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Vinho fino do Brasil al Wine Show
2009 di Torino
con Roberto Rabachino
di Vincenzo Reda
Torino 26 ottobre 2009. A causa di quei
giochini strambi che ogni tanto La Storia mette in atto, il destino
del Brasile si decise circa 6 anni prima della sua scoperta
ufficiale. Con il Trattato di Tordesillas (giugno 1494) si stabilì
che tutte le terre a est di una linea verticale immaginaria che era
tracciata a 370 leghe a ovest delle Isole di Capo Verde – ricordo
che la lega spagnola corrispondeva a circa 5 km – dovessero essere
assegnate al Portogallo; le nuove terre, ancora da scoprire, a ovest
di quella linea erano destinate invece alla Spagna.
Per la verità poi l’immenso territorio di questo
Paese si estese ben oltre la linea suddetta e oggi la sua superficie
comprende oltre 8,5 milioni di kmq.
Roberto Rabachino,
bravissimo e competente oratore, è stato chiamato a guidare per
conto della FISAR – Federazione Italiana Sommelier, Albergatori e
Ristoratori – l’approccio, inedito in Italia, ai vini brasiliani
il 25 ottobre scorso, in occasione del Wine Show di Torino.
Per quasi due ore egli ha condotto l’evento con
competenza e ironia, introducendo l’argomento a partire da una
descrizione generale del Brasile.
Egli parla di una popolazione di 230/240 mln. di
abitanti: le cifre ufficiali, stime 2009, parlano di circa 190 mln.
Ma quanti saranno gli abitanti dell’Amazonas, 1,5 mln. di kmq, lo
stato più esteso tra i 26 componenti la Repubblica Federativa del
Brasile? Nessuno lo può sapere. E nessuno può conoscere nemmeno le
cifre esatte della popolazione dello stato e della città di Sao
Paolo, rispettivamente i più grandi delle rispettive categorie con
oltre 40 mln. e almeno 20 per l’area metropolitana della città
italiana più popolosa del mondo (5,4 mln. di persone con il doppio
passaporto).
Rabachino non lo dice, ma anche la storia di questo
sterminato paese è ben strana: l’indipendenza fu dichiarata dal re
Pietro I nel 1822 (il 7 settembre). Pietro non era altri che il
figlio del re del Portogallo Giorgio VI, esiliato da Napoleone in
Brasile e che, tornato in patria, ebbe la non buona idea di lasciare
il figlio come reggente.
Giuseppe Garibaldi fu a combattere da quelle parti
tra gli anni ’30 e ’40 del XIX secolo: Rabachino sostiene con
ironia che, visto il fatto che ogni paese pur piccolo possiede una
qualche via o piazza in suo onore, egli dovesse avere il dono
dell’ubiquità…Per concludere in breve la storia del Brasile,
occorre ricordare che il passaggio, non cruento, dalla monarchia alla
repubblica si verificò nel 1889; si ebbero un paio di lunghi periodi
dittatoriali intorno agli anni ’30 e poi dal 1964 al 1984 circa.
Oggi Lula è considerato un presidente progressista.
Seguendo Roberto
Rabachino, passiamo ora a entrare nel merito del vino, meglio: del
vinho fino, come i brasiliani definiscono il nostro vino comune,
compreso tra il Tavernello e il Barolo. Il Brasile produce circa 3,2
mln. di hl.: l’Argentina ne produce circa 14,9, il Chile 8,4 e
l’Italia, per dare un’idea, 45/50 mln., a secondo delle annate.
Il brasiliano consuma 1,2 litri di vino l’anno al confronto dei
nostri quasi 50 pro capite. L’anno “zero” dell’enologia
brasiliana è da considerarsi il 2000, quando vennero espiantati e
ripiantati con le tecniche europee circa 10.000 ha. che producono
vinho fino ( su un totale vitato di circa 90.000 ha.).
Gli stati che producono
vino sono quelli del sud: Rio Grande do Sul e Santa Catarina,
soprattutto. La Serra Gaucha, con la Vale dos Vinhedos a Bento
Gonçalves, può essere considerata alla stregua della nostra Langa o
del nostro Chianti. Siamo intorno al 29° parallelo sud, con una
temperatura compresa tra i 12° e i 22° e altitudini che vanno
dai 400 ai circa 750 m; non esistono vitigni autoctoni, dunque gli
impianti sono di Cabernet sauvignon e franc, Merlot, Pinot noir,
Tannat e Ancellotta per i rossi e Chardonnay, Riesling italico,
Prosecco, Moscato e Malvasia per i bianchi: non bisogna dimenticare
che 25/28 milioni di brasiliani hanno origini italiane, venete più
che ogni altra…..
