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Vi presentiamo una bella polemica, tra Langone e un ristoratore romano. Camillo Langone “ stronca” di brutto, su IL FOGLIO, quello che passa per un

ristorante di Roma “a la page”, DAL BOLOGNESE di piazza del Popolo. Il proprietario Alfredo Tomaselli gli risponde sullo stesso giornale e Langone non si lascia scappare l’occasione per una replica pepata. DAGOSPIA, che pubblica il tutto, definisce la disputa “La Società dei Magnaccioni”. A voi il giudizio, ecco le due lettere (tra qualche giorno pubblicheremo la contestata recensione di Langone dopo la “mangiata” Dal Bolognese).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LETTERA DI ALFREDO TOMASELLI A “IL FOGLIO”


Signor direttore - Ci consentiamo di inviare la presente direttamente e personalmente a Lei, che abbiamo avuto il piacere di avere più di qualche volta come nostro cliente e che, quindi, ci pare essere tra coloro i quali, per mutuare le parole del Sig. Langone, “incomprensibilmente entrano” nel nostro ristorante, al fine di rappresentarLe il nostro rammarico e la nostra sorpresa nel vedere pubblicato proprio sul Suo giornale un articolo come quello indicato in oggetto (“
Centocinquantaquattro euro e mezzo per non vedere Gaetano Pecorella” Il Foglio n. 49, 19 febbraio 2003, ndr) che, senza alcun dubbio,
travalica abbondantemente anche il più estremo e tollerabile confine del diritto di critica e di cronaca.

(Vissani, Alfredo Tomaselli e il cuoco-U.Pizzi)


Siamo abituati a dare a ogni giudizio pronunciato nei nostri confronti il peso corrispondente al prestigio di colui che lo emette e, in tutta franchezza, il giudizio del Sig.
Camillo Langone ci è parso più leggero dell’elio, tuttavia la perseveranza e l’albagia con le quali il Suo inviato continua a denigrare la nostra azienda ci costringe a infrangere il nostro silenzio.

Nonostante la sua presunzione di grande critico e conoscitore dell’arte culinaria e gastronomica, infatti riteniamo che il Sig.
Camillo Langone, stavolta, “
abbia messo un po’ troppo aceto nell’insalata”.
Per prima cosa ci teniamo a fare sapere all’interessato di avere seguito il suo consiglio e che, conseguentemente, abbiamo sottoposto il nostro menu a un severo controllo ortografico. Nella indisponibilità del noto glottologo segnalatoci, ci siamo accontentati di un più modesto maestro elementare, ormai in pensione da tempo, e quindi sempre alla ricerca di nuove emozioni.

Nel fare ciò, tuttavia, siamo stati così imprevidenti da allegare anche l’articolo del Sig. Langone, alla vista del quale l’anziano maestro, scosso da un improvviso fremito adrenalinico, ha immediatamente posto da parte il menu (non senza avere prima ordinato un bel piatto di manzo, chinino o chianino che fosse, seguito da un succoso chateau-briand, comunque fosse scritto, “
tanto” ci ha fatto osservare, “la devo mangiare e non leggere”) per dedicare tutta la sua attenzione all’opera somma del Langone; sulla quale la ormai dimenticata e riposta matita blu e rossa ha rinverdito gli antichi allori con rinnovato
e ritrovato vigore.

(Tomaselli e Cecchini-U.Pizzi)


E’ curioso, e finanche comico, che un così severo censore, novello carneade della gastronomia, sia incorso in tale ridda di errori, orrori e sviste. Colui che tutto osserva, conosce e vede, ma soprattutto, tutto critica, non si è avveduto del trave nel proprio occhio, intento come era a guardare la pagliuzza in quello del nostro tipografo.
Ci sarebbe piaciuto indicare analiticamente, e con pari sdegnoso scandalo, la selva di affronti alla lingua di Dante contenuti nel “
tristo libello” del poeta della forchetta, ma ciò avrebbe significato sacrificare altra carta ed altro inchiostro del tutto inutilmente, perché “l’articolo di tutti gli articoli” è ormai consacrato negli archivi del giornalismo, comodamente ed immediatamente accessibile a tutti gli aspiranti seguaci del “mordi e fuggi” della lingua italiana.

