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Il Vino degli Altri di Andrea Scanzi
di Vincenzo Reda
“Le allusioni malmostose a Luca Maroni sono
sincere, ma rispettose. Non condivido niente di quello che scrive, ma
lui senz’altro ne sa più di me. Spero solo che il futuro non
somigli alla sua idea di futuro (e di vino)”.
Anche per frasi come
quelle qui sopra riportate mi piace Andrea Scanzi: perché è una
persona pulita, franca che sa esprimere idee e concetti chiari senza
ricorrere a sotterfugi, perifrasi, eufemismi - se poi sapesse ogni
tanto omettere le volèe agricole di Seppi, i riferimenti a Povia e
Alessandro Meluzzi (tutta gente più o meno a me inutile, detto
sempre con rispetto e senza alcuna acrimonia), mi piacerebbe anche di
più.
Io leggo di notte, un po’
perché soffro da sempre di insonnia e mai ho fatto uso di pastiglie;
un po’ perché mi distraggo con facilità e, quando leggo - mai
leggendo per piacere o per diletto, ma da sempre per conoscenza -
questa mia difficoltà alla concentrazione mi reca fastidio (è uno
dei motivi per cui non gioco mai tornei di tennis: pur giocando molto
bene, riesco a perdere con gente quasi ridicola). E leggo con
attenzione, anche rileggendo, ritornando indietro, prendendo appunti:
e bevo.
Ho cominciato questo
libro con un Grillo in purezza del 2009 e l’ho finito bevendo un
ottimo Etna Bianco (Carricante e Catarratto) sempre del 2009 di
Nicosia, con vigne poste tra i 650 e gli 800 mt. nella zona di
Trecastagni - parlo dell’Etna, perché il Grillo è un vitigno
della Sicilia occidentale, meglio noto come base del Marsala.
Preciso tali note perché
di questi vini Scanzi parla definendoli «vini outtake», che è un
obbrobrio linguistico ma funziona nella sostanza: si vada a leggere
il capitolo per saperne di più (mannaggia! quel Verduno di
Pelaverga, dove Verduno è il paese e Pelaverga il vino e vitigno:
una svista che purtroppo ci può stare, in mezzo a questo oceano mare
di materiale).
Il lavoro si articola su
dieci capitoli dedicati a importanti aree geografiche vinicole del
mondo - Champagne, Bordeaux, Bourgogne, Rodano e Loira (Francia);
Renania (Germania); Rioja (Spagna); Ungheria ; California (USA);
Argentina - a cui sono accostate, in altrettanti capitoli, in maniera
assai soggettiva quindi opinabile, ma dichiarata, dieci zone italiane
di eccellenza, come usa dire.
Se Champagne/Franciacorta
e Bordeaux/Bolgheri appaiono accostamenti azzeccati, Bourgogne/Etna,
Rodano/Cortona (per il Syrah), Argentina/Sardegna (Malbec/Cannonau)
lo sono meno assai: ma questo è il gioco e bisogna starci, se no si
legge altro e Scanzi non ci piacerebbe.
Invece ci piace, molto
condividendo - pur con diversi distinguo e qualche lontananza di
vedute inevitabile: ma di Andrea mi piace, oltre la pulizia e la
franchezza di cui sopra, il metodo, la serietà, la capacità di
attingere alle fonti sicure, meglio se sono uomini con storie
importanti che egli racconta con l’occhio del cronista più che del
narratore.
Infatti, del cronista
possiede la scrittura, chiara, fresca - che a me non piace, ma questo
è tutt’altro discorso - zeppa di citazioni, riferimenti (spesse
volte eccessivi), rimandi, spruzzi di ironia che sono la delizia dei
suoi ormai tanti affezionati lettori.
Andrea Scanzi è comunque
un competente, un competente appassionato che ricerca con insistente
pervicacia la sua propria strada; in perenne bisogno di trovare
qualcuno che gli apra uno spiraglio nuovo, che gli racconti una
storia diversa - non importa se con animo integralista o sano buon
senso antico: nel libro, senza entrare in dettagli qui inutili, tanti
sono i personaggi a cui Andrea lascia la parola, evitando quasi
sempre di emettere giudizi o commenti a favore o contro.
Da buon giornalista, poi,
inframmezza i capitoli tecnici con altri in cui alleggerisce la
lettura: sono ulteriori 14 capitoletti in cui si ritrovano
pseudo-test, giochini, ironiche sinossi, ecc.
Un buon lavoro che mi
sono spolpato in un paio di notti insonni, accompagnato dalle
bottiglie di cui sopra: certo, a me mai verrebbe di bere champagne
(che poco conosco, poco mi piace e quando mi piace scopro sempre che
costa un mucchio di soldi) ascoltando A Love Supreme di Coltrane;
sono diventato (quando potevo permettermelo) un intenditore di Single
Malt arando solchi di Monk e Davis e Joan Sebastian; con Guccini e
Dylan bevo bianchi (Verdicchio, Kerner, Gold Muscateller non potendo
più permettermi certi Meursault, Chassagne-Montrachet o anche
soltanto(!) Chablis).
Al di là di certe
ignobili polemiche che possono essere generate dal fatto che uno ha
la franchezza (coraggio è termine che va usato per ben altri
propositi) di scrivere quello che succede; al di là di pareri che
possono o meno essere condivisibili e di scelte che, essendo tali,
sono soggettive, io spero che questo lavoro di Andrea possa servire a
qualcuno per scoprire, a esempio, i prodigi del Rieseling, del Tokaji
ungherese, del Malbec argentino, di alcuni vini del Rodano.
Nota finale: quando si
vuol parlare di qualcuno che svolge male il proprio lavoro lo si
invita a andare a zappare.
Che fesseria: così fa
danni anche peggiori alla terra! Questo per introdurre il fatto che
molti fra i grafici editoriali io li spedirei in miniera, non a
zappare; mi spiego: la copertina del libro di Scanzi è brutta, ma
questa è una faccenda più o meno soggettiva. La copertina del libro
di Scanzi è graficamente mal impostata e non rende un buon servizio
al lavoro di Andrea - non entro in meriti che sono prettamente
grafici e di comunicazione; al contrario delle pagine interne che
testimoniano di una corretta cultura libraria: carta uso mano
avoriata, carattere classico di facile lettura con impostazione di
pagina non pesante.
Per finire, il libro me
lo sono comperato, ma mi avrebbe fatto piacere se l’autore o
l’editore me lo avessero omaggiato: le mie parole non sarebbero
state differenti; alla stessa maniera di una bottiglia di vino avuta
in omaggio: ci vuol altro che un libro o una bottiglia per ammansire
gentaglia come noi, vero Andrea?
Il vino degli altri
di Andrea Scanzi
Mondadori, Strade Blu
Pp. 327 – 18,50 €.
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