Chi ha paura della Tigre Celtica?

Viaggio gastronomico in Irlanda, la terra del cuore

 

 di Antonio.G. Mellone

 

“Il cielo d'Irlanda”, canta Fiorella Mannoia. Nella patria di Oscar Wilde, di James Joice e di George Bernard Show, il cielo lo si guarda per capire se da lì a poco pioverà. Ma è sulla terra che i colori, i suoni e i sapori d'Irlanda entrano nell'anima. Chi è stato almeno una volta in quest'isola coraggiosa, che non ha avuto paura, come i vicini inglesi,  di misurarsi con la moneta comune, l'euro, e non teme il confronto con le eccellenze gastronomiche continentali, un po' di Irlanda se la porta dentro per sempre. Terra prodiga di prodotti curati da gente laboriosa, concentrata e seria sul lavoro, ma sempre pronta al sorriso, all'allegria condivisa, all'esplosione di franca ilarità, quando la mediazione di una ale o di un whiskey (quello irlandese, a tripla distillazione, si scrive con la `e') annulla le distanze culturali e linguistiche.

 

Il mitico verde dell'erba fa da contrasto cromatico con  il rosso carminio, il blu cobalto chiaro, il rosa intenso e il giallo di Napoli delle abitazioni private, col rosso pompeiano (sissignore!) e col mattone bruciato degli edifici dei centri storici, dove il sole, quando c'è (e diversamente da quanto si immagina, arriva piuttosto spesso) produce esplosioni tonali che riportano a quelle del nostro meridione. Il grande desiderio di colore degli irlandesi, spesso negato dal cielo, ma ricreato in terra.

Si avverte ancora nella gente, a distanza di qualche millennio, quell'orgoglio celtico che nemmeno i romani, con le loro temibili legioni, riuscirono a sottomettere. Non provarono nemmeno ad attraversare il canale d'Irlanda. Peccato, lo avessero fatto avrebbero annesso all'impero una delle più straordinarie civiltà alimentari del mondo antico. Perché la terra di Joice e di Wilde è un piccolo paradiso in grado di rendere felici i moderni gastronauti, per usare un termine caro a Davide Paolini. Ci siamo stati recentemente, a rinnovare il bagaglio di sensazioni che il tempo affievolisce, ma non cancella, e che anzi sono stimolo alla ricerca di emozioni nuove.

 

Tra i fiordi del Sud

 

Volo Milano-Dublino e cambio veloce per Cork, la seconda città in ordine di importanza, nel Munster, a sud. La sua storia ha inizio nel VII secolo d.C. Finbarr, un santo importante del calendario locale, uscito dal tempo ed entrato nella leggenda come primo abate d'Irlanda, vi fonda un monastero. Anche Cork, come l'intero paese, ha subito le devastanti scorrerie dei Vichinghi, e sono arrivati i francescani, gli agostiniani,  i domenicani e i normanni. L'aspetto di piccola Amterdam è suggerito dalla facciate degli edifici, dai ponti e dai canali, molti dei quali tuttavia sono stati riempiti o coperti, dalle piazzette, dai vicoli dai viali su cui si affacciano porte coloratissime di abitazioni pubbliche e private, che le conferiscono un'aria di insospettata allegria.

 

Un salto all'English Market e capite di che stoffa sono fatti gli irlandesi. In un'atmosfera a metà tra quella di una cattedrale gotica tutta di legno e quella della Vucciria, senza, off course, la confusione, il vociare cantilenante dei venditori e gli scooter che fendono pericolosamente la folla del celebre mercato palermitano, si muovono, discreti e silenziosi, i clienti. Identici, però sono i colori e i profumi: non se ne può dare l'idea se non attraverso le immagini. Posto tra Princes Street, Patrick Street (San Patrizio è per i gaelici quello che Sant'Antonio o San Francesco sono per noi) e la Grand Parade, il mercato alimentare risale al 1610, all'epoca di re Giacomo I, anche se la costruzione è del 1786. C'è veramente di tutto: dalla frutta alla verdura, dalla carne al pesce, ogni articolo è abbondantemente rappresentato e questo la dice lunga sulla grande tradizione commerciale di Cork, con una totale apertura alle merci estere. Qui si trova la leggendaria carne irlandese, i banchi di formaggio locale, italiano, francese, il pane fresco che i gaelici sanno fare con grande maestria (abbiamo la benedizione di un esperto come il professor Gronchi) e tipicità come il “drisheen”, budino a base di sangue di pecora o i “crubeens”, piedini di maiale.  

