E' aperto su SensoryBlog un interessante dibattito sul tema “caffè - qualità - ristorazione

Ritenendolo di notevole interesse riprendiamo l'articolo

scritto dal professor Lugi Odello e invitiamo i nostri lettori a partecipare al dibattito

 

Caffè: perché ingannare il cliente e il produttore per dieci centesimi?

 

(tratto da SensoryBlog - www.assaggiatori.com/blog)

 

Cena con ospiti importanti, il caffè, il diverbio con il cameriere.

Sì, perché il caffè arriva in una tazza che reca il marchio di un torrefattore blasonato, uno di quelli che mi avevano colpito proprio per la profondità, la potenza e la perfezione delle miscele assaggiate.

 

Però quello che mi viene servito è tutt'altra cosa: sul liquido è appoggiata una crema che pare una diga dei castori, tanto la tessitura è grossolana e spugnosa. All'olfatto si sente l'umido del bosco, la quercia marcia, la cantina umida.

 

Al gusto - qui si evince il mio livello di masochismo: l'ho anche messo in bocca - l'amaro è sconvolgente, da cloridrato di chinino, e la lingua si fa subito di cuoio tanto è astringente. Mi permetto un reclamo con il cameriere, asserendo che il caffè non è del produttore richiamato dalla tazzina. Segue una discussione, che naturalmente viene conclusa dal cameriere, come molte volte oggi si usa, con una frase lapidaria: se sapeva che non era di (nome del produttore indicato sulle tazzine), perché l'ha ordinato?

 

Ora una riflessione sull'episodio che pare - mi sono informato poi - abbia una frequenza rilevante:  non è un inganno quello che ho subito? In fondo il marchio sulle tazzine mi ha fatto una promessa non mantenuta. E questo non sarebbe perseguibile per legge? Non sarebbe bello che le autorità competenti quando vanno a fare sorveglianza nei pubblici esercizi verificarssero anche che alle insegne esposte nei bar, a cominciare da quella fuori per finire ai marchi su impianti di spillatura, bicchieri e tazzine corrisponda il prodotto reclamizzato?

 

Ma l'inganno è doppio, e alla frode, tale la considero, si aggiunge il danno nei confronti dei produttori che offrono qualità trasferendo così la loro immagine ai pubblici esercizi: se io non fossi stato certo della marca inserita sulle tazzine, che avrei potuto pensare del torrefattore dopo un caffè simile? Che era impazzito e aveva cominciato a produrre male? Che non era più quello di una volta? E magari sarei anche andato a raccontarlo, o peggio avrei potuto scriverne, in totale buona fede.

 

Miscele come quella utilizzata la posto della marca esposta si trovano al supermercato a meno di tre euro, mentre una buona miscela da bar ne costa anche venticinque e oltre. Ma la speculazione del pubblico esercizio è orrenda, perché la differenza del costo tra il primo e il secondo caffè è di 0,1 €!

E in un posto dove una bottiglia di Chianti l'abbiamo pagata 25 €, questo tanto per dirvi che non eravamo nella prima bettola trovata per strada.

 

Insomma, in questo caso ho davvero bisogno che tutti i lettori di SensoryBlog mi diano una mano per chiarirmi le idee, ma anche per monitorare questo fenomeno che mi pare a dir poco cruento.

 

E' possibile commentare a http://www.assaggiatori.com/blog/index.php/2007/02/15/  

 

 

 

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