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Il boom del vino italiano nel mercato cinese: +131% in un anno
Veronafiere sarà in Cina a Shanghai con Vinitaly China
dal 24 al 26 novembre prossimi
Il seminario “Il boom del mercato cinese: +131% in un anno” ha messo a fuoco la struttura del mercato cinese e le caratteristiche dei consumatori, oltre alle prospettive e agli ostacoli per le aziende vinicole italiane e le strategie da mettere in atto prendendo come esempio l'esperienza di un'azienda italiana. Presentato Vinitaly Chinaa Shanghai dal 24 al 26 novembre.
In Cina subito, per non perdere il treno, perché serve tempo per conquistare un mercato dove attorno al vino è tutto da costruire. Un messaggio chiaro, quello uscito dal seminario “il boom del mercato cinese - + 131% in un anno.
Ecco alcuni dei consigli dati da Lau Chi Sun, editore di Wine Now per approcciare un mercato che nel 2004 ha importato 500.000 casse di vino (circa 80.000 dall'Italia) per un totale di 4,5 milioni di litri: bisogna fare cultura intorno al vino, tenendo conto del fatto che ci si rivolge a un popolo che ha tradizioni e abitudini molto differenti dalle nostre ma radicate da millenni; si devono pensare strategie di promozione diverse da quelle adottate in Occidente per favorire il boom degli acquisti familiari; occorre scegliere importatori e i distributori affidabili, che però sono ancora molto pochi, o creare una propria rete; serve investire a lungo termine considerando che ci vogliono 5-10 anni per posizionarsi sul mercato.
In cambio si potranno avere sicuri guadagni, perché in Cina il vino rappresenta ancora solo l'1% dei consumi di bevande alcoliche, schiacciato dallo strapotere della birra (78%) e delle bevande alcoliche cinesi (17%). I tassi di crescita dell'import enologico si attestano però attorno al 30% annuo, con un aumento del 50% alla dogana di Beijing nel 2003. Merito pure della riduzione dei dazi all'import, anche se comunque su tutto il vino, anche quello prodotto in Cina, il peso fiscale è molto alto.
Il consumo di vino pro capite in Cina è di 0,3 litri, ma è impensabile che tutti i cinesi possano arrivare a bere vino nel prossimo futuro. Troppe aree di questo sterminato Paese sono ancora sottosviluppate; meglio puntare intanto sui grandi centri di Shanghai, Canton, Hong Kong, dove molte persone hanno tenori di vita elevati e il lusso viene apprezzato, specie quello “made in Italy”, pensando che poi faranno tendenza.
Nel 2003 l'Italia è stato il 6° esportatore di vino in Cina, ma prima di portare un prodotto su quel mercato è importante conoscere i gusti dei potenziali clienti: i cinesi consumano molto tè, di conseguenza non amano bere cose fredde e con le bollicine (vita dura per champagne e spumanti), quindi preferiscono i vini rossi e ricchi di tannini. Importanti anche i nomi: troppo difficili quelli lunghi, meglio corti di massimo 2-3 sillabe.
Altri appuntamenti organizzati durante Vinitaly hanno dimostrato l'interesse per il mercato cinese, ma anche il timore di una futura minaccia. Del resto la Cina, con 33 milioni di casse prodotte nel 2002 e gli ingenti investimenti degli ultimi anni, può diventare nei prossimi anni un Paese esportatore. Prima però bisogna migliorare la qualità: una bottiglia di vino rosso cinese arrivato per la prima volta quest'anno al Vinitaly non ha superato la prova dell'esperto.
Veronafiere sarà in Cina a Shanghai con Vinitaly China dal 24 al 26 novembre prossimi.
Il vino cinese non supera la prova Sommelier
La bottiglia di vino rosso Jinwangchao non supera dunque la prova dell'esperto che - sottolinea la Coldiretti boccia senza appello il primo campione di vino made in china.
All'etichetta elegante con bottiglia bordolese di nuova generazione e nome internazionale accattivante si contrappone una informazione incompleta sull'annata e un contenuto di qualità mediocre nei profumi e nel sapore.
Questo il risultato dell'analisi sensoriale sulla prima bottiglia di vino cinese presente al Vinitaly compiuta da Gianpiero Cucini sommelier professionista dell'Enoteca Italiana.
La bottiglia di vino rosso Jinwangchao non ha superato la prova dell'esperto che ha bocciato senza appello il primo campione di vino made in china.
Nonostante il colore limpido, rosso granato faccia pensare ad un vino di qualche anno e dunque già maturo, ai profumi il vino cinese si presenta corto, non armonico, assente di intensità e di persistenza.
Al gusto - dichiara la Coldiretti - è emersa nel vino una presenza massiccia di acidità mentre è completamente assente nelle componenti che riguardano la rotondità e il bouquet ed in particolare tannicità e morbidezza. Si tratta di risultati che mettono in evidenza che il Paese asiatico ha ancora molta strada da fare per raggiungere gli standard qualitativi dei principali paesi produttori”.
D'altra parte la produzione cinese è per adesso sostanzialmente assente in Italia con un valore dell'esportazioni dell'ordine di poche migliaia di euro anche se il fatto che negli ultimi venti anni la produzione cinese è triplicata, superando abbondantemente i tre milioni di ettolitri, non deve far dormire sonni tranquilli.
Il vino Made in italy può vincere la sfida lanciata da agguerriti concorrenti sul mercato nazionale ed internazionale se riuscirà a presentare negli scambi commerciali non solo un ottimo prodotto ma territori unici ed inimitabili fatti da paesaggi, clima e testimonianze artistiche e naturali uniche ha affermato il Presidente della Coldiretti Paolo Bedoni.
“Per competere sul mercato globale - ha precisato Bedoni - occorre esaltare le tante differenze che la produzione nazionale può offrire per contrastare l'omologazione e valorizzare le identità territoriali. E il mercato cinese puo' diventare importante con una crescita della domanda interna di vino stimata intorno al 20-30% e con l'Italia che si colloca per adesso solo al sesto tra i paesi presenti sul grande mercato orientale”.
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