Santo Stefano di Sessanio nelle parole di Daniele Khilgren

 

E' stato l'italo-svizzero Daniele Khilgren ad inventare la nuova ospitalità di Santo Stefano di Sessanio. Questo paesino/gioiello di soli 116 abitanti in provincia dell'Aquila è diventato l'alfiere italiano dell'albergo diffuso che tutti oggi tentano copiano.

 

Daniele Kihlgren e Teresa Cremona a Milano durante la premiazioneE' stato Daniele Khilgren ad andare controcorrente. Invece di costruire villette a schiera, compra i borghi abbandonati, li restaura ripristinando architettura e arredi originari e li trasforma in alberghi diffusi. E il primo borgo che ha rilanciato è stato proprio Santo Stefano di Sessanio a 1250 metri d'altezza, sotto il Gran Sasso. Molti sono i turisti e i buyer interessati a queste piccole città ancora escluse dai grandi circuiti turistici ma è stato Daniele a capire a fondo e a mettere in pratica questa filosofia di restauro.

 

Lo abbiamo incontrato a Milano dove è stato premiato dalla guida del Touring per la Sezione Alberghi.

 

Ci ha parlato della ridestinazione turistica di S.Stefano di Sessanio e anche della sua filosofia sul cibo.

 

Daniele è per un cibo strettamente legato alla tradizione e all'identità del territorio. Ha scelto la strada di far fare una serie di interviste agli anziani proprio a proposito della cucina, soprattutto nei periodi di abbondanza legata al calendario agrario o religioso, che in popolazioni sempre al limite della materiale sussistenza acquistavano un fasto ancestrale con tutto il suo carico rituale ed affettivo.

 

Interprete di questi saperi e di queste culture materiali ha scelto il giovane ma già affermato chef abruzzese, Nico Romito del Reale di Rivisondoli, che ha già ottenuto, a neanche trent'anni, una stella Michelin.

 

Ma per spiegare la sua filosofia diamo la parola a Daniele Kihlgren:


”Il progetto di  ridestinazione turistica di S.Stefano di Sessanio e di alcuni antichi borghi  collocati sulle pendici appenniniche del nostro meridione e soggetti in un  passato più o meno recente allo spopolamento, si pone nei suoi presupposti  metodologici e operativi con un inusuale approccio conservativo verso un patrimonio “minore” solitamente compromesso nel nostro paese.  
Sono  ormai decenni che  la ridestinazione e la ridestinazione turistica di  questi borghi comporta inevitabilmente la rimozione sistematica della loro  profonda identità.


In Italia e, per molteplici ragioni, specificatamente nel Sud del nostro paese, in questi borghi storici minori la ridestinazione turistica ha portato a compromettere troppe volte, in maniera irreversibile, l'originario rapporto tra il  borgo ed il paesaggio circostante con la sistematica costruzione di nuove  abitazioni ai margini dell'abitato anche laddove, nello spopolamento generale,  non c'era alcun indice urbanistico a necessitare il nuovo costruito. Nei  centri storici gli interventi di ristrutturazione, in mancanza di  pianificazioni adeguate, sono stati usualmente in contrasto col patrimonio  originario ed anche gli interni delle case, di pertinenza privata, hanno subito la sistematica “rimozione” degli arredi originari e delle tracce sedimentate del vissuto storico, infine le culture materiali, prendendo ad esempio le botteghe di artigianato “tipico”, serialmente riproposte con la ridestinazione turistica di questi  borghi, hanno inseguito immaginari di basso folclore.
Un opera di  rimozione collettiva delle identità autoctone legate nell'immaginario  socioculturale originario ai destini di povertà e forzate ad un giudizio di  abiura senza appello. Giudizio che neppure la cultura dotta ha cercato di emendare non considerando  degni di tutela patrimoni tanto lontani dalle caratteristiche della Classicità.


Solo laddove la povertà ha determinato l'abbandono integrale degli abitanti, laddove l'abbandono ha conquistato incontrastato  dominio di questi luoghi, si sono eccezionalmente conservate quelle caratteristiche di integrità storico-architettonica e paesaggistica di questi  territori la cui tutela potrebbe essere la premessa di nuove qualificanti ridestinazioni.