Una unica preghiera rivolgiamo al Sig. Langone: poiché consideriamo gli articoli scritti dal medesimo alla stregua di una medaglia al valore per la nostra azienda, la prossima volta che intenderà dilettarsi in quella che ormai sembra essere la principale attività degli incapaci, cioè la denigrazione ed il dileggio del lavoro altrui, abbia almeno l’accortezza e la cortesia di indicare correttamente il nome del ristorante che, contrariamente a quanto continua a scrivere, non è “
Del Bolognese” o “Il Bolognese”, ma “Dal Bolognese”.
Per opportuna conoscenza del Sig. Langone, comunque, facciamo umilmente rilevare che se è vero che il manzo non è “
chinino” (noi, comunque abbiamo scritto “chinina”), è però altrettanto vero che non è nemmeno “chianino”, quanto piuttosto “chianina”, alludendosi
con ciò alla razza bovina e non alla residenza geografica dello stesso.

(Vissani tra Cesara Buonamici e Maria Angiolillo-U.Pizzi)


Abbiamo preso, comunque, buona nota anche del fatto che l’infallibile castigatore dei ristoratori ha finalmente compreso che il produttore del Cesanese del Piglio, si chiama “
Massimi Berucci” e non “Massimo Berucci”, come invece scritto a pag. 184 di “Panorama” del 20.02.03: chissà che sconquasso nell’animo subirà il Sig. Langone quando scoprirà di essere fallace tanto quanto i suoi inquisiti!

Avremmo veramente voluto rispedire al suo autore la copia dell’articolo, ma il povero maestro non è stato in grado di portare a termine la sua meritoria opera di difesa e salvaguardia della italica lingua, colto da un improvviso attacco di dispepsia (preprandiale) subito dopo avere letto:
“… che se uno si sta infilando il cappotto, Tu rimani fuori”.
Il risultato ottenuto sino a quel punto, comunque, ci ha tanto ricordato la storica maglia dei giocatori del Bologna Calcio, anch’essa piena di righe blu e rosse, la quale cosa, se ha fatto sorridere noi (attese le nostre origini emiliane), non altrettanto dovrebbe far fare al Sig. Langone. Per amore di verità, comunque, desideriamo rassicurare l’autore: il suo articolo è tornato utilissimo al maestro per incartare lo chateau-briand che, successivamente, ha consumato a casa propria, trovando che il sapore dello stesso appariva perfettamente identico a quello del nostro, originario e vilipeso, “chateau briand” ed altrettanto gradevole.

(Ottaviano Del Turco mentre esce dal Bolognese-U.Pizzi)


Qualcuno, comunque, dovrebbe avere la bontà di fare sapere alla “
metà del tavolo scrivente” che, con tutta probabilità, “essendo la sua nuca all’ingresso” (forse era proprio questa che impediva il comodo passaggio?!?), insieme alla stessa ci devono essere state anche le sue cornee, le retine e i cristallini, preso atto del fatto che quelle utilizzate la sera del 05.02.03 non hanno visto che sul tavolo i “Grissin Bon delle peggiori pizzerie”, in realtà erano i “Fagolosi”; cioè il prodotto di massima punta qualitativa di un’industria che, comunque, è apprezzata in Italia e nel mondo.

Se, inoltre, il nostro guardaroba è “
lisergico”, cosa dire di chi continua a sostenere che nel nostro ristorante un Cesanese del Piglio viene fatto pagare € . 82,50, quando è perfettamente consapevole che sulla carta dei vini è indicato accanto allo stesso il prezzo di € . 22,50?
Se, infatti, eravamo inizialmente orientati a riconoscere al Sig. Langone, quanto meno, una apparente buona fede, ora alla luce di questo ultimo gratuito, ingiustificato ed ingiustificabile “
linciaggio” morale della nostra azienda e dei nostri dipendenti, tale attenuante non siamo più disposti a concedergli.
In un primo momento, infatti, eravamo persino arrivati ad ipotizzare che la lamentata discrepanza contabile potesse essere stata il frutto di un nostro errore di trascrizione, ma la pervicacia con la quale l’argomento continua ad essere strumentalizzato ha dissolto
ogni nostro dubbio.

E’, infatti, del tutto evidente che se si fosse verificato un errore così grave, ma anche così grossolano e quindi immediatamente riconoscibile, l’uomo che tutto vede, tutto osserva, ma soprattutto tutto critica, l’uomo che ha mangiato in tutti i ristoranti da Milano a Milazzo,
dalle Alpi alle Piramidi e dal Manzanarre al Reno, l’uomo che avrebbe, probabilmente, rilevato difetti anche nell’ultima cena, insomma il Sig. Langone, se ne sarebbe certamente avveduto e lo avrebbe fatto rilevare al nostro personale, magari proprio a quello stesso maître che, invece, ha preferito mettere alla berlina con la forza della sua penna per il rispetto della puntualità dallo stesso mostrato, quasi ciò fosse una colpa ed un difetto e non, invece, la prima regola della cortesia, della buona creanza e dell’educazione.

