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Viaggio
in Sicilia: S.Vito Lo Capo,
Marsala, Trapani ed Erice
di
M. Alba Simigliani
Maggio
2006. Anche il viaggiatore odierno può affermare e condividere l'opinione di Goethe, che la visita della Sicilia sia indispensabile per conoscere l'Italia e il mondo. La sua storia affonda nel mito, la situazione geografica di quest'isola, nel mezzo del Mediterraneo, a poca distanza dalle regioni continentali dell'Europa e dall'Ellade, ed ancor minor distanza dall'Africa, permettono di considerarla luogo di incontro di diverse civiltà.
Dei popoli primitivi, come sempre, si sa poco, certo, i primi abitanti furono, in questo luogo, tutti di origine mediterranea.
Elimi, Siculi, Sicani, Fenici, Punici, Cartaginesi, Ellenici, Romani e più tardi, Goti, Bizantini, Musulmani, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi (volendosi fermare al 1400!) si succedettero o convissero in questo triangolo fecondo e fertile, illuminato dal sole, bagnato dall'intenso azzurro del mare.
Così come la storia, l'arte, la lingua, fiorite sulla terra sicula, anche la cucina siciliana è il risultato, sorprendentemente armonico, di culture diverse, lontane nel tempo e nello spazio.
Per sapori e varietà i piatti ed i vini di questa terra, per non parlare dei dolci, richiederebbero fiumi e fiumi di parole da riempire vari volumi, mi limito, per ora, ad accennare ad una specialità della fascia costiera che va da S.Vito Lo Capo a Marsala, passando, naturalmente, per Trapani e salendo nel suggestivo “sogno” di Erice:
il COUS-COUS.
Il cous-cous, per preparazione ed ingredienti, potrebbe essere anteriore alla immigrazione araboberbera e risalire ad età molto più antiche, in ogni caso è un piatto che viene da lontano e per questo è quasi fiabesco. Nella tradizione nord africana veniva preparato una volta l'anno dalle donne del clan che “ruotavano” la semola nella mafararda per “incocciarla” con l'aiuto di qualche goccia d'acqua salata. Una volta incocciata la semola e condita con olio di oliva, le donne arabe la mettevano a cuocere in una pentola bucata posta sopra un'altra piena d'acqua bollente. Tolta dal fuoco dopo circa una ventina di minuti, il cous-cous veniva lavorato ancora con acqua e sale, e rimesso a cuocere ripetendo questa operazione per due o tre volte. Il cous-cous cotto veniva steso sulle stuoie, fatto asciugare e riposto in sacchi di stoffa. Un alimento, dunque, già pronto; per i nomadi bastava accendere il fuoco, preparare il brodo di carne, su cui, a vapore, scaldare il cous-cous ed il pranzo era pronto! I trapanasi, invece, non essendo nomadi, ne hanno fatto un piatto stanziale, occasionale, da preparare al momento. Seppure “l'incocciata” (ridurre, cioè, la semola in grani) e la cottura a vapore nella cuscusera è pressoché uguale, il cous-cous viene tolto dal fuoco dopo circa due ore di cottura, versato nella mafararda e qui condito (abbiviratu) ad arte prevalentemente con brodo di pesce, ma anche con una infinità di altri modi. Le monache del Convento del Sacro Cuore preparano uno stupendo cous-cous dolce con pistacchi, mandorle e frutta candita!
Il suo valore storico è indubbio, se per storia consideriamo ciò che vive e permane nella vita, nei pensieri, nei sentimenti, in abitudini ed usi, in cose e parole, nella cultura, cioè, dei popoli.
Anche questa specialità siculo-araba-berbera, a me pare, una essenziale chiave di lettura per comprendere il territorio e riannodare quei fili invisibili che legano gli uomini!
In un recente viaggio, in compagnia dei gentili amici del CAI di Chieti, ho potuto vivere intensamente la bellezza della Sicilia in primavera, percorrere itinerari insoliti, scoprire Riserve Naturali, come quella dello “Zingaro”, che si aprono su incantevoli scenari, visitare città d'arte e borghi suggestivi, ho potuto gustare varie specialità fra cui un cuscus con un delicato brodetto di pesce nella piccola ed accogliente Trattoria “Antichi Sapori” nel cuore di Trapani ed uno più complesso, intenso, in cui il sapore del pesce di scoglio è sinfonicamente esaltato e legato da spezie ed odori mediterranei, nel Ristorante del Camping-Village “La Pineta” di S. Vito Lo Capo.
Proprio perché antico e stratificato nel tempo, ricco e coinvolgente, questo piatto, specie nella versione sanvitese incuriosisce il palato che trattiene il boccone per ricercare, distinguere e scomporre l'intreccio della moltitudine di elementi che si affollano, senza prevalente protagonismo. La sua preparazione richiede, dunque, particolare abilità e sensibilità nel dosare con arte gli ingredienti che cooperano con diverso ruolo e in diversa, ma armonica, misura, allo stesso fine. (Oh! se la stessa sapienza fosse impiegata nella vita sociale!)
Ed è ciò che fa la differenza fra uno che cucina ed un grande cuoco come Vincenzo Caradonna de la Pineta di S. Vito Lo Capo, autore, anche, di un delizioso semifreddo alle mandorle, da provare!