Il progetto di questa società privata in diversi antichi borghi abbandonati o semiabbandonati della montagna del Sud Italia (da  S. Stefano di Sessanio ai Sassi di Matera tra Abruzzo, Molise e Basilicata)  considera prioritario alle nuove destinazioni, disciplinare con gli enti  territoriali gli interventi nel centro storico e la tutela di quell'antico ed  evocativo rapporto tra il costruito ed il territorio circostante con l'inibizione del nuovo edificato e la salvaguardia dell'originario paesaggio agrario. Nel caso di S.Stefano di Sessanio, a seguito di alcuni accordi di  indirizzo tra la società, il Comune ed il Parco Nazionale  sono in itinere gli strumenti attuativi per  questo obiettivo di inibizione del nuovo costruito.


Per quanto riguarda il  progetto esclusivamente privato si cercherà di perseguire un intervento di  conservazione e tutela raramente attuato in questi “patrimoni minori”: si sono  conservate nelle strutture ricettive le cubature e le destinazioni d'uso  dell'originaria organizzazione domestica; si è fatto uso esclusivo, qualora  spogliato nei secoli, di materiale architettonico di recupero compatibile per  origine geografica e caratteristiche stilistiche; si sono riproposti  puntualmente gli arredi autoctoni; sono state lasciate anche le tracce del  vissuto sedimentate negli intonaci e nelle stratificazioni del costruito e si  proporranno inoltre, previo i dovuti studi commissionati a specifiche  istituzioni di ricerca, anche alcuni aspetti delle culture materiali ancora marginalmente presenti nel territorio e rintracciabili presso la memoria  storica degli anziani dalla tradizione culinaria all'artigianato domestico.


Una “mission” di tutela quale premessa della ridestinazione di questi borghi che, dimostrato il ritorno nei numeri per il  soggetto proponente e per il territorio, si potrebbe proporre come modello di sviluppo per tanti borghi storici abbandonati o mezzi spopolati del  nostro meridione che proprio dalla mancanza  di ridestinazione nel passato più recente dalla povertà e dall'emigrazione, hanno conservato quelle  caratteristiche di integrità complessiva che oggi, con la tendenza  generalizzata e inarrestabile al prodotto massificato e seriale, potrebbero  essere foriere di nuove qualificanti ridestinazioni.
 
Relazione un po' più lirica e con qualche considerazione personale.


Come talora una innovativa attività economica può essere progettata non con le consuete strategie di  mercato ma tentando primariamente un idea di qualità, nel caso della ridestinazione dell'antico borgo di S.Stefano di Sessanio, perseguendo istanze  inedite di tutela delle identità del territorio.
 
Otto anni fa arrivai quasi per caso in un borgo semi abbandonato della  terra d'Abruzzo, S. Stefano di Sessanio, mi ero perso per le vie sterrate  intorno alla Rocca di Calascio e giunsi infine in una strada asfaltata che  risaliva il costone della montagna per arrivare a Campo Imperatore.
Al  di sotto il borgo incastellato lambito da un piccolo lago con una fonte sorgiva naturale.  Nel borgo antico e nel paesaggio agrario circostante non vi era segno alcuno del ventesimo secolo, non vi erano  palazzine in cemento, non capannoni artigianali-industriali, non vi erano  nemmeno le consuete villette a schiera in stile tirolese, caratteristiche  dello sviluppo turistico “anni settanta” dei borghi storici abruzzesi.

 
Tutto si era fermato come al tempo antico.


Solo il borgo di pietra che si  fondeva con un paesaggio rurale ricco di segni di antiche pratiche ormai in  disuso.


Venni folgorato sulla via di Damasco.


Erano anni che cercavo  luoghi dove ancora non si era corrotto questo paesaggio così caratterizzante il nostro paese fino a diventarne uno stereotipo dell'immaginario.


Borghi incastellati sulla sommità delle colline, circondati dal paesaggio agrario; paesaggi, nella realtà, troppe volte  sacrificati ad un concetto di sviluppo un po' vecchio e troppo invasivo e che andrebbe analizzato nei numeri ancora prima di farne battaglie di civiltà o tirarne fuori categorie deontologiche, nel nostro paese, sempre troppo  massimaliste.

 
Andai dal mio commercialista e gli spiegai le potenzialità di questo borgo paradossalmente salvato dall'abbandono e dai drammatici destini di emigrazione che hanno dissanguato il Sud Italia.
Costui consigliò, cautamente, un'indagine di mercato e la verifica di una serie di legittimi parametri a cui l'investimento doveva sottostare e lì, seconda folgorazione, lasciai l'indagine di mercato alle fantasie del  commercialista e trascorsi  settimane a vagare per il territorio per  vivere, partecipare, comprendere,  soffrire del fascino arcano di questa  terra e iniziai così ad approfondire un  progetto che potesse rendere conto di questa identità, un progetto per rendere  giustizia ad una terra che da quando fu "colonizzata" centocinquant'anni fa ha  sempre cercato al di fuori di sè i modelli di sviluppo, dall'invasione  Piemontese alla cassa del mezzogiorno.


