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L'intolleranza
al lattosio
Abbiamo
incontrato il Professor Angelo Franzè, Direttore della Divisione di
Gastroenterologia, Direttore del Dipartimento di medicina 3 e membro del
Collegio di Direzione della Azienda Ospedaliera Universitaria di Parma, che ci
ha rilasciato la seguente nota su un lavoro suo e della sua équipe
medica
Il latte è un componente fondamentale della dieta
e il suo valore nutrizionale, da millenni utilizzato costantemente
nell’alimentazione umana.
Il latte materno, oltre a proteine, grassi,
vitamine, minerali e altri principi attivi di stimolo su funzioni biologiche del
bambino, contiene carboidrati costituiti da lattosio e da importanti quantità di
oligosaccaridi, in grado, questi ultimi, di favorire lo sviluppo della flora
bifidogena presente nell’intestino del lattante proteggendo così l’apparato
digerente del bambino dalle infezioni.
Il lattosio è un disaccaride presente soltanto nel
latte dei mammiferi e nei suoi derivati1, in quanto viene sintetizzato nella
ghiandola mammaria grazie al sistema della lattosio sintetasi, che lega una
molecola di D-galattosio con una di D-glucosio.
Il bambino è geneticamente predisposto per
digerire il lattosio, essendo in grado di produrre la lattasi, una
b-galattosidasi aderente all'orletto a spazzola degli enterociti, che idrolizza
“lo zucchero del latte” in D-glucosio e D-galattosio, sui microvilli
dell'intestino tenue. L'enzima compare nell'uomo già alla 23° settimana di
gestazione e raggiunge la concentrazione massima al termine della gravidanza; la
sua attività resta alta sino a quando il bambino rimane legato al latte come
alimento per la sopravvivenza. Oltre il sesto mese di vita fisiologicamente
diminuisce fino a ridursi nell'adulto ad un decimo del suo valore alla
nascita.
Con l'avanzare dell'età, possono aumentare quindi i problemi
di malassorbimento del lattosio4, con quadri clinici gravi,
ascrivibili alle intolleranze intestinali ai disaccaridi, che portano ad una
riduzione del consumo di latte.
Per intolleranza si intende
l’incapacità di digerire il lattosio a causa di un deficit dell’enzima
intestinale lattasi; essa può essere associata a gonfiore, dolori addominali,
diarrea e meteorismo.
Diversa è invece l'allergia al
latte, risposta del sistema immunitario correlata ad una reazione avversa alle
proteine, che coinvolge numerosi organi ed apparati, in particolare l’apparato
respiratorio, il sistema cutaneo ed il tratto gastro-intestinale, con
manifestazioni variabili.
Esistono un’intolleranza primaria e un’intolleranza
secondaria.
L’intolleranza primaria, a sua volta, può essere congenita
(ipolattasia) o acquisita.
L'intolleranza congenita al lattosio è molto rara ed ha basi genetiche.
L'intolleranza acquisita è invece molto frequente ed è dovuta ad una
diminuzione “fisiologica” della lattasi; interessa circa il 70% della
popolazione mondiale.
Per anni si è sostenuto che assumere costantemente latte consentisse di
evitare il declino dell’attività della lattasi, enzima ritenuto inducibile. Nei
soggetti non affetti da ipolattasia, tuttavia, l’attività aumenta velocemente
con l’introduzione di lattosio fino a tornare a valori normali, mentre nel
soggetto ipolattasico questo non avviene, anche con l’ingestione quotidiana di
grandi quantità di latte. La teoria della lattasi come enzima inducibile è
rapidamente venuta a cadere, a favore dell’ipotesi di un declino geneticamente
determinato dell’attività enzimatica.
Secondo studi recenti, in Italia il deficit di lattasi è presente nel 40%
circa della popolazione, con valori particolarmente elevati nell'area napoletana
e presenta un andamento crescente passando da Nord verso Sud.
L’intolleranze secondaria è causata da patologie che determinano
lesioni all'intestino tenue, con conseguente danno enzimatico. La patogenesi del
disturbo è stata chiarita soprattutto tramite il dosaggio delle disaccaridasi su
frammenti bioptici di mucosa digiunale5,6
Tra le cause di ipolattasia secondaria si annoverano numerose condizioni
patologiche, quali gastroenteriti, morbo di Crohn, celiachia, colite ulcerativa,
sindrome del colon irritabile, radiazioni, deficit immunologici. Tra le
infezioni intestinali, un ruolo particolare è rivestito dal Rotavirus,
principale causa di enterite acuta del lattante e del bambino in età
prescolare.
Anche deficit proteico e malnutrizione grave possono determinare
modifiche della mucosa digiunale con conseguente ipolattasia.
