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Una riflessione di Gianpietro Comolli
sulla campagna Brindo bollicine
made in Italy
e sull'uso
della parola Spumante
INformaCIBO
pubblica questa riflessione del noto esperto di bollicine italiane ed
economista del Vino, Gianpietro Comolli, curatore dell'Osservatorio
Mercati&Consumi, che si schiera a fianco di Maurizio
Zanella, presidente del Consorzio Franciacorta, sul tema dello
spumante definito “una parola morta, (che) non esiste più” e
della campagna “Brindo Italiano” promosso dal ministro delle
Politiche Agricole Luca Zaia.
di
Gianpietro Comolli
Milano
gennaio 2009. Sul New York Times, che
ospita il blog di Frank Bruni,
uno dei critici enogastronomici più influenti della metropoli
americana, leggo: << …and Italy – as a country, as a idea,
as a shorthand for good living – has a mythic shimmer that most
other countries don’t. People elsewhere want to bite into it, taste
it. Literally. >> e in sintesi dice che il nostro paese
è l’unico che gli stranieri vorrebbero mordicchiare perché è un
mito per la buona vita.
Credo che non esista
slang migliore. In questa ottica la decisione del ministro alle
Politiche agricole e alimentari, Luca Zaia non è stata solo
apprezzabile e una presa di posizione tecnica, ma segna una nuova
strategia, un nuovo modo di promuovere i nostri prodotti che non
hanno nulla da invidiare ad altri vini spumeggianti. Una pietra
miliare che sancisce un cambio di rotta. Per la prima volta un uomo
di Governo, in prima persona e in modo pragmatico e chiaro, senza se
e senza ma, ha preso le parti della qualità nazionale espressa da
una tipologia merceologica con lo slogan semplice e diretto “brindo
italiano”. Frase sicuramente perfetta per le feste di fine
anno.
In ogni caso una
scelta forte, per paradosso, paragonabile a quello che avviene in
Francia da quasi 290 anni, quando i Re andavano a farsi incoronare a
Reims, capitale dello Champagne e oggi, appena eletto, si reca
prontamente il presidente della Repubblica francese. Una presa di
posizione e una scelta forte di immagine collettiva che ha
sicuramente contribuito al successo nazionale di tutte le tipologie
di spumanti. Per anni restati ai margini, relegati a figure
comprimarie di qualche bottiglia inserita nei cesti natalizi, qualche
omaggio aziendale, qualche regalia su ordini più importanti, una
etichetta fatta produrre per conto terzi….
Una condizione che fino
alla fine degli anni ’80 è stata di retroguardia, in un limbo di
designazione, di presentazione al consumatore, di definizione
normativa, una gamma generica. Solo da qualche lustro emersa al rango
di simbolo di una qualità, di un gusto e di una capacità
imprenditoriale tutta italiana con esempi importanti come il
Franciacorta, il Trento Doc, il Conegliano Valdobbiadene Doc e l’Asti
in testa, fra le tante altre. Troppe?
Un caso a parte merita il
Prosecco per la sua penetrazione sul mercato nazionale ed estero:
sicuramente un nome facile, accattivante, preciso e… italiano di
nascita.
In 12 anni è quasi raddoppiato il consumo di bollicine
italiane: sono 278 le denominazioni d’origine (DOP , cioè Docg e
Doc) che possono produrre un vino spumante, un numero assai ampio
rispetto a tutti gli altri paesi del mondo, e che in molti casi sono
prodotte in numeri limitati, localistiche. Occorre assolutamente
puntare ogni sforzo legislativo, comunicativo, di conoscenza e
immagine perché siano sottolineate le differenze, senza perdersi in
classifiche e senza puntare al metodo produttivo.