Cercai di capire in questo contesto  come mai questi patrimoni “minori” le loro architetture, i loro arredamenti  poveri ma forti, le tracce del vissuto erano state cancellate in un opera di rimozione collettiva che la gente del Sud aveva  subito, tracce troppo legate ad un passato che era stato connotato come miseria, abbrutimento, vergogna, di un antico sapere squalificato come ignoranza, povertà  spirituale.


(Perché nelle vallate svizzere non avvenne la stessa cosa?).


Cercammo di ovviare a questa “damnatio memoriae” con un approccio di inusuale conservazione di  questi patrimoni, con la conservazione delle dimensioni e delle destinazione  d'uso dell'originaria magione domestica, con l'uso esclusivo di materiale  architettonico di recupero, laddove spogliato nei secoli, compatibile per origine geografica di provenienza e quindi tipologia e stile,  con l'uso esclusivo dei mobili autoctoni di montagna. Lasciammo infine  intatte nelle ristrutturazioni anche  le tracce del vissuto delle genti  che hanno abitato questi luoghi. Quelle tracce sedimentate negli intonaci e  nelle stratificazioni del costruito e così pregne di quell'anima profonda sistematicamente “sterilizzata” in tutti gli interventi “moderni”, pregne di  quei richiami legati alla vita di un popolo che tantomeno la cultura più dotta e “ufficiale”, nella sua  egemonia Idealistica e Crociana,  si era mai curata di tutelare in  vestigia così in antitesi alle glorie della Classicità.
Infine cercammo di ridare in questo particolare progetto di valorizzazione turistica una  ridestinazione anche ad un'ulteriore patrimonio profondamente legato all'identità del  territorio e alla storia delle sue popolazioni e conservato per gli stessi destini di marginalità di queste terre: le culture materiali.


Nel clima grigio ed irreversibile  del mercato globale, dove le botteghe di artigianato "tipico" di questi borghi storici a destinazione turistica sono sempre più serialmente replicate, dalla Toscana alla Provenza,  da S. Marino a S. Giminiano, inseguendo immaginari nazional-popolari,  un  “country” di basso folclore, un medioevalismo retorico e da ultimo le  derive di genere “fantasy” di filiazione letteraria e cinematografica, a S. Stefano di Sessanio potevamo invece partire da un “sapere” e un  “fare” appartenente alle antiche culture del territorio, ancora marginalmente  presenti presso le popolazioni locali, progettammo così di riproporre, previo le dovute ricerche commissionate all'istituzione più qualificata, il Museo delle genti d'Abruzzo e attraverso indagini sulla memoria storica degli anziani, la cucina tradizionale di sussistenza, l'artigianato domestico del borgo, la filiera  completa legata ai processi di tessitura della lana, prodotti ancestralmente non oggetto di mercificazione ma finalizzati all'autoconsumo all'interno della ritualità famigliare con tutta quella sacralità che le culture povere davano a quei rari momenti di abbondanza alimentare legata al calendario agrario o religioso o di espressività estetica ed affettiva nella produzione domestica dei tessuti (corredo nuziale, etc) qualora si poteva agire al di fuori di qualsiasi valenza economica.  
Un sapere non  scomparso dalla memoria storica, tutt'oggi rintracciabile, l'ultima  generazione, presso gli anziani del luogo.


Da ultimo la più difficile e articolata delle battaglie, laddove la colonizzazione assumeva le connotazioni più  gesuitiche della bassa politica da Vice-Regno e delle sue lontane periferie. Dovevamo  organizzare, col sistema politico locale, quella tutela per impedire che almeno una volta con la ridestinazione turistica non venisse meno tutto quanto  sopra esplicitato per colpa delle consuete conurbanizzazioni selvagge.


Come  è possibile che in questi patrimoni “minori”, che trovano il loro intimo fascino non in singoli monumenti, in singoli palazzi, in singole piazze, ma  nella coralità del borgo intero e nel suo rapporto col paesaggio in un'unica  anima immanente, tutto questo si pervertisce o scompare proprio con la  ridestinazione turistica  che dovrebbe esaltare queste  caratteristiche?
Come mai sistematicamente ritroviamo nuove urbanizzazioni  in alcun modo richieste dagli indici urbanistici di borghi mezzi  spopolati?


Domande ormai accademiche sebbene la realtà continui a perseguire i modelli consolidati, ma a S. Stefano di Sessanio qualcosa è  successo, quella strenua opposizione che pensavamo di trovare dalla politica locale non c'è stata.