I farmaci possono agire sull’attività della lattasi direttamente,
inibendo l’attività enzimatica, o indirettamente, svolgendo un effetto tossico
che danneggia la mucosa. Trattamenti farmacologici con kanamicina, neomicina,
polimicina, tetraciclina, colchicina e vari chemioterapici (metotrexate,
aminopterina, 5-fluorouracile, 6-mercaptopurina) causano alterazioni dei villi
intestinali sino ad atrofia, con conseguente declino delle lattasi. Il ruolo
dell’alcool quale fattore unico è dibattuto.
L’enteropatia da radiazioni ionizzanti è causa di intolleranza al
lattosio, così come alcune condizioni post-chirurgiche. In particolare, la
sindrome dell’ansa stagnante e la conseguente overcrescita batterica determinano
un’alterazione dei villi intestinali. Resezioni ileali, invece, determinano
compensatorio dell’attività enzimatica a livello dell’orletto a spazzola, per
cui solo interventi estesi determinano un quadro
sintomatologico.
La condizione di ipolattasia secondaria cessa quando si risolve la
situazione patologica a livello del piccolo intestino, anche se l’attività tende
a rimanere soppressa per tempi più lunghi rispetto all’ipolattasia
primaria.
Il lattosio che non viene completamente idrolizzato si accumula nella
porzione distale del piccolo intestino, esercitando l'effetto osmotico di
richiamo di acqua e sodio che porta a diarrea. Nel colon il lattosio viene
fermentato dai batteri con produzione di metano, idrogeno, CO2 ed
acidi grassi volatili determinando quindi flatulenza, distensione addominale e
senso di gonfiore. Le feci diventano acide per la presenza degli acidi grassi
volatili e risultano positive ai test per le sostanze riducenti, quali il
lattosio.
Il deficit congenito di lattasi, quadro raro, si
manifesta con diarrea acquosa che il neonato sviluppa non appena viene nutrito
con latte materno o cibi contenenti latte, senza vomito o perdita di appetito.
Il deficit di elementi nutritivi determina quindi un ritardo nella crescita, con
disidratazione e rapida insorgenza di alcalosi.
Il paziente adulto intollerante il lattosio può
invece mostrare sintomatologie diverse in relazione al carico giornaliero e a
caratteristiche individuali (soggetto sintomatico o non
sintomatico)
Infatti la sensibilità nei confronti di tale zucchero, oltre che
dall’attività della lattasi, è funzione del tempo di transito gastrointestinale,
delle modificazioni (positive) della flora fermentativa del colon e
dell’assunzione di fibre. I sintomi normalmente compaiono da 30 minuti a 2 ore
dall'ingestione di cibo contenente lattosio; prevalgono nausea, dolori
addominali (tipo colica), senso di ripienezza, meteorismo, diarrea.
Tali disturbi portano normalmente ad una drastica riduzione del consumo
di latte, con conseguenti problemi di assunzione di adeguate quantità di calcio:
in bambini, dalla cui dieta sono stati esclusi parzialmente o totalmente i
prodotti a base di latte per 2 anni, si è visto un potenziale rischio di
difettosa mineralizzazione dell'osso con osteopenia (riduzione della densità
minerale ossea) e osteoporosi22.
Anche in soggetti con morbo di Crohn ed intolleranti il lattosio è stata
evidenziata una densità ossea, nella zona lombare della colonna vertebrale,
significativamente ridotta24 (anche se è da tenere presente in questi
pazienti l’azione demineralizzante secondaria al prolungato uso di cortisonici).
La diagnostica differenziale va posta anzitutto tra le forme primitive e
secondarie poiché, come anzidetto, la patogenesi e il conseguente approccio
terapeutico variano: nel caso di ipolattasia primitiva occorrerà mettere il
paziente in dieta priva di latte e derivati; nel caso di forme secondarie,
invece, curando la patologia si base si risolverà progressivamente anche
l’ipolattasia.
L’ipolattasia va inoltre distinta dalla sindrome dell’intestino
irritabile e, come già detto, dall’allergia alle proteine del
latte.
I sintomi dell’intolleranza vengono confermati con l’impiego di test
diagnostici.
Un metodo non invasivo e che non implica prelievo di sangue, né urine,
prevede la somministrazione di un carico di 50 g di lattosio, e conseguente
aumento o diminuzione della dose al fine di valutare la dose minima in grado di
determinare la comparsa dei sintomi, valutabili mediante score standardizzati.
Tale test è però scarsamente attedibile per la soggettività della valutazione
sintomatologica.