(Rosy Greco con Alain Elkan dal Bolognese-f.Lapira)


E, poi, che cosa avrebbe dovuto fare il nostro maitre, secondo il Langone?
Avrebbe, forse, dovuto mettere alla porta anzitempo, con un quarto d’ora di anticipo, altri due clienti perché l’auto-proclamatosi nuovo “
guru” del gusto, del sapore e dello charme maccheronico, il “terrore dei ristoratori birbaccioni”, reclamava il suo diritto di iniziare prima del previsto a prendere appunti da utilizzare per insolentire, poi, la proprietà ed i suoi dipendenti?

Fortunatamente il quotidiano riscontro fornitoci dal sempre crescente numero di clienti (i soli critici degni di rispetto e di ascolto), fa sì che leggendo l’articolo del Langone si tragga del suo autore la stessa impressione che destava il protagonista di una nota barzelletta che, guidando in autostrada contro-mano, dava del “
pazzo” a tutti gli automobilisti che percorrevano la stessa nel giusto senso di marcia.

In conclusione ci sentiamo di potere e dovere dire che quando il Sig. Langone avrà ottenuto in campo giornalistico lo stesso numero di riconoscimenti, attestazioni e premi che ha ottenuto in campo gastronomico il ristorante “
Dal Bolognese”, allora, forse, potremo dare ascolto alle sue parole, ma soprattutto potremo dare credito ai suoi giudizi su come si gestisce una azienda di ristorazione solo quando lo stesso avrà dato prova di avere saputo creare e mantenere con successo e nel successo per oltre 40 anni un ristorante come il nostro.

(Una tavolata con il presidente Cossiga-U.Pizzi)


Sino ad allora, in difetto di tale prova, l’unica pietanza sulla quale potrà realmente esprimere giudizi il Sig. Langone, con perfetta e piena cognizione di causa, potrà soltanto essere la stessa che fornisce la sostanza agli articoli che scrive: l’aria fritta.

Allora arrivederci al Sig. Langone al 2043, attendiamo con bonaria curiosità di essere sconfessati e smentiti dai fatti, sebbene ben sappiamo che, invece, continueremo a vedere pubblicare i suoi articoli poiché è noto che: “
chi sa, fa e chi non sa… insegna”.

Nel ringraziarLa, egregio Direttore, per il tempo concessoci Le rinnoviamo il segno della nostra stima e Le inviamo cordiali saluti.
Per la
Dal Bolognese di A.Tomaselli & C. S.a.s, per tutti i suoi dipendenti e collaboratori e, perché no, anche per la Grissin Bon e i colleghi delle guide citate dal sublime vate della lasagna.
Alfredo Tomaselli



REPLICA DI CAMILLO LANGONE


Caro
Tomaselli - Sono il Vate della Lasagna, in persona, per servirla.
L’anno scorso ci incontrammo nel suo ristorante, ma lei forse non se lo ricorda, con tutte le persone importanti che vede ogni giorno. Faceva caldo e ci sedemmo fuori, a un tavolo con vista su piazza del Popolo e con odorato sulla corsia automobilistica che prima di infilarsi in via Ripetta ammorba e gasa i suoi spettabili clienti e dipendenti. Lei indossava un abito di buon taglio in gabardine chiaro, un tessuto che amo molto e che in questi tempi ineleganti è ovviamente caduto in disuso. Il suo stile mi rimase impresso, così diverso da quello dei tanti cuochi buzzurri, dei troppi ristoratori sciattoni. Saranno state le tre o le quattro del pomeriggio, dal suo locale uscivano gli ultimi avventori:
Rita Rusic, Pasquale Squitieri, il gotha del cinema. Ero accaldato, lei lo notò e molto signorilmente mi fece portare un bicchier d’acqua. Così sedotto (mi ci vuole poco, anche in altri campi) le feci un’intervista che pochi giorni dopo, esattamente il 12 agosto 2002, si trasformò in un articolo lungo mezza pagina pubblicato sul Giornale.