Curiosità: al nord,
intorno all’8° parallelo, si fanno due vendemmie nello stesso anno
(gennaio e giugno)! Nella regione di Santa Catarina, a oltre
1300 m. di altezza, si produce un Ice wine (Cabernet
sauvignon) brasiliano! Inoltre, data la giovane età delle aziende,
tutta la tecnologia in cantina è modernissima e italiana.
Prima di passare agli
assaggi, Roberto Rabachino
ci ha spiegato il “gusto massiu” che il consumatore brasiliano
medio ama: è, in modo assai semplicistico, un certo piacere per
l’abboccato forte (molto più o meno).
Abbiamo assaggiato, in una sala pienissima e assai
interessata, 6 vini in questa sequenza:
1) Cordellier Champenoise, Vale dos Vinhedos Bento
Gonçalves (RS)
2) Panizzon Charmat Rosé,
Flores da Cunha (RS)
3) Casa Valduga
Chardonnay Grand Riserva 2009 (!),Vale dos Vinhedos Bento Gonçalves
(RS)
4) Salton Talento 2005, Bento Gonçalves (RS)
5) Miolo Merlot Terroir 2008, Vale dos Vinhedos
Bento Gonçalves (RS)
6) Panizzon Spumante
Moscatel, Flores da Cunha (RS)
Parto da considerazioni generali, rileggendo i miei
appunti di degustazione. Avevo bevuto il Rio Sol tempo addietro e ci
ho anche dipinto un quadro: era un vino ancora molto grezzo,
squilibrato, tannico e troppo abboccato, pur con una struttura
tuttaltro che piccola. Mi sono trovato davanti, alla vista, tutti
vini corretti, con i rossi di un rubino molto carico; al naso, quasi
tutti discreti con ananas e banana per i bianchi e ciliegia forte per
i rossi; al palato, devo essere sincero, soltanto 2/3 sono stati
sufficienti e io cerco di fare delle degustazioni successive, facendo
trascorrere tempo e ritornando magari dopo un’ora sullo stesso vino
che ne frattempo ha avuto modo di aprirsi – ossigenarsi – ameno
un poco.
Ho trovato sorprendente
lo Spumante Panizzon (uve moscato bianco), quasi un nostro
Asti, con perlage fine, acido il giusto ma assai equilibrato.
Mi è parso atipico ma
interessante lo Chardonnay Casa Valduga ( azienda che produce
1 mln. di bottiglie, famiglia originaria di Rovereto e in Brasile dal
1846), però ancora troppo giovane.
Non mi è spiaciuto il
Merlot Miolo (azienda da 6 mln di bottiglie, considerata
l’eccellenza enologica brasiliana che di questo vino produce
soltanto 18.000 bottiglie), però molto, molto tannico e con un
retrogusto amaro non sgradevole ma direi davvero atipico in un
Merlot.
Mi ha convito poco il
Cordellier, pur avendo come consulente Donato Lanati; ho
trovato squilibratissimo il Talento 2005 ( assemblaggio di Cabernet
50%, Merlot 40% e Tannat 20%) e insufficiente il Panizzon Charmat
Rosé (vinificato come essi dicono “noir de noir”, assemblaggio
di Cabernet 60% e Merlot 40%).
In conclusione: qui siamo al confronto di una realtà
giovanissima che ha tutta l’intenzione, la capacità, gli stimoli,
la terra e i capitali per realizzare a breve prodotti di ottimo
livello. Occorre che il tempo faccia il suo corso, trattandosi di
vino…
Grazie a Lisomar che mi ha segnalato l’iniziativa
e complimenti per davvero a Roberto Rabachino: un oratore competente,
capace, attento e, soprattutto, dotato di grande attenzione alla sala
e tanta, tanta ironia.
Ps: pensando al fatto che il Brasile ha ottenuto
il grande riconoscimento di ospitare l’edizione 2016 delle
Olimpiadi e, soprattutto – credo dal punto di vista brasiliano
- i Campionati del Mondo di Calcio 2014, mi sento in dovere di
fare un augurio calcistico.
Bisogna che i tifosi brasiliani preghino affinché
Ghiggia, Schiaffino e il mio grande eroe Obdulio Varela,
centromediano uruguagio triste, restino una clamorosa e irripetibile
storia.
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