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Di seguito pubblichiamo il Manifesto, redatto dalla Commissione
Internazionale per il Futuro dell’Alimentazione e dell’Agricoltura presieduta da
Vandana Shiva, la più alta espressione del movimento anti WTO in campo
agricolo e alimentare, che sarà presentato alla stampa a
Cancun.
MANIFESTO SUL FUTURO DEL
CIBO
Presentazione
Questo Manifesto è il risultato di un lavoro
comune dei partecipanti alle riunioni della Commissione Internazionale sul
Futuro del Cibo tenutesi in Toscana (Italia) fra la fine del 2002 e la prima
metà del 2003. La Giunta della Regione Toscana ha sostenuto e partecipato
attivamente ai lavori della Commissione. Il Manifesto vuol essere una
sintesi del lavoro e delle idee esposte da centinaia di organizzazioni in tutto
il mondo e migliaia di persone che cercano attivamente di capovolgere l’attuale
tendenza all’industrializzazione e globalizzazione della produzione alimentare.
Se pure comprende una critica dei pericoli insiti negli orientamenti attuali
dei governi, l’aspetto più importante del manifesto è la sua esposizione di
idee, programmi e di una prospettiva concreta volte ad assicurare che
l’agricoltura e l’alimentazione diventino più sostenibili socialmente ed
ecologicamente, più accessibili, e che la qualità e la sicurezza degli alimenti
e la salute pubblica abbiano la precedenza davanti ai profitti delle imprese
multinazionali. Ci auguriamo che questo manifesto funzioni da catalizzatore
per unire e rafforzare il movimento verso l’agricoltura sostenibile, la
sovranità alimentare, la biodiversità e la diversificazione agricola, e che
perciò aiuti ad alleviare la fame e la miseria nel mondo intero. Sollecitiamo le
persone e le comunità a tradurlo e usarlo, secondo le loro necessità,
disseminando i principi e le idee che contiene in tutti i modi possibili.
MANIFESTO SUL FUTURO DEL CIBO
Redatto dalla Commissione Internazionale per il Futuro
dell’Alimentazione e dell’Agricoltura
San Rossore, Italia 15 Luglio 2003
Contiene
Presentazione
Parte Prima: Introduzione. Fallimento dell’agricoltura industriale pag.
3 Parte Seconda: Principi per il passaggio ad un sistema agricolo e
alimentare ecologicamente e socialmente sostenibile pag. 6 Parte Terza:
Alternative già esistenti all’agricoltura industriale pag.12 Parte quarta:
Regolamenti commerciali necessari per raggiungere gli obiettivi della
commissione internazionale sul futuro del cibo e dell’agricoltura
pag.18 Conclusioni: Sintesi degli Emendamenti alle Regole Commerciali per un
mondo sostenibile e più equo pag.22 Appendice: Partecipanti principali ai
lavori della Commissione Internazionale sul Futuro dell’Alimentazione e
dell’Agricoltura pag.24
Parte Prima
INTRODUZIONE:
FALLIMENTO DEL MODELLO AGRICOLO INDUSTRIALE
La spinta crescente verso l’industrializzazione e la globalizzazione del
mondo agricolo e dell’approvvigionamento alimentare mette in pericolo il futuro
dell’umanità e il mondo naturale. Efficienti sistemi agricoli costruiti
dalle comunità indigene locali hanno alimentato gran parte del mondo per
millenni, mantenendo l’integrità ecologica e continuano a farlo in molte parti
del pianeta. Ma oggi vengono rapidamente sostituiti da sistemi tecnologici e
monocolture controllati dalle multinazionali e finalizzati all’esportazione.
Questi sistemi di gestione manageriale a distanza incidono negativamente sulla
salute pubblica, sulla qualità alimentare e nutritiva, sulle forme tradizionali
di sussistenza (sia agricole che artigianali) e sulle culture indigene e locali,
accellerando l’indebitamento di milioni di agricoltori e il loro allontanamento
dalle terre che hanno tradizionalmente nutrito intere popolazioni, comunità e
famiglie. Questa transizione aumenta la fame, i senza tetto, la disperazione ed
i suicidi fra i contadini. Nel contempo degrada i processi su cui si fonda la
vita sul pianeta e aumenta l’alienazione della gente dalla natura e dai legami
storici, culturali e naturali degli agricoltori e di tutti gli altri cittadini
con le fonti di cibo e sussistenza. Contribuisce, infine, a distruggere le basi
economiche e culturali delle società, minaccia la sicurezza e la pace e crea un
ambiente che produce la disintegrazione sociale e la
violenza.
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Gli interventi tecnologici, venduti dalle multinazionali come panacea per
la soluzione di tutti i problemi di “inefficienza della produzione su piccola
scala”, e presumibilmente come rimedio alla fame nel mondo, hanno avuto
esattamente l’effetto opposto.