Se non l’ha conservato – con tutti gli articoli importanti che le dedicano ogni anno – posso fargliene avere fotocopia.
Rileggendo oggi il pezzo in questione (intitolato “
Fassino e Clooney uniti da quel ‘Bolognese’ ”), mi pare così sfacciatamente favorevole da sembrare una marchetta, pur non essendolo, a meno che non debba ritenermi comprato per avere accettato quel bicchier d’acqua. Mi ero sdilinquito sfogliando il suo libro d’oro (fra gli autografi c’era una poesia di Ungaretti) e ascoltando i suoi aneddoti su Claudia Schiffer e Tano Festa. In preda a una sorta di sindrome di Stendhal (o di Stoccolma, chissà) mi ero spinto a dire che al Bolognese non si ingrassa, visto che Fassino è cliente assiduo. Insomma avevo riempito mezza pagina di salamelecchi e di facezie. Non so quanto costi mezza pagina di Giornale (mi auguro più di un bicchier d’acqua), sta di fatto che per raccontare ai lettori sotto l’ombrellone i banchetti dei vip, io senza volerlo le ho fatto mezza pagina di pubblicità. Al Giornale, dopo quell’articolo, non arrivarono quattro pagine di alati ringraziamenti, che invece giungono oggi al Foglio in virtù della mia breve recensione del 19 febbraio ultimo scorso. Fa parte dei costumi più tipici, più pittoreschi, della gloriosa categoria dei ristoratori romani di cui lei è senza dubbio un campione, il rivolgersi non direttamente agli autori degli articoli ma ai caporedattori, ai direttori e magari anche agli editori.

Edoardo Raspelli dopo aver criticato “
Rosetta” e “Lo sbarco di Anzio” frequentati dal principe Carlo Caracciolo venne sbarcato lui, dalla Guida Ristoranti dell’Espresso, e analoga disavventura stava per capitare all’adorabile Camilla Baresani del Sole 24Ore, anch’ella colpevole di lesa “Rosetta”. I ristoratori di Isernia e di Oristano queste manovre a tenaglia vorrebbero farle ma non sanno a chi rivolgersi, perciò quando prendono votacci e stroncature soffrono in silenzio, si bevono un mirto o un limoncello e buona lì.

Non a tutti è concesso leggere la soave prosa che la guida del
Gambero Rosso riserva al suo esercizio: “Quando si pensa a un locale dove poter stare in pace per incontrare qualcuno e dove avere la assoluta certezza di uno standard qualitativo sempre costante, Dal Bolognese è forse uno dei primi e pochi posti che vengono in mente”. Se Stefano Bonilli avesse il dono della sintesi che consentì a Longanesi il fantastico “Mussolini ha sempre ragione”, avrebbe scritto anche meglio: “Da oltre quarant’anni il Bolognese è uno dei migliori ristoranti del mondo, e costa pure poco”.

Qualcuno potrebbe obiettare che alcune caratteristiche del suo ristorante (doppi turni, tavolini ravvicinati anzi quasi incollati, grissini confezionati “
Grissin Bon”) sono da Milano a Milazzo il tradizionale appannaggio di pizzerie, trattorie per camionisti, self-service per impiegati in pausa pranzo, posti dove si spendono 15 euro e non 150, e che invece appena si sale di livello i turni scompaiono, i tavoli diventano più grandi e più distanti, i grissini vengono sostituiti da pane fresco. Ma sarebbe senza dubbio un cornuto e un prevenuto, spinto da losche motivazioni (invidia, voglia di farsi bello alle spalle sue e dei suoi spettabili clienti e dipendenti, corruzione da parte di ristoratori limitrofi).

Leggendo i giornali ho notato che in Francia i cuochi si suicidano mentre in Italia querelano. (Invece che
Vate della Lasagna avrei tanto voluto essere Profeta del Foie Gras). Le sono grato di avere scelto una terza via, meno cruenta, ovvero la richiesta di vedere il conto da me ahimé pagato la sera di mercoledì 5 febbraio. Non sembra convinto che cenare presso di lei con un’amica possa essermi costato 154,50 euro di cui 82,50 per una bottiglia di Cesanese del Piglio e due calici di prosecco (dubbio comprensibile perché quando quel conto mi è arrivato sul tavolo non riuscivo a crederci nemmeno io). Io la ricevuta gliel’ho diligentemente spedita però ho già capito che lei rimarrà con i suoi dubbi e con i miei 154,50 euro. Che ho pagato senza battere ciglio perché non sono né un venditore né un compratore di tappeti e non chiedo mai sconti o dilazioni, figuriamoci quando sono in compagnia di una signora (che all’occorrenza potrebbe testimoniare in proposito, il Cesanese le è pure piaciuto).

Leggo che lei giudica la mia recensione alla stregua di una medaglia al valore, quindi dovrebbe sentirsi un po’ in debito verso di me che le ho fornito, ricapitolando: mezza pagina di pubblicità gratuita sul
Giornale + 154,50 euro + una decorazione di cui andare fiero.
Ma voglio offrirle un’ulteriore prova della mia liberalità. Vista anche la consistenza della sua pasta all’uovo, con l’autorità che mi spetta in quanto
Vate della Lasagna la nomino – rullo di tamburi – Gran Maestro del Tortellino di Bronzo.

Con le mie congratulazioni.
Camillo Langone

 

 

 

 

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