La certificazione dei Ristoranti italiani nel mondo:

una lettera di Bartolo Ciccardini

 

“Necessità strategica di una Rete di distribuzione dei prodotti alimentari italiani”



Bartolo Ciccardini (Foto INformaCIBO)Parma 29 ottobre 2010. Continua a far discutere la certificazione dei Ristoranti italiani nel mondo che è stato dibattuto durante la XIX Convention mondiale delle Camere di commercio italiane all’estero (CCIE) svoltasi a Parma la settimana scorsa (leggere Urso e Dardanello: entro Natale mille ristoranti certificati made in italy nel Mondo).


Ora ci ha scritto Bartolo Ciccardini, Presidente dimissionario di Ciao Italia e già Vice-Presidente della Commissione ministeriale per la Ristorazione italiana nel mondo, tirato in ballo da INformaCIBO con una domanda rivolta a Ferruccio Dardanello, Presidente di Unioncamere e a Adolfo Urso, Viceministro allo sviluppo economico sulle motivazioni che hanno portato, nei mesi scorsi, allo scioglimento della Commissione ministeriale.


Nella lettera ad INformaCIBO, Ciccardini parla della realtà associatyiva di Ciao Italia ma, innanzitutto, mette sotto accusa la cecità dei decisori politici e delle associazioni dei produttori (in primis Coltivatori Diretti e Confagricoltura), senza risparmiare il ministro alle politiche agricole, Galan, e rilancia la “Necessità strategica di creare una Rete di distribuzione dei prodotti alimentari italiani”.

 

Ferruccio Dardanello e Adolfo Urso durante l'incontro stampaRicordiamo che Ferruccio Dardanello, durante la conferenza stampa a Parma, rispondendo ad una domanda di InformaCIBO, aveva riconosciuto il lavoro svolto a suo tempo da Ciao Italia e dal suo Presidente Ciccardini e non aveva neanche escluso la possibilità di un recupero della tradizione e della presenza dell’Associazione neklla realtà odierna.

Ora Ciccardini, proprio a partire da questo riconoscimento, rilancia la sua proposta per dare un senso “strategico” ai ristoranti italiani all'estero e alla diffusione dei prodotti made in Italy.

Un lavoro che va oltre il semplice bollino di certificazione. 


Ma lasciamo qui sotto la parola a Bartolo Ciccardini.


(…..........................)

Quale è la realtà associativa di Ciao Italia in questo momento?

Non v’ha dubbio che l’esperienza storica della prima Ciao Italia è un fatto compiuto. Ciao Italia ha saputo dare, in un momento strategico, la coscienza di poter fare di più. Con la scuola e con l’esempio e con una politica di riconoscimenti, ha convinto i ristoratori che era possibile passare dalla trattoria familiare al Ristorante di qualità, sfidando addirittura la concorrenza del temutissimo ristorante francese.

Negli anni ’90 questa politica si è naturalmente esaurita. Ciao Italia ha proposto una nuova politica: quella della Rete italiana di distribuzione e di presenza del prodotto italiano. Quello di cui non si vuol prendere atto, nella politica italiana, è proprio questo: una produzione di altissimo pregio, realizzata da aziende piccole e medie che non hanno la forza di affrontare il mercato ha bisogno di una sua Rete di distribuzione, per non finire in mano alle multinazionali o alle reti di distribuzione straniere, che potrebbero condizionarne la strategia.

La costruzione di questa Rete è strategicamente necessaria. Fu proclamata obiettivo strategico del Ministero dell’Agricoltura alla fine degli anni ’80. Questo obiettivo è stato dimenticato nell’ultimo decennio. La Rete di distribuzione italiana potenzialmente esiste. Cinquantamila ristoranti che sono o che cercano di essere italiani e cinquemila fra essi che raggiungono la eccellenza, sono una Rete potenