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Dal “Corriere della Sera” del 6 giugno 2004   Addio Antonio, «eroe della pace e dell'amore»

DALL'INVIATO GIGI DI FIORE


Giugliano - La voce si strozza in un pianto a lungo represso. La commozione vince mamma Pompea, mentre ricorda il suo Tony: «Amo il mio dolce dolore, che mi fa sentire la tua presenza. Amo il mio pianto represso, silenzioso, senza ribellione. Tony, amarti è disperazione che mi uccide». Nella chiesa di San Luca, non c'è retorica, nè ostentazione del dolore. Proprio come avrebbe voluto lui, Antonio Amato, partito da Giugliano per l'ultima volta a 35 anni con i suoi sogni di chef e tornato senza vita in una bara avvolta nel tricolore. Un eroe della normalità. ambasciatore di vita. Dinanzi la foto sorridente di Tony adagiata a lato della bara, spicca il cappellone bianco da cuoco ed il nastrino dell'Associazione chef. Simboli di pace. Cosa ci può essere più vicino alla vita e lontano dalla morte di chi ti prepara da mangiare con amore?
I due carabinieri in alta uniforme, a lato della bara, ricordano che Antonio è stato ucciso, con crudeltà, dai terroristi. Che la sua unica colpa era quella di essere italiano e di trovarsi a lavorare in Arabia Saudita, diventato Paese ad alto rischio. In prima fila, ci sono il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, il presidente della Regione, Antonio Bassolino. Poi, il sindaco di Giugliano Francesco Taglialatela con la fascia tricolore, il prefetto Renato Profili, il questore Franco Malvano.
Ma è la gente di Giugliano, ad affollare la chiesa. La gente, che piange mentre risuonano le note dei salmi religiosi, che riempie di firme e frasi commosse i due registri all'ingresso. «Sei finito come tanti martiri», scrive Vincenzo. Mentre un grande cartello fuori la chiesa ricorda: «Antonio, lavoratore di Giugliano, uomo di pace». Di fronte all'altare e di fianco ai rappresentanti delle Istituzioni, sono seduti papà Benedetto, mamma Pompea, i figli Fabio e Ylenia. Il presidente Casini li abbraccia tutti. Ammette, commosso, papà Benedetto; «Lo Stato ci è stato vicino. Hanno onorato mio figlio». Mentre Berlusconi abbraccia mamma Pompea, papà Benedetto raccoglie la foto del figlio dinanzi la bara e la mostra anche al presidente del Consiglio: «Eccolo, guardi, questo è il nostro Antonio». C'è fierezza ed orgoglio in quelle parole. La fierezza di chi non è abituato a pietire, ma che sa conquistarsi ogni giorno da solo, con sacrifici e lavoro, considerazione e dignità. Sull'altare, il vescovo di Aversa, don Mario Milano, celebra la Messa con il parroco Carlo Villano. Le sue sono parole di speranza metafisica, ma anche cruda condanna verso chi ha ucciso. Dice: «Questo ragazzo era un cuoco autodidatta, miracolo di tenacia ed inventiva. ma era soprattutto un eroe della pace e dell'amore. Siamo in un'epoca di tenebre, resa ancora più cupa da questo terrorismo mondiale». E ancora: «Antonio aveva lasciato la sua terra per ragioni nobili, quelle del lavoro. Ha trovato una morte brutale, senza giustificazione». A ricordare il sogno di Antonio, che, lasciati gli studi di architettura, aveva prima aperto un pub a Pozzuoli e poi era partito in giro per il mondo con la voglia di diventare un grande cuoco, ci sono gli chef dell'Associazione nazionale con i loro grembiuloni bianchi ed i cappelloni. Sono una quindicina, uno recita la preghiera dei cuochi al loro patrono San Francesco Caracciolo. L'autodidatta onorato in morte dai suoi modelli, come Gianfranco Vissani. Il ricordo di un ragazzo, che era partito solo per dare luce alla sua vita, si fa commozione nelle parole della sorella Ylenia, o dell'amico Adolfo, che dice: «Siamo tutti orgogliosi di te, del tuo coraggio. Ci hai fatto viaggiare per il mondo, senza biglietto, con i tuoi sogni». Si stringe, la famiglia Amato. Gente semplice, dai sentimenti puliti. Papà Benedetto sussurra: «Mio figlio era un grande italiano, che ha onorato il suo Paese nel mondo». Tony è tornato a casa, senza vita. E mamma Pompea ha voluto che, prima della tumulazione nella tomba di famiglia a Soccavo, suo figlio, seppure chiuso per sempre in una bara, facesse tappa prima nella villetta di Varcaturo. A casa. L'ultima volta, prima di andare via per sempre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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