Esistono metodiche di laboratorio fondati invece sulle variazioni
chimico-fisiche indotte dalla “cattiva digestione” intestinale del lattosio,
quali:
- il breath test all'idrogeno, che si basa sull'incremento dell'idrogeno
nell'aria espirata nelle 4 ore successive all'assunzione di un carico di
lattosio. La metodica si basa sul principio che la flora batterica intestinale è
n grado di metabolizzare il lattosio liberando idrogeno. Poiché tale
fermentazione è la sola fonte di produzione di idrogeno nell’uomo, l’escrezione
polmonare di idrogeno rispecchia la produzione a livello del
colon
- il pH fecale, che rileva un viraggio acido ( circa 5.5) per la presenza
di ac. lattico ed acidi grassi; il test è però scarsamente
attendibile
- la determinazione del potere riducente fecale, che rivela la presenza di
zuccheri riducenti non assorbiti, lattosio o glucosio; il risultato può essere
alterato da variazioni della motilità intestinal
- cromatografia dello zucchero su carta: può essere utilizzato per
identificare il tipo di zucchero malassorbito, ma nei bambini allattati al seno
l’emissione di piccole quantità di lattosio con le feci è considerata
normale
- il test da carico di lattosio, che si fonda sull'incremento della
glicemia nelle 2 ore successive all'assunzione; se il lattosio viene scisso ed
assorbito in modo incompleto, la glicemia non aumenta oltre i 20 mg/100 ml, come
invece avviene in condizione normale
- test di tolleranza al lattosio con etanolo: misura la galattosemia
anziché la glicemia, inibendo la conversione epatica dei due zuccheri attraverso
la somministrazione di etanolo. Il test è meno modificato dai cambiamenti di
velocità di svuotamento gastrico e meno inficiato dai tassi
glicemici
- La biopsia enterica con esame istologico ed ultrastrutturale dei
frammenti di mucosa digiunale, esame eseguito di solito a scopo di ricerca, che
consente di evidenziare rarefazioni dell'apparato microvillare. La
biopsia va eseguita 10-20 cm sotto il legamento di Treitz, con controllo
radiografico
- Esistono infine test urinari, basati sulla concentrazione del galattosio
nelle urine.
Sui bambini
piccoli e sui lattanti si preferisce eseguire la determinazione del pH e del
potere riducente fecale, in quanto i test che comportano un carico orale di
lattosio potrebbero provocare loro una diarrea osmotica anche
pericolosa.
Le informazioni fornite da questi test devono essere sempre correlate con
la storia nutrizionale del paziente (relazione dieta-sintomi) e con i risultati
ottenuti con una dieta di esclusione, per poter fornire informazioni
terapeuticamente utili.
I sintomi dell’intolleranza al lattosio, una volta individuati, possono
venire controllati solo riportando la quantità di lattosio ingerito alla quota
individualmente tollerata, determinata sperimentalmente.
I risultati delle analisi forniti dal breath test (l’unico test
riconosciuto attendibile) smentiscono il dato del 45% di popolazione
intollerante il lattosio8; l’errore in eccesso nella diagnosi deriva
dal fatto che i disturbi10 dell’intolleranza sono simili a quelli
presentati dalla sindrome del colon irritabile e alcuni test 9
forniscono risultati quasi identici per le due patologie.
Il trattamento cardine consiste nel restringere la quota dietetica di
lattosio, sino alla completa abolizione.
L’assunzione di modeste quantità di latte (la maggior parte di
ipolattasici riesce ad assumere 5-10 g di lattosio in singola dose) insieme a
cibi in grado di rallentare il transito intestinale migliora la
tollerabilità.
In entrambi i tipi di intolleranza, primaria e secondaria, è
particolarmente utile l'uso di latte a ridotta percentuale di lattosio, ottenuto
tramite idrolisi enzimatica, per consentire a tutti l’assunzione dei nutrienti
del latte16 ed evitare, soprattutto nel secondo caso, un
disadattamento enzimatico intestinale23 , che comporterebbe una
notevole difficoltà alla successiva ripresa di una normale alimentazione.
Numerosi studi hanno valutato l'efficacia e la tollerabilità di un latte
a cui è stata aggiunta una frazione enzimatica ricca di lattasi, ottenuta da
stipiti di Saccharomices, in soggetti intolleranti al lattosio (tra cui alcuni
gastroresecati o pazienti con sindromi secondarie da malassorbimento), con
risultati favorevoli. Questo alimento risulta importantissimo anche per soggetti
colpiti da sindromi intestinali varie, che per prudenza rinunciano al latte (la
sindrome del colon irritabile, per esempio, colpisce circa il 12% della
popolazione italiana).
Altro alimento utile in caso d’intolleranza al lattosio è lo yogurt: lo
Streptococcus termophilus in esso presente produce una beta galattosidasi
attiva durante il suo transito nel tubo digerente; durante la digestione dello
yogurt non si “libera” nell'intestino25,26lattosio
fermentante.
Alimenti come il latte delattosato, lo yogurt e i
probiotici, quindi, non soltanto consentono di assumere i nutrienti del latte ma
contribuiscono al riadattamento intestinale della lattasi.
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