|
|
|
|
|
Abruzzo - La “Panarda”
Visita al Museo della Maiolica di Castelli
Che si fa sotto l'ombrellone a Roseto degli Abruzzi?
Si legge, si chiacchiera e qualcuno incomincia a parlare della panarda, il pranzo di trenta portate da mangiare tutte per non offendere il padrone di casa, abbondantissima di piatti e piattini serviti rapidamente uno dopo l'altro (melanzane sott'olio, cozze bollenti, olive, salsicce di fegato “pazzo”). Certi ristoranti non arrivano a trenta, ma alla quindicina sì: eppure un pranzo così copioso non dà fastidio: merito dei pochi grassi impiegati e delle cotture rapide e semplici. Sapore e vigore vengono dal diabolico peperoncino, che avvampa il palato, ma non turba la digestione.
Ancora una volta la gastronomia abruzzese sembra fatta apposta per accattivare i buongustai che vorrebbero assaggiare tutto, dal cacio e ova all'arrabbiata, fino al cotturo una teglia di spezzatino di agnello cotto con lardo ed aromi, le fregnacce, fritte in padella arrotolate a forma di cannelloni, farcite con carni miste e scamorza. Allineati in teglia e passati al forno, gli stracci vengono serviti con salsa di pomodoro. Il tacchino alla cantonese e il fagiano ai tartufi sono grandi tentatori. Cucina influenzata dallo zafferano dell'Aquila o meglio dell'altipiano di Navelli che porta profumo ed arricchisce ogni cibo di sapore.
Ovviamente non si possono trascurare i maccheroni alla chitarra: la sfoglia, grossa di spessore, viene appoggiata su un telaio (la “chitarra”) su cui sono tesi dei fili di acciaio. La pressione del matterello divide la sfoglia a quadratini che vengono immediatamente cotti e insaporiti con succulenti sughi. Non si può parlare di cucina povera, ma di cucina di fantasia. Il tutto rallegrato da buon vino, il bianco delle colline pescaresi, quello di Roseto e il rosso di Miglianico.
Fra una chiacchiera e l'altra si decide una gita all'entroterra e.....perché no, fino a Castelli.
*****
Dopo tanta calura ci godiamo il fresco di una strada serpeggiante fra i boschi che, curva dopo curva, arriva proprio a Castelli, terra di maiolica, che introduce nell'arte magica di questa superba tradizione italiana che vanta un passato eccezionale, ma che l'Istituto d'Arte locale proietta con competenza ed oculatezza verso il futuro, dando vita ad un artigianato locale di importante spessore.
Famosa da secoli, nel 1575 era così descritta “Andammo....a un'altra terra detta Le Castella, posta sopra un colle, fra due fiumicelli; nella qual terra si fanno vasellamenti nobili di candida terra”.
Castelli è un pugno di case arroccate su uno sperone roccioso, alla confluenza dei torrenti Leomogna e Rio. Dal Belvedere della piazza principale si gode una splendida vista del Gran Sasso mentre, nelle giornate terse, dall'altro lato si intravede il mare. Una visita è dovuta alla Chiesa di San Donato che ha il soffitto completamente maiolicato, unico in Italia.
Sicuramente, intorno al mille, i Benedettini dell'Abbazia di San Salvatore hanno avuto un ruolo determinante nell'aggregare le scarse popolazioni dei dintorni, che si concentrarono qui per sfuggire ai predoni e, in totale isolamento, si inventarono un futuro nell'arte della maiolica.
Dapprima questo artigianato si indirizzò, con modestia, verso oggetti di uso comune (piatti, tazze, lampade ad olio, recipienti vari). Col tempo, il gusto e la tecnica si affinarono per prorompere in una espressione artistica fra le più belle in Italia.
La produzione maiolicara di Castelli, rimasta in ombra fino alla fine del XVI secolo, esplose con la produzione dei vasi da farmacia di Orazio Pompei, seguita dalle opere di Antonio Lolli e di Carlo Antonio Grue. Fiorì l'arte della terracotta smaltata e decorata, lumeggiata in oro. La quiete che si respira dà credito alla decorazione paesaggistica della produzione. Si può ricostruire la vita di allora, l'umiltà dei lavoratori dei campi e l'aspetto spontaneo dei pastori. Ripresi dalla mitologia classica, si sono fatti rivivere eventi di carattere bellico, storico e religioso.
Le cave argillose fornivano un'ottima materia prima, i boschi il legno per le fornaci, i minerali le materie coloranti ed i corsi d'acqua venivano utilizzati per la purificazione delle materie colorate necessarie alla preparazione degli smalti.
Molti autori si sono dedicati con competenza alla ricerca di elementi storici sulle maioliche abruzzesi del '700 che esercitano da sempre un grande fascino. Le opere (di proprietà della Raccolta Civica) che hanno reso famosa la località, sono ospitate nel “Museo delle Ceramiche” allestito nel convento cinquecentesco dei Frati Minori Osservanti. Si possono ammirare parte dei vasi di farmacia Orsini-Colonna, il Paliotto di Colledoro ed un'ampia documentazione della produzione cinquecentesca, arricchita da collezioni private e da acquisizioni effettuate periodicamente. I più importanti musei del mondo, Louvre, British, Metropolitan, Ermitage, Bargello, Palazzo Venezia, Floridiana, ecc. annoverano opere di questa importante espressione artistica.
Per valorizzare i manufatti conservati all'Ermitage di S.Pietroburgo, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali quest'anno, ha allestito un evento espositivo itinerante in tre tappe: ospitato in primavera a Roma nella Sala Regia di Palazzo Venezia, attualmente, fino al 9 settembre, si trova a Castelli d'Abruzzo nella Sala del Museo locale e si concluderà a Teramo nella sala “G.Gambacorta” presso la Banca di Teramo dal 13 settembre al 31 ottobre. La raccolta annovera ben ottanta esemplari, di eccezionale qualità artistica, realizzati nelle botteghe di Castelli dal 1500 al 1700. Oltre ad alcuni pezzi della produzione Orsini-Colonna, si possono ammirare opere dei più grandi maestri: Carlo Antonio Grue (1655-1723), i figli Francesco e Liborio, Carmine Gentile (1678-1763), Candeloro e Nicola Cappelletti (1689-1772) che hanno ottenuto effetti pittorici e decorativi di grande rilievo. Abbondante fu la produzione di Carlo Antonio Grue che su alcune opere appose la sua sigla (C.A.G o C.A.G.P o GRUE PINXIT).
Nicola Cappelletti, fratello di Candeloro (1691-1767) ha come caratteristica la presenza di un sole raggiante, che va considerata come un firma apposta sui suoi elaborati.
Sulla scorta di esemplari firmati si possono collegare piatti e importanti mattonelle con scene di battaglia, consessi di guerrieri, scene di caccia, trofei d'armi.
Il vaso più significativo della produzione Orsini-Colonna si trova oggi al British Museum di Londra: rappresenta un orso che abbraccia una colonna e cita: “Et sammo boni amici” in ricordo della pace fatta fra le due famiglie nel 1511.
Museo delle Ceramiche, Castelli 0861 979398 - www.castelliceramica.it
|
|
|