Dalla Rivoluzione Verde, alla Rivoluzione Biotecnologica, all’attuale
spinta all’irradiazione degli alimenti, le intrusioni della tecnologia
industriale nei sistemi tradizionali e naturali di produzione locale hanno
aumentato la vulnerabilità degli ecosistemi. Hanno prodotto l’inquinamento
dell’aria, dell’acqua e del suolo e stanno diffondendo un nuovo tipo di
inquinamento da organismi geneticamente modificati. Simili tecnologie e
monocolture, sostenute e volute dalle multinazionali, inaspriscono gravemente i
cambiamenti climatici sul pianeta con la loro forte dipendenza dai carburanti
fossili, l’emissione di gas nocivi ed altre sostanze. Quest’ultimo fenomeno da
solo – il cambiamento climatico - rischia di mettere a repentaglio l’intero
fondamento naturale delle produzioni agro-alimentari, ponendo le basi di
conseguenze catastrofiche nel prossimo futuro. In più, se si contano i costi
sociali, ecologici e le immense sovvenzioni necessarie, i sistemi di agricoltura
industriale non hanno certo aumentato l’efficienza della produzione. E non hanno
nemmeno ridotto la fame, al contrario. Hanno però aiutato la crescita e
concentrazione di pochi colossi multinazionali agrofinanziari che controllano la
produzione globale, a danno dei produttori locali di alimenti, della
disponibilità di cibo e della sua qualità, oltreché della capacità di comunità e
nazioni di arrivare all’autosufficienza negli alimenti strategici.
Le tendenze negative della seconda metà del secolo scorso sono state
accelerate dai recenti regolamenti commerciali e finanziari redatti da
burocrazie globali di istituzioni internazionali come l’Organizzazione Mondiale
per il Commercio, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale ed il
Codex Alimentarius, tra gli altri. Tali istituzioni hanno trasformato in leggi
le politiche finalizzate a servire gli interessi delle multinazionali agricole
facendo prevalere questi interessi su tutti gli altri, abolendo i diritti degli
agricoltori e dei consumatori e riducendo in maniera drastica i poteri degli
stati di regolamentare il commercio internazionale sulle loro frontiere, per
mezzo di restrizioni adeguate alle proprie comunità. Le norme dell’Accordo
sui Diritti di Proprietà Intellettuale relativi al Commercio del WTO
(Organizzazione Mondiale del Commercio), hanno consentito alle multinazionali
agricole di impadronirsi di gran parte delle risorse primarie di semi, alimenti
e terreni agricoli a livello mondiale. La globalizzazione dei regimi di
brevetto, compiacenti con gli interessi delle multinazionali, ha anche
direttamente intaccato gli specialissimi diritti, originari e tradizionali,
degli agricoltori, per esempio, di conservare i propri semi e proteggere le
varietà indigene che le popolazioni rurali hanno sviluppato nei millenni.
Altre norme del WTO incoraggiano, attraverso sovvenzioni statali, il dumping
delle esportazioni di prodotti agricoli dai paesi industrializzati, aumentando
dunque le immense difficoltà dei piccoli produttori agricoli dei paesi poveri a
sopravvivere economicamente. L’esplosione del commercio a distanza di prodotti
alimentari, generato dal sostegno alle produzioni per l’esportazione, ha un
legame diretto con l’incremento del consumo di carburanti fossili per i
trasporti, e contribuisce ulteriormente a cambiare il clima e ad espandere
infrastrutture ecologicamente devastanti nelle aree indigene e naturali, con
gravi conseguenze ambientali.
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L’intero processo di conversione dalla produzione alimentare su piccola
scala per le comunità locali, alla produzione specializzata su larga scala per
l’esportazione, ha portato anche al declino di tradizioni, culture, piaceri, e
moltissime forme di collaborazione e convivialità, collegate per secoli ai
circuiti locali di produzione e mercati comunitari. Ciò ha ridotto molto
l’esperienza della produzione alimentare diretta e le gioie, a lungo celebrate,
di condividere gli alimenti prodotti a livello locale su terre
locali.
Nonostante le considerazioni di cui sopra, c’è un numero crescente di
motivi per essere ottimisti. Migliaia di nuove iniziative stanno fiorendo nel
mondo per promuovere l’agricoltura ecologica, la difesa dei piccoli agricoltori,
la produzione di alimenti sani, sicuri, culturalmente diversificati e la
regionalizzazione della distribuzione, del commercio e della vendita. Una
migliore agricoltura non solo è possibile ma si sta già
realizzando.
Per tutti questi motivi, ed altri ancora, dichiariamo la nostra ferma
opposizione alla industrializzazione e globalizzazione della produzione
alimentare ed il nostro impegno a sostenere il passaggio a tutte le alternative
sostenibili di produzione, appropriate alle specificità locali e su piccola
scala in armonia con i principi che seguono.
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