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A cura dell’Associazione Go Wine
Al Wine Show di Torino il 4° Forum degli autoctoni
Vitigni e Vini
di Vincenzo Reda
Torino 28 ottober 2009. Non v’ha dubbio che
l’iniziativa più interessante di questa “piccola”
manifestazione che è stata Wine Show a Torino - 24/26 ottobre 2009 –
è stata il 4° Forum degli autoctoni:, a cura dell’Associazione Go
Wine con in testa l’appassionato presidente Massimo Corrado.
Apro una parentesi a proposito di definire “piccola
manifestazione” il Wine Show di Torino: in una città come la
nostra dove ogni due anni Slow Food organizza un salone che è
d’interesse mondiale, è chiaro che una manifestazione di questo
genere non può che essere definita in questo modo. Ma non bisogna,
come dice il mio amico Elio Archimede “sparare sulla croce rossa”:
qualcosa, quest’anno, pare essersi mossa; speriamo, e siamo
disponibili in questo senso, che il tutto possa crescere e diventare
un riferimento importante almeno d’interesse europeo. A cominciare
dal ripensare il periodo - la seconda metà di ottobre, per il mondo
del vino, è il momento meno opportuno di organizzare un salone - ma,
a esempio, insistendo sulla strada dei vitigni autoctoni e delle
piccole cantine.
Chiusa la parentesi dedicata a considerazioni generali -
e comunque cercando di essere sempre, pur critici, ma propositivi - è
stato assai interessante l’incontro dedicato ai vitigni autoctoni
pugliesi Sussumaniello e Ottavianello, illustrati da Gregory Perrucci
- si ricordi l’Accademia dei Racemi. Egli è stato tra gli
appassionati ricercatori e scopritori di questi vitigni abbandonati
che sono, invece, di straordinario interesse e, vinificati in
purezza, capaci di grandi risultati.
Degli 80 vitigni presentati nello stand - devo con
soddisfazione e orgoglio consatare che li conosco quasi tutti - mi
interessava seguire appunto soprattutto questi vitigni pugliesi, da
poco sul mercato.
Se si clicca su Google "Susumaniello"
vengono fuori 48.400 risultati; cliccando "Sussumaniello"
di voci ne vengono citate soltanto 14.100: mi piacerebbe dirimere la
questione. Su EV n° 73 del 2003 l'articolista di Gino (Gabbrielli)
scrive il nome di questo vitigno pugliese, di probabili origini
dalmate, con una sola "s". Di Gino mi fido e lo scrivo io
anche con una sola "s", però mi riservo di controllare
l'etimologia, che vuole la voce discendere dalla parola dialettale
locale "somarello", poi modificata dall'uso verbale e
degenerata nel termine attualmente in uso. Ogni parola che può
essere scritta con piccole variazioni, in realtà ne attesta una più
corretta di tutte le altre.
Pur conoscendo molto del vino pugliese,
mai avevo bevuto questo vino fino a che, di recente, ho conosciuto
Vincenzo Vita: una
storia la sua conoscenza, un'altra storia, che racconterò a tempo
debito, la vicenda che lega questo torinese pugliese al vino. Io sono
un torinese calabrese e Vincenzo l'ho conosciuto seguendo un percorso
che passa da Hanover (N.Hampshire, Usa), Brooklin e ritorna a Torino,
Bar Elena, fine luglio di quest'anno: me lo ha presentato Marco
Ursino - torinese, creatore e anima del
Brooklin Film Festival, una delle più importanti manifestazioni di
cinema indipendente del mondo - amico di Gianni Leopardi, il mio caro
chef, oggi in India.
Vincenzo, da qualche anno, produce vino soprattutto in
Puglia, ma non si esime da Barbera e Barolo a Barolo, Chianti a
Cerreto Guidi e Lambrusco a Parma. Egli è originario di S.Vito dei
Normanni e la sede della sua azienda è in Manduria. Ho bevuto i suoi
Negramaro e Primitivo che sono ottimi, ma mi ha colpito questo
Susumaniello, "Più Su": un vino per davvero eccezionale -
matura dalle parti della città bianca, la magica Ostuni, in pochi
ettari - che già da qualche anno Riccardo Cotarella indaga e cura.
L'ho bevuto, m'è piaciuto e l'ho usato per dipingere. Devo citare,
di Vincenzo, anche lo strepitoso rosato da uve "Ottavianello",
sempre pugliese.
Jancis Robinson, nella bibbia
che è il suo Guida ai vitigni del mondo
(Slow Food editore, 1998), cita il Susumaniello
come Susumaiello e parla dell'Ottavianello
come varietà del francese Cisnaut (o Cisnault), ma, tra i vitigni
autoctoni pugliesi che oggi godono di nuova vita, non cita il Fiano
Minatolo e, purtroppo, questo delizioso vitigno bianco non era
presente nello stand del Wine Show, sicché merita la pena di
spendere due parole in proposito.
