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I cento anni di un “visionario di cose vere”: Guido Piovene
uomo di gusto e di buongusto, scrittore di raffinata cultura
A cento anni dalla nascita, ricordare Guido Piovene è doveroso. L'autore di “Viaggio in Italia” pubblicato nel 1957, e, dunque, 50 anni fa, ha scritto pagine di straordinaria attualità ed ha descritto un'Italia che presenta ancora molte delle contraddizioni di quel tempo.
Nato a Vicenza nel 1907, scrittore di raffinata cultura, Piovene ha scritto diversi romanzi, ha pubblicato opere saggistiche tra il reportage e l'indagine di costume.
Dal maggio 1953 all'ottobre '56 viaggiò per l'Italia, su incarico della RAI, raccontando le “cose viste” in una trasmissione. L'anno successivo raccolse “l'inventario delle cose italiane” in un libro, arricchito di riflessioni che il mezzo televisivo non consentiva, a cui diede il titolo di “Viaggio in Italia”.
“Viaggiare dovrebbe sempre essere un atto di umiltà” , con questo sentimento lo scrittore percorre tutto lo Stivale, dall'estremo Nord fino a Pantelleria, da Regione a Regione, da Provincia a Provincia.
Osserva ed incontra uomini e cose, guarda paesaggi e monumenti, visita Musei, Ville e Chiese, frequenta Biblioteche e Ristoranti. Ispirandosi a Montaigne, Goethe ed Heine , pone il suo sguardo attento su tutto e ci lascia, tra l'altro, queste considerazioni: “L'Italia è varia, non complessa. Cambia da un chilometro all'altro, non solo nei paesaggi, ma nella qualità degli animi; è un miscuglio di gusti, di usanze, di abitudini, tradizioni, lingue, eredità razziali. [...] E' insieme composito e semplice”. In questo libro ricorre spesso l'aggettivo “paradossale” e gli aspetti negativi del Belpaese, sottolineati più volte dall'Autore, sono “confuso” e “inconsapevole”. Nel capitolo conclusivo si legge: “Il panorama dell'Italia è quello di un Paese attivo, la cui azione rimane buia. L'Italia, vista da quest'angolo, sembra offrire di suo solamente le voci dell'integralismo cattolico trasportato in campo politico, e la diatriba anacronistica tra i clericali ed i laicisti. Per essa tanta parte dell'intelligenza italiana è costretta a sprecarsi in vacuo su questioni che altrove sono già risolte da un pezzo, e prendono perciò un aspetto comunale ed arretrato”.
Prevale, comunque, in questo “Viaggio” un ritratto piacevole ed amabile della nostra Penisola, soprattutto quando si fa riferimento alle specialità gastronomiche, all'industria di qualità che nasce dall'artigianato, alle innumerevoli testimonianze di una civiltà antica, classica ed umanistica, del cui valore gli italiani non sembrano essere, però, sempre consapevoli.
“Ricordo - scrive ancora l'Autore - nel mio viaggio, il discorso di un dirigente della riforma agraria; durante i lavori di scasso, aveva scoperto gli avanzi di una città, di una necropoli, di un tempio, non sapeva bene; e non lo sapeva perché, disse con un sorriso furbo, li aveva fatti immediatamente coprire di una colata di cemento prima che un soprintendente alle Arti gli fermasse i lavori. Il soprintendente alle Arti appariva nelle sue parole un personaggio buffo, nato per ostacolare il progresso sociale e il cammino della storia. Questa mentalità purtroppo è diffusa”. Ed, aggiungiamo, ancora oggi! Ognuno continua a rincorrere il proprio “particulare”, come già nel `500 denunciava Guicciardini, raramente trascinando con sé un interesse più generale, e tanto meno universale.
”Sotto un involucro di sorriso e di bonomia, l'Italia è diventata il paese d'Europa più duro da vivere, quello in cui più violenta e più assillante è diventata la lotta per il denaro e per il successo” ed ancora: ”Un viaggio in Italia ci porta davanti alla società più mobile, più fluida e più distruttrice d'Europa [...] in nessun altro paese sarebbe permesso assalire come da noi, deturpare città e campagne, secondo gli interessi ed i capricci di un giorno. [...] Il rischio dell'Italia è di entrare nel numero dei paesi di cultura bassa, giacché è possibile essere intelligenti e di cultura bassa”.
Parole tristemente profetiche! Nel grigiore degli anni che stiamo vivendo la figura di Guido Piovene, la sua tenacia rivelatrice della ragione, il suo stile di vita e di scrittura ci sembrano un tesoro di grande valore. Nella sua letteratura si muovono temi e passioni che attraverso il presente dialogano con il passato e con il futuro, in un' incessante spola dell'intelligenza.
Nelle pagine di Viaggio in Italia Piovene fissa le tessere di un mosaico che restituisce l'immagine nitida e vibrante di un Paese nella sua grande varietà dei paesaggi e dei caratteri.
“Visionario di cose vere”, come egli stesso amava definirsi, Piovene è uomo di gusto e di buongusto, simbolo del rapporto tra finzione e verità, tra bellezza e realtà. Misurarsi con il suo pensiero significa riconoscere in lui una storia che è insieme locale ed universale e che ha bisogno del ricordo di ciascuno. Vale la pena di leggere, o rileggere, il volume del “Viaggio in Italia”, poiché è “innegabile che la prosa lucida e visionaria insieme, cartesiana e palladiana, esempio di Grande Stile, merita di essere rivisitata e conosciuta” - come scrive Giacomo D'Angelo nel suo libro “Un Passeggero in Transito”.
“Il bel paese ch'Appennin parte e `l mar circonda e l'Alpe” , come nel `300 il Petrarca definiva l'Italia, ha nel turismo, e, dunque, nel “viaggio”, la sua vocazione; nella salvaguardia e valorizzazione del suo ricco e variegato patrimonio archeologico, artistico, paesaggistico, enogastronomico, ha la sua maggiore risorsa economica non sempre adeguatamente e coerentemente sostenuta da scelte lungimiranti. Solo da poco ha cominciato a farsi largo e ad imporsi l'idea che il cibo ed i discorsi sviluppati intorno a questo tema possano veicolare un progetto culturale più profondo, volto a recuperare un primato di civiltà in Europa che l'Italia non ha più dall'Umanesimo e Rinascimento. Può sembrare paradossale, ma il fiorire di riflessioni e di studi sui prodotti agroalimentari di qualità, modellati sul territorio, ha ispirato capillari ricerche culturali. Il fascino dell'incontro con il territorio e il suo carico di civiltà e di tradizioni ispirate alle stagioni ed ai ritmi di vita consentono di prendersi cura di tutti gli aspetti della conoscenza del luogo e della convivialità, e, dunque, di incrementare un turismo culturale.
L'Italia presenta sfaccettature ed accentuate differenze, ma il suo ricco corredo di colori e di sapori locali è patrimonio comune. Come ogni arte, quando il cibo si fa arte non può non incontrarsi con le altre espressioni artistiche e creative ed unirsi ad esse per avere e dare più forza, significato e pregnanza a ciascuna essenza. E proprio qui e da qui che mi sembra vadano ricercati ed individuati i contorni di quella identità senza la quale risulta difficile far scoprire e conoscere l'Italia anche agli italiani.
Un programma di promozione congiunta che abbini cultura, gastronomia e turismo, come quello avviato negli ultimi tempi e sottoscritto anche dai ministri Paolo De Castro e Francesco Rutelli, rappresenta una straordinaria opportunità di sviluppo che può favorire anche i giovani nell'apprendimento gradevole e più “gustoso” dell'immenso e multiforme patrimonio racchiuso fra le Alpi, gli Appennini ed il Mar Mediterraneo e scongiurare la minaccia, annunciata da Guido Piovene, di diventare irrimediabilmente un Paese di bassa cultura e quindi povero.
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