 

Un lunch presso il Farmgate Cafè è fonte di ulteriori sorprese: l'intero locale dove si può pranzare o anche solo bere tranquillamente una birra occupa parte della balaustra, al piano superiore: si mangia osservando il via vai del mercato sottostante. Kate Harte, la padrona di casa, illustra i piatti della tradizione, nell'ottica del “fresh & local” e della disponibilità giornaliera del mercato, mentre siamo alle prese con una delicatissima zuppa di agnello (come lo trattano qui è cosa degna di menzione) e un florilegio di salumi e formaggi artigianali a dir poco esaltanti. Una commistione di gusti decisi o speziati e una grande esperienza nell'uso di carni ovine, immersi in un tripudio di profumi, colori, suoni e voci ovattate.

Nella fattoria, che ci accoglie a poche miglia da Cork, le mucche non mancano di certo: ruminano pacificamente l'erba dei campi, mentre la pioggerella quasi impalpabile che penetra nei vestiti degli umani sembra non infastidirle. Qualcuna prende addirittura il coraggio a quattro zampe e si avvicina al nostro gruppo, si lascia accarezzare. Sono tante e belle, leggiadre nei movimenti, come possono esserlo delle mucche beninteso, con quel muso simpatico e gli occhioni malinconici dalle lunghe ciglia, così da rendere difficile immaginarle ridotte a succulente bistecche. La Frisona è una delle razze che testimoniano, fin dai tempi del Neolitico la grande attitudine all'allevamento delle popolazioni di tradizione alimentare celtica, nonché dell'abilità dei casari, antichissima virtù oggi recuperata con grande successo, dopo un periodo di oblìo. L'altra più quotata da queste parti è la Angus, quella degli allevamenti personali del principe Carlo d'Inghilterra, ad Highrove.

A due passi da Cork c'è Shanagarry e a Shanagarry, in una cornice da film (ricordate “La figlia di Ryan” o “Un uomo tranquillo” con John Wayne e Maureen O'Hara?), c'è Ballymaloe House, un resort di campagna dalla bellezza mozzafiato e dall'età secolare. Saltiamo, per brevità, il racconto delle belle sensazioni provate nelle camere per gli ospiti, o davanti all'importante collezione d'arte moderna sulle pareti e disseminata un po' ovunque nella hall, nei saloni e persino nell'incantevole gazebo tutto cristalli e piante lusureggianti, dove, in vista del magnifico parco, è dolce gustare uno dei cocktail analcolici a base di frutta che fa parte dell'allure della casa. Il ristorante propone una cucina che si ispira a quella francese (particolare risaputo da chi abbia qualche confidenza con la storia della gastronomia europea), con uno straordinario carrello di formaggi locali e con un'ottima scelta di etichette da enologia mondiale. Atmosfere ed eleganza d'altri tempi, servizio impeccabile, cielo notturno punteggiato di stelle, dopo una giornata di pioggia scrosciante: uno spettacolo nello spettacolo. Così è l'Irlanda, terra di sorprese.

 

Incredibile Irlanda, capace di stupire un popolo, quello italiano, che in fatto di formaggi è in grado di competere col mito francese. Ebbene, c'è sempre da imparare. Le ineffabili sensazioni che un fresh cheese, un blue cheese o un hard cheese, serviti con un vino o una stout appropriati regalano, valgono tutta intera l'amicizia con cui questo popolo gentile ci mette a parte dei suoi segreti golosi. Dio salvi l'Irlanda!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[home page]

[mission]

[redazione]

[collabora]

[contattaci]

[link]

 

2003 ©opyright ::  INformaCIBO.it