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LANGONIA (da Il Domenicale del 1 marzo 2003)

Tortellini in brodo

di Camillo Langone

 

Deludenti quelli del Bolognese, in piazza del Popolo a Roma: fatti in casa ma fatti male, con sfoglia spessa e dura, così da sembrare credi anche se in realtà stracotti. Sulla medesima piazza sono migliori quelli del 59, ristorante di via Brunetti, appunto, al 59 (tel. 06/3219019): ma certo è che i tortellini (sempre e solo in brodo) andrebbero mangiati a Bologna o a Modena. Ma anche lì, a pochi chilometri dal luogo della loro nascita mitologica, Castelfranco Emilia, non si rimane mai appagati fino in fondo. Nemmeno quando, come ad esempio Da Gianni in via Clavature 18, a Bologna (tel. 051/229434), ubbidiscono a tutte le specifiche. Non di sola mortadella vive il tortellino. E nemmeno di brodo di cappone (che comunque è sempre più raro, perché i castrati sono tutti fuori dai pollai). Se per i troppi tortellini cattivi della ristorazione moderna si possono incolpare i mala tempora, il governo ladro, la crisi dei valori e la fine delle mezze stagioni, per i non tantissimi tortellini buoni bisogna lamentarsi con noi stessi, se non riescono ad emozionarci. E’ che il tortellino nasce nel tempo della poesia (erotica) e muore nel tempo della prosa (romanzo di genere o film hollywoodiano, sempre anerotico anche quando si finge pornografico). Secondo il cardinale Giacomo Biffi per gustarlo al meglio bisogna credere in Dio: d’accordo, ma si potrebbe ricavarne qualche piacere anche credendo in Venere, sulla forma del cui ombelico è stato modellato. E’ storia vecchia. Anno Domini vattelapesca: nell’osteria di Castelfranco si svolge un’orgetta fra Bacco, Marte e Venere, al termine della quale l’oste guardone, dal buco della serratura, ammira l’ombelico della dea e subito corre a riprodurlo in cucina con un po’ di pasta all’uovo. Questo almeno c’è scritto ne L’ombelico di Venere di Giuseppe Ceri, curiosa figura di architetto-poeta di fine Ottocento che aveva a sua volta attinto da un passaggio strepitosamente osceno della Secchia rapita di Tassoni. Nessuno più legge Tassoni, figuriamoci il Ceri, e tutti palpitano per il sushi.

 

 

 

 

 

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