Autenticità. Miguel di Siviglia

 

di Luigi Odello

 

Da lui Slow Food non è ancora arrivata, e per quanto il suo locale sia in una delle strade più goderecce di Siviglia riservate ai Sivigliani e ai pochi turisti che la scoprono, le insegne si limitano a un piacevole inserimento di azulejas (le tipiche piastrelle dipinte) vicino alla porta di ingresso.

 

All'interno “lui”, Miguel, che dirige camerieri e clienti con il piglio di un domatore di cavalli. La prima transazione tra noi due ha riguardato un'ordinazione di un zumo de naranja (una spremuta di arancia), visto che campeggiava tanto di cartello vicino alle azulejas blu che ricoprono le pareti fino ad altezza di spalla d'uomo. Non ce l'aveva. Colto in fallo si prodigò in una fantastica dissertazione sul possesso di tutta l'attrezzatura, per addossare poi la colpa dell'impossibilità di esaudirmi alla mancanza della materia prima. Il tutto con fare così compreso tra rabbia e dispiacere da fare invidia a un navigato attore di teatro, e senza minimamente preoccuparsi se io capivo lo spagnolo.

 

E non vi dico cosa capitò a una compagnia di inglesi che all'atto dell'ordinazione gli espressero tutto il loro “My God, ma quanto deficiente è questo che non capisce la nostra lingua universale che Dio stesso ha voluto regalare all'umanità”. Si beccarono una sfilza di proposte nel castigliano più sivigliano che possa esistere: qualcosa bevvero, ma fu per loro totalmente una sorpresa, visto che anche il menù è riportato solamente in spagnolo su sintetiche carte plastificate.

 

Sì, perché da San Eloy, la plastica si è aggiunta al fascino della storia che campeggia alle pareti tra manifesti di corride importanti e ritratti di toreri ambiziosi, coprendo anche i tavoli dove le finte cerate a quadretti meglio fanno risaltare i tovaglioli di carta e le forchette svergole, molte volte self service perché Miguel si dimentica di portartele.

 

E se per caso la televisione trasmette una partita del Real Madrid, può anche darsi che si debba attendere che finisca un'azione per poter ordinare, sempre che ci si riesca a far sentire, perché l'unica cosa capace di superare il volume del televisore è la voce stessa di Miguel che scorrazza tra i tavoli dando istruzione ai camerieri da un capo all'altro del locale, tra volute di fumo della sua sigaretta che gestisce alla perfezione, senza curarsi della cenere che cade per terra, anche durante il servizio. Sì, perché nel locale si fuma, ma gli avventori sono avvisati da un cartello a norma posto sulla porta.

 

Però la Sangrilla di San Eloy è la migliore che abbiamo bevuto a Siviglia, il prosciutto una favola, il riso in padella fatto come si faceva prima dell'avvento della paella pronta da tutti utilizzata. Si può pranzare a tapas, le più svariate della cucina andalusa, tutte buone, come è buona la birra. Ruspanti sono invece in vini di Jerez e limitrofi di cui Miguel vanta un'intera collezione, ed è difficile pensare di finire senza ordinarne un paio.

A un euro l'uno, perché da San Eloy si può fare serata in due con una ventina di euro.

 

Davvero, speriamo che non passino le guide e che Slow Food non lo voglia salvare, altrimenti perdiamo un'altra cosa autentica.

 

 

 

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