 
Gli abitanti del borgo hanno fatto quadrato intorno a questo progetto di tutela e hanno avvocato a sé il pieno diritto  di queste istanze di conservazione ed al loro antico rispetto per il  territorio, che appartiene loro atavicamente e primariamente a qualsiasi  definizione formale riguardo al diritto di proprietà.
Il Comune ed il  Parco Nazionale hanno sottoscritto un documento insieme alla Società privata, il primo di questo genere  nella storia dell'urbanistica in Italia, per conservare quell'evocativo rapporto  tra il borgo storico ed il suo paesaggio agrario, tra il borgo incastellato ed  il suo territorio circostante. Rapporto ancestralmente sedimentato  nell'immaginario del paesaggio italiano e nella realtà troppe volte venuto  meno a causa di sciagurate politiche di sviluppo urbano.


E tutto questo è successo  qui, nelle lontane periferie dell'Impero dove la gente era abituata ad  emigrare, dove il progresso è sempre venuto da fuori, dove gli emigrati  diventano subito francesi o americani e quando tornano, nella fretta di  dimenticare, continuano a parlare la lingua straniera.

Proprio qui si sta  collegialmente formando un modello di sviluppo che per una volta fa riferimento alle identità locali che non sono più un fardello da rimuovere ma  il punto di forza e di orgoglio per una ridestinazione di qualità e che ha visto  un incremento logaritmico sull'intero territorio del numero e del fatturato delle singole attività  private e che ha portato, in questo piccolo borgo sperduto nelle montagne abruzzesi, viaggiatori dai quattro angoli del mondo ed in particolare quegli  stranieri ammalati di “Mal d'Africa” per il nostro “bel paese” che iniziano a  trovarsi un poco a disagio anche in quella Toscana, terra baciata dal cielo, ma ormai troppe volte segnata, dal punto di vista  turistico, nelle derive irreversibili della  Chiantishirizzazione”.


Alcune notizie sulla Società Sextantio

 

La Sextantio Srl è stata costituita nel 1999 dall'unico socio Daniele Kihlgren.

  
La pianificazione delle attività e delle risorse, effettuata nel corso del 2005 2006 nell ambito di nuovi investimenti intrapresi, ha evidenziato  la necessità di rafforzare la governance,  di creare una struttura aziendale in grado di gestire organicamente le varie iniziative, di mantenere inalterato il rapporto fra il capitale proprio ed il capitale di terzi da destinare al previsto incremento delle esigenze finanziarie.


Alla luce di quanto sopra, nel mese di marzo del 2006, è stato designato nel ruolo di Amministratore delegato
Maurizio Guccione, manager con esperienza ventennale  maturata nella medesima posizione presso importanti aziende industriali, inoltre, nel mese di luglio c.a., è stato aumentato il capitale sociale al fine di consentire l'ingresso di due nuovi soci con il duplice scopo di  apportare capitale di rischio e di concorrere alla riorganizzazione della gestione.
I nuovi soci, che partecipano ognuno per il 10 per cento al capitale sociale hanno maturato differenti esperienze imprenditoriali.


La Caldora Immobiliare Costruzioni SpA da circa quaranta anni opera nel settore edile sul territorio abruzzese ove si è radicata anche in forza di significative iniziative socio-culturali che hanno amplificato la stima da parte degli operatori industriali, commerciali e delle varie amministrazioni pubbliche.
La Faro Srl è stata fondata tre anni fa da
Pier Luigi Zappacosta, ingegnere di Chieti, trasferitosi negli USA circa trent'anni or sono ove ha creato la società Logitec (accessori per computer). Ceduta tale attività l'ing. Zappacosta ha iniziato ad investire, tramite la suddetta Faro Srl, in società operanti in Abruzzo in settori vari che possano rappresentare la qualità e l'identita della propria terra d'origine.


I quattro attuali soci della Sextantio srl hanno sottoscritto un patto in forza del quale verranno destinate  alla costituenda Fondazione Sextantio una percentuale degli utili lordi di bilancio ed una parte delle eventuali plusvalenze da alienazione (anche parziale) della partecipazione nella  stessa Sextantio Srl.

 

La costituenda Fondazione Sextantio avrà lo scopo di reperire fondi per la lotta delle malattie endemiche ad alta mortalità nell'Africa Centrale e curabili a basso costo.


 Sede legale: Viale Vittoria Colonna, 22 Pescara telefono 085.4972324

www.sextantio.it

 

 

 

 

 

 

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