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Intervista a Nicola
Fabbri, amministratore delegato
dell'Azienda bolognese Fabbri 1905
I dolci nei ristoranti
italiani all'estero
Parma
12 ottobre 2009.
In occasione del tour mondiale “La
Vita è Dolce”,
promosso dal Gruppo Virtuale Cuochi Italiani-Gvci presieduto dallo chef
Mario Caramella, la scorsa
settimana il sito in inglese del gruppo, www.itchefs-
gvci.com,
ha intervistato Nicola
Fabbri,
amministratore delegato di Fabbri
1905, una delle maggiori aziende italiane in prodotti per la gelateria, la
pasticceria, la caffetteria e il bere miscelato e azienda simbolo dell'alimentare
made in Italy.
INformaCIBO,
ripubblica ora l'intervista apparsa
su
www.itchef perchè con
le sue risposte, Nicola Fabbri, grande esperto e
conoscitore del settore, riesce a darci uno spaccato di verità sul
ruolo del “dolce” nella ristorazione italiana nel mondo e sui
problemi che vive il settore del dolce artigianale.
Domanda:
Probabilmente sei tra quelli che hanno mangiato più cucina italiana
all'estero. Se per approssimazione dovessi fare un calcolo, in quanti
ristoranti di cucina italiana sei stato e in quanti paesi?
Risposta:
Per un lungo periodo della mia vita professionale mi sforzavo di non
frequentare ristoranti italiani mentre ero all'estero, poichè volevo
conoscere le cucine locali e le specialità del posto, poi ho
conosciuto voi del GVCI (Gruppo virtuale cuochi italiani all'estero)
e tutto è cambiato.
Oggi mi impegno a visitare sempre diversi
ristoranti italiani in qualunque nazione o città mi trovi, proprio
per "tastare" il livello della nostra cucina nel mondo.
Dare una valutazione numerica sia dei paesi che dei ristoranti è
difficilissimo per me che sono in viaggio più di sei mesi l'anno, da
24 anni.
Posso
dire che ho visitato tutti i continenti, dal Circolo Polare Artico al
Capo di Buona Speranza, e che ho assaggiato almeno mille tipi di
tiramisù.
D.
La carta dei dolci nei ristoranti italiani all'estero, secondo la tua
esperienza, quanta importanza ha ai fini del successo o della qualità
del ristorante? Dove hai visto (e provato) le cose più interessanti
e quelle più deprimenti? R. Solo di
recente mi capita di trovare in qualche nostro ristorante la carta
dei dessert (cosa che mi manda in bestia in un ristorante dove
dovrebbero essere chiamati dolci).
L'attenzione alla qualità ed alla
quantità così ricercate e curate per i cibi salati ed i vini ancora
ahimè non si vede applicata ai dolci.
Ho
parlato di quantità perchè è un'elemento fondamentale per rendere
un dolce di fine pasto gradevole e non farlo assomigliare ad
un'incubo.
Che peccato, tutti sanno che il cliente ricorda l'ultima
cosa che ha mangiato e invece, se per sfortuna vuole assaggiare un
dolce, molto spesso o viene sommerso da panne e calorie poco ben
mescolate e giustificate o, ancora peggio, messo davanti ad un bel
trancio di torta industriale scongelata. Non posso fare un distinguo
per nazione, purtroppo la situazione è generalizzata.
D.
Il dolce nella cucina italiana all'estero: tradizione o creatività? R.
Come per il resto, sono un grande sostenitore della tradizione resa
moderna.
Mi spiego: la nostra cucina ha radici antichissime quando
non esistevano impianti di riscaldamento e nessuno sapeva cosa fosse
il colesterolo. Fortunatamente, a differenza dei nostri cugini
d'Oltralpe, gli usi, i costumi e, non meno importanti, le finanze,
erano assai differenti e quindi ci sono arrivate ricette che già
hanno molte qualità non solo gustative ma anche organolettiche e
nutritive.
C'è bisogno però di renderle più consone
all'alimentazione moderna aggiustandone le quantità e, a volte, i
metodi di cottura, per renderle più digeribili e godibili ai
consumatori moderni.
Il
mio ristorante perfetto è quello che mi consente di fare una
degustazione completa senza farmi alzare da tavola appesantito. Tutto
ciò non è impossibile, molti amici del GVCI hanno imboccato questa
strada con grande successo.
D.
Se toccasse a te fare una carta dei
dolci, come ristoratore italiano all'estero, cosa includeresti?
R.
Io adoro la cioccolata, e la vedrei bene in una torta Barozzi,
amarissima con una punta appena di caffè, una pastiera rivisitata in
forma di soufflè, una delizia al limone e poi non può mancare mai
il gelato, sorbetto di frutti rossi d'estate, gelato di pistacchio di
Bronte o di noce e fichi caramellati d'autunno, la nocciola, la
gianduja e lo zabajone d'inverno.
D.
Perché secondo te abbiamo pochi cuochi
pasticcieri italiani nel mondo? R.
Perchè non abbiamo la cultura del dolce raffinato che nelle corti
Francesi e Austriache ha avuto grandissimo sviluppo. Non per altro il
mondo della ristorazione vede in queste due scuole il monopolio
nell'arte del dolce. Le scuole di cucina, le Accademie, le varie
università del cibo che sono sorte in Italia negli ultimi anni hanno
dedicato (per unanime ammissione) poco tempo e poche risorse al
dolce.
Chi ha mai sentito Marchesi o Vissani o Paracucchi fare una
lezione su un qualsiasi tipo di dolce italiano?.
D.
Il gelato nel mondo è ancora in una fase di boom, al di la del
patriottismo, a cosa bisogna puntare per mantenere il primato e la
specificità italiani, a livello culturale e a livello commerciale?
R.
In questo non abbiamo rivali, siamo primi nel mondo e dettiamo legge.
Il Gelato, grazie agli sforzi individuali di migliaia di uomini e
donne che hanno rischiato i propri risparmi per aprire gelaterie in
tutti gli angoli del mondo, è unanimemente considerato una
prelibatezza italiana. Bisogna non farci scappare di mano questa
ricchezza nazionale, ma come fare?
Le istituzioni non sanno neanche
chi ci sia dietro questo fenomeno, le associazioni di categoria sono
strettamente nazionali e in lotta fra di loro, l'unico ente che
vigila sul settore a livello internazionale è l'AIIPA,
un'associazione della Confindustria che racchiude le aziende che
operano su questo mercato. Ancora una volta, il solo modo di
diffondere e difendere il buon gelato artigianale italiano, è nelle
nostre mani: delle aziende che producono semilavorati di qualità,
degli operatori che aprono gelaterie sempre più accoglienti e
moderne, dei ristoratori che non cedono alla lusinga del gelato fatto
dall'industria e mascherato da "fatto in casa" quando
servito a tavola.
Noi Italiani ci siamo fatti da soli, non abbiamo
avuto le istituzioni che ci hanno aiutato a promuovere la nostra
cucina, anzi, spesso fanno di tutto per rovinarle l'immagine,
sappiamo come fare a generare successi, cerchiamo di completare
l'opera e di far innamorare i nostri clienti anche dei nostri
splendidi e leggerissimi dolci.
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