e dove, spesso, il brigantaggio attendeva al guado: Gole di Popoli, Forca Caruso, Guado di Coccia, La Forchetta, fino ai Tre Portoni, a quota 2500 m. s.l.m. e ai passi del Molise e dell'Aquilano. Il brigantaggio fu deleterio per lo sviluppo dell'artigianato laniero, perché i manufatti di lana erano di prima necessità per le bande armate che depredavano i mercanti di tutti i prodotti o esigevano pesanti tangenti di transito sulla via del ritorno. Molti mercanti abruzzesi pagarono con la vita la loro resistenza, ma il loro sacrificio non fu vano: i preziosi manufatti trovavano ammirazione e richiesta, apprezzamento e buona remunerazione in numerosi mercati.
All'approssimarsi dell'Unità d'Italia (1860) le speranze in merito alle possibili migliori prospettive future di lavoro rimasero deluse, allorché la richiesta dei prodotti cominciò inspiegabilmente a declinare e si profilò lo spettro dell'emigrazione di massa, che durò per tutto il secolo successivo. Con l'Unità d'Italia le industrie del nord scesero agguerrite nel centro-sud alla conquista di nuovi mercati, forti di una tecnologia notevolmente più avanzata e delle superiori capacità economico-finanziarie, senza contare il protezionismo politico, del quale poterono avvantaggiarsi fin da allora. Purtroppo i prodotti dell'artigianato abruzzese in quel momento, nonostante la migliore qualità, non erano competitivi con i prezzi, la produttività, le novità e l'invadenza dei prodotti del nord che già potevano sfruttare e incentivare una produzione autarchica post-guerra. La piccola industria locale, distrutta al 90%, era in ginocchio.
Lo Stato ritenne necessario anteporre alla ricostruzione industriale quella abitativa, mentre altri paesi come la Germania, al contrario, favorirono anzitutto la ricostruzione industriale, per risollevare tempestivamente il settore economico trainante per le sorti della nazione. La Cassa per il mezzogiorno, inoltre, operò con ritardo, spesso tramite interventi “a pioggia” e piani economici territorialmente politicizzati, con procedure complesse non avvalorati né verificati dall'iniziativa privata.
Alla fine del 1800 vennero introdotte la cardatura e la filanda semiautomatiche e meccanizzate; questi macchinari, anche se ancora azionati a braccia, comportarono una considerevole riduzione di manodopera e, soprattutto, un notevole miglioramento nella regolarità e nella qualità dei filati. Cardatrici e filande Self-facting, macchine che prendevano origine dall'Inghilterra, dove nella seconda metà del 1700, avevano dato luogo alla rivoluzione industriale ed alle lotte operaie contro le decine di migliaia di licenziamenti, iniziati proprio nel settore tessile. Basti considerare che una sola linea di cardatura effettuava in un giorno il lavoro di decine di scardalana.
I lanifici abruzzesi in questo periodo producevano filati per maglierie, le caratteristiche flanelle bianche e soffici per lenzuola di lana, flanelle per sottane e per camicie da uomo, tra cui le famose “tarante”, tessuti destinati alla marineria di Napoli e Taranto (da cui il deriva il termine “tarante”), quindi le “ponte”: in gergo laniero, i tessuti per vestiti classici da uomo, nonché per i caratteristici mantelli a ruota, cappe o barracani, utilizzati in luogo dei cappotti fino all'ultimo dopoguerra, dei quali ci restano tante immagini di cinema e letteratura, da “Il Gattopardo”di Visconti a “I Promessi Sposi” di Manzoni.
Con l'avvento del Telaio Jacquard automatico, intorno al 1920, ebbe inizio la produzione della caratteristica coperta abruzzese a due o tre colori, caratterizzata dalle tradizionali frange a fiocchi e dai disegni arabescati con “puttini”, che per generazioni ha costituito parte immancabile del corredo delle spose abruzzesi.
Lo stesso problema economico conseguente all'Unità si ripresentò durante il conflitto mondiale del 1943, quando l'Italia rimase divisa in due dalla linea Gotica: tutte le industrie del Sud ripresero piena attività, specialmente quelle laniere ma, appena riunificata l'Italia, tornò la stasi del settore. Dopo la liberazione, inoltre, a carico delle piccole attività laniere abruzzesi, già penalizzate dalla distruzione bellica e dall'ammasso delle lane, venne istituita l' “Imposta di fabbricazione” sulla produzione del filato in base all'orario di lavoro della filanda, oltre al divieto di lavoro durante il fine settimana. Tuttavia, nonostante le difficoltà, la produzione della coperta abruzzese è stata continuata e rilanciata, con successo sia nazionale che estero, fino agli anni '70: questo tessuto è stato impiegato anche per tappezzeria ed arredamento, soprattutto nel Nord America, nonché nel campo della moda, per abbigliamento ed accessori. Sulla scia del boom settoriale, molte aziende tessili di altre regioni intrapresero la produzione di coperte abruzzesi (e derivati), sia per superare i momenti critici del settore tessile, sia, purtroppo, per smaltire in molti casi materie prime scadenti. La richiesta del mercato fu in questo modo sommersa da quantitativi esorbitanti di prodotto di pessima fattura sotto ogni aspetto (colore, qualità del filato, rifiniture, tessitura) che causarono la saturazione ed il rifiuto sul mercato di un prodotto che nulla aveva più in comune con la tipicità e la qualità dell'originario tessuto della coperta abruzzese.
In seguito, grazie ad altre fibre sintetiche artificiali create dall'uomo e a nuovi,diversi sistemi di lavorazione, la grande industria ha soppiantato l'arte della lana e dell'artigianato; nessun prodotto nuovo, tuttavia, è riuscito a racchiudere in sé i pregi e le caratteristiche dei manufatti di lana abruzzese di una volta.
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