L'amico Eustachio Cazzorla,
sommelier e giornalista pugliese (lo conobbi in occasione di una mia
mostra a Casteldimezzo, ristorante La Canonica
- dove si mangia uno straordinario filetto di tonno), a proposito del
Fiano Minutolo cita gli articoli di Giorgia
Benvenuto, Enzo Scivetti e Pasquale Porcelli:
studi del dr. Calò e
di Lino Carparelli
indicano questo vitigno essere non altro che il Greco
Aromatico o Greco bianco, componente del
classico assemblaggio della Doc Locorotondo,
vitigno abbandonato perché non troppo produttivo, in favore dei più
convenienti Verdeca e
Bianco d'Alessano.
E' stato riscoperto agli inizi di questo millennio e,
presentato al Vinitaly del 2004, ha subito avuto un prestigioso
riconoscimento che ha ricevuto una clamorosa conferma al Salone di
Bordeaux del 2007.
Il Fiano Minutolo, che Eustachio precisa dover essere
più propriamente chiamato Minutola,
poco avendo a che fare col Fiano di Avellino, è indubbiamente un
vino di interesse straordinario: palati e nasi poco raffinati lo
accostano a vitigni famosi tedeschi o dell'Alto Adige: in verità il
primo impatto al naso è di grande sentore aromatico e floreale, ma
sono il limone e il gelsomino i più forti profumi e al palato
l'acidità è assai spiccata. Molto persistente e con un colore
giallo paglierino tenue con riflessi verdi, è un vino di difficile
abbinamento.
Ne ho
chiesto una bottiglia a Vincenzo e l’ho stappata e cominciato a
berne il venerdì, molto fresca; ho continuato a berne sabato e
domenica: il terzo giorno erano quasi scomparsi i sentori di foglie
di agrumi e di gelsomino, mi è parso di sentire la banana e la
vaniglia in un vino che pareva molto meno acido.
Questa bottiglia è
un Salento Doc di Vincenzo Vita,
del 2008. Vincenzo ne possiede 2 ha. nel territorio di Manduria, a
200 mt. sul livello del mare: ne ricava circa 10.000 bottiglie. Egli
sostiene che il miglior abbinamento si ottiene accompagnando il sushi
e sta mettendo a punto una strategia per far conoscere al mercato
giapponese questa meraviglia. Credo abbia ragione, ma io non amo il
sushi e il Fiano Minutolo me lo bevo da solo, prima o dopo i pasti.
Gli ho reso il grande onore di essere contenuto in due dei miei
bicchieri più nobili, entrambi di Murano - chi mi conosce sa la mia
ossessione per i bicchieri che, dico io, cambiano a seconda della
loro forma il gusto del vino che contengono.
Nello
stand di Go Wine ho assaggiato anche il Tintilia, un rosso di grande
struttura molisano, cantine Di Majo Morante (Campomarino, CB):
eccellente. Ho invece bevuto uno strepitoso Nerello Cappuccio - ma
anche un ottimo Grillo in purezza - presso lo stand delle Cantine
Cummo, da Canicattì (AG). Lo hanno chiamato 1908
- data
di nascita di nonno Diego Cummo : in etichetta si legge “Nero
Cappuccio”, vendemmia 2005, cru Carbuscìa. Un vino dalla struttura
grandiosa che può invecchiare molti anni. Mai mi era successo di
bere un Nerello Cappuccio simile: conoscevo quelli dell’Etna, ma
hanno tuttaltra struttura. E’ chiaro che ho fatto i complimenti a
Diego Maurizio Cummo che oggi è l’erede di quel nonno Diego nato
nel 1908.
I
vitigni autoctoni italiani sono una miniera inesauribile e, per
quanto mi riguarda, tanti ne conosco e tanti ne apprezzo.
Cito quelli
che più amo e invito i miei lettori a mettersi sulla strada e
recarsi lì dove vegetano per sentirne i magnifici risultati in
bottiglia: Mayolet (Valle d’Aosta), Ramìe, Avanà, Freisa di
Chieri, Pelaverga e Timorasso (Piemonte), Durello (Veneto),
Schioppettino (Friuli), Marzemino (Trentino), Rossese e Pigato
(Liguria), Canaiolo e Ciliegiolo (Toscana), Pignoletto (Emilia
Romagna), Lacrima di Morro e Passerina (Marche), Pecorino (Abruzzo),
Coda di Volpe, Piedirosso e Falanghina dei Campi Flegrei (Campania),
Magliocco Canino (Calabria). Di Puglia, Molise e Sicilia ho parlato,
della Sardegna cito il Carignano e ho perso l’occasione di
assaggiare il Monica (Perdera delle Cantine Argiolas).
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