Tecnicamente
importante e significativo, ma molto importante solo per il mondo
produttivo: al consumatore interessa la qualità, la soddisfazione di
un proprio gusto-obiettivo, vuole sapere dove sono le vigne e dove e
chi lo produce, vuole visitare le cantine per capire il valore del
prodotto, per confrontarlo con altri, per conoscere gli uomini che lo
producono.
Curiosità intelligenti, da soddisfare che motivano un
prezzo, una denominazione, una cura e una creatività enologica.
Tutti fattori che non possono essere espressi da un solo nome,
singolare o plurale, che ha solo il compito di definire il
mercantile, la merceologia e gli aspetti giuridici. Non si vende la
burocrazia e i vini per legge.
Sicuramente il successo mondiale
delle nostre bollicine è dovuto anche ad una proposta forte di
prodotti in grado di soddisfare in questo momento culture alimentari,
gusti personale e abbinamenti a tavola assai differenti,
disponibilità economiche più limitate e la attenzione creata
intorno al “made in Italy” accessibile. La legale definizione
merceologica non deve prevaricare il valore, l’identità, le
peculiarità che derivano da un nome forte e chiaro come una Docg o
Doc.
Già nel 1991 sottolineai queste esigenze con la costituzione di
un osservatorio dei mercati e con la richiesta al ministro Giovanni Goria di
dare spazio e vita alle bollicine italiane nella legge 164. Il
termine “spumante”, al singolare, non esprime nulla, è solo un
sostantivo merceologico, usato al plurale indica una gamma mercuriale
di prodotti per legge, certamente non rappresenta singole
denominazioni, origine, territori e men che meno è manifestazione di
una qualità.
Hanno ragione al 100% sia
Maurizio Zanella, presidente del Consorzio Franciacorta, che
Paolo Ricagno, presidente del Consorzio Asti che hanno
espresso concetti di riferimento fondamentali. “Il” Franciacorta
è l’espressione di una identità/valore e territorio-prodotto che,
oltre ad essere il percorso condiviso da una collettività di
aziende, è diventato, come Consorzio, un esempio per tantissime
altre zone produttive, anche come gestione e cura della Docg, delle
fascette, del logo-marchio, della strategia chiara e semplice.
L’Asti Docg è giustamente considerato l’unico vino dolce con le
bollicine per origine e per uve al mondo che non deve essere
commercialmente sfruttato, non deve essere succube di nomi generici,
non può eludere la forza di un ampio territorio, il sistema e il
metodo interprofessionale che ha realizzato e espresso, che
salvaguarda imprese viticole e che deve essere un faro anche per
altri territori vitivinicoli al fine di governare i prossimi anni
difficili.
Soprattutto alla luce della nuova 164 in discussione, i
Consorzi (di tutela? e/o promozione?) devono assumere un nuovo
ruolo, non avendo più la gestione dei controlli. Perché non avere
il coraggio di rendere il modello dei Comitati Interprofessionali
vincolanti per la nascita di una DOP e quindi obbligare la
partecipazione degli aventi diritto per non creare nuovamente figli e
figliastri?
Accordi
interprofessionali di filiera e filiera corta sono oggi temi
assolutamente urgenti e prioritari: parlare di DOP nel vino senza una
governance del sistema interprofessionale vuol dire non affrontare e
tentare di risolvere il vero problema del mercato produttivo, e di
conseguenza, giustamente, della vigilanza dei prezzi e della qualità
certificata al consumo, al fine di essere Comitati per il mondo
produttivo e per il mondo dei consumi.
Applichiamo un sistema di
autodeterminazione produttiva, di semplificazione burocratica, di
controlli a terzi, di certificazione diretta e, in una fase
successiva a quella propedeutica, di una svolta chiara con un forte
impegno e investimento comunicazionale verso il consumatore.
Quello nazionale
necessita informazioni dettagliate di riferimento, di referenza e di
marca, mentre il consumatore internazionale chiede semplificazione e
un messaggio unico, forte e chiaro: ottimo “ brindo italiano” o
“aperitivo italiano”.
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