Il sapore non si può raccontare, si può solo suggerire di raggiungerlo!
INVITO AL VIAGGIO e ALLA SCOPERTA DEL MANGIAR BENE
“Saperi e Sapori a confronto” nella IX Rassegna Internazionale di Cultura ed Enogastronomia del Mediterraneo
San Vito Lo Capo, piccola perla adagiata sinuosamente sulla costa nord occidentale della Sicilia, custodisce la sua anima araba ed il tradizionale senso greco dell'ospitalità e sotto il segno del cous-cous ne diventa la capitale dal 19 al 24 settembre, quando ospiterà, tra miti e riti, la nona edizione del Cous-Cous Fest. Antichi saperi e tradizioni giunte fino a noi dai più strani intrecci della storia si confronteranno in una competizione volta ad evidenziare il patrimonio etnico e culturale dei Paesi che hanno nel cous-cous il comune denominatore storico e gastronomico.Gli infiniti sapori della cucina multietnica del Mare Nostrum, interpretati al meglio da chef siciliani e stranieri, sul palcoscenico della Festa reciteranno insieme ai suoni ed alle atmosfere di questi luoghi.
Gustoso appuntamento e pretesto per visitare la Sicilia e per assaggiare in tutte le sue varianti questo piatto così particolare ed altre succulente specialità della cucina mediterranea, scegliendo i migliori vini siciliani come compagni di avventura.
Trapani, stretta tra il mare ed il monte Erice, nasce e si sviluppa intorno al suo porto. Una città di mare, dunque, fondata dai Fenici, gli stessi che fondarono Cartagine.
Cartaginesi, Romani ed Arabi segnano profondamente questa città nell'architettura, nell'agricoltura, nell'arte, nella lingua, nella cultura. Con i Normanni, poi, vive un altro periodo di grande prosperità, così come con le altre dominazioni si conferma importante porto e luogo di incontro di civiltà che lasciano il segno! Fiorente è l'attività marinara, così come le industrie del sale e le tonnare.
Tutt'oggi il paesaggio è caratterizzato dalle grandi vasche per la “coltivazione” del sale e da sorprendenti mulini a vento, mirabili esempi di archeologia industriale.
La caratteristica forma di falce della città fa sì che essa sia bagnata da due mari, il Tirreno ed il Mediterraneo. A dividerli l'imponente settecentesca Torre di Ligny.
E' l'idea di un viaggio attraverso diverse epoche storiche e varie civiltà quella che affiora alla mente visitando i palazzi, le chiese, i monumenti e le piazze della città. Diverse le manifestazioni che testimoniano l'indissolubile legame tra la fede religiosa e le tradizioni, la cui più alta manifestazione è rappresentata dai suggestivi riti pasquali. Ma ancora più suggestivo e singolare è passare, in pochi minuti, in funivia, dalla mediterranea Trapani, alla nordica Erice, sul Monte Erice a 751 m s.l.m.. E' come, improvvisamente, vivere la sintesi e comprendere la Sicilia! Così fuori dal mondo e così pieno di mondo, in cui tutte le civiltà, ma anche i paesaggi, sanno incontrarsi ed unirsi, ma anche contrapporsi, in una ideale e naturale selezione umana ed estetica!
Lasciata la soleggiata e calda Trapani, una inaspettata fredda nebbia ( “cappello di Venere” è qui chiamata), disorienta il visitatore, che stenta a credere di aver percorso solo pochi chilometri e di non essere vittima di uno strano sortilegio che lo ha portato in una città incantata.
Città degli Elimi, che la chiamavano Iruka, dei Punici per i quali era Erech, dei Greci e dei Romani che la chiamavano Eryx, secoli di storia e di mito rendono di grande fascino questo luogo che si caratterizza per l'abitato di impianto medioevale , fatto di stradine rivestite di basolato ed acciottolato. Per secoli Erice, chiamata dai Musulmani Gebel Hamed e dai Normanni Monte S.Giuliano, è stata il luogo di culto dell'amore, con il Castello di Venere in cui, racconta la leggenda, Enea nel viaggio da Troia distrutta si fermò qui per rendere omaggio alla dea madre.
Mura elimo-puniche, Torri, Castelli, Chiese, case in pietra bianca, cortili e giardini: città antica che sa saggiamente essere anche moderna. Ad Erice si trova anche il Centro di Cultura Scientifica “Ettore Maiorana” in cui per tutto l'anno vengono organizzati seminari ed incontri tra i più grandi scienziati del mondo.
Attraversata Porta Trapani, si raggiunge la possente Torre Campanaria e la severa Chiesa Madre, e l'emozione si fa grande quando si entra nel Duomo. Il contrasto si accentua: fuori il grigio della nebbia e della pietra, dentro lo splendore chiaro dei marmi finemente cesellati. Metaforico passaggio dal terreno, concreto, tangibile, al sovrannaturale, etereo, eterno: immagine dell'anima bella dell'Universo!
Al di là delle civiltà e delle religioni che si sono succedute su questo triangolo di terra, al di là delle contraddizioni di questa regione, l'incontro con i sapori, gli odori, le immagini e l'umanità è intenso, la dimensione è spirituale, universale: dimensione in cui le anime si dissolvono, si contaminano, si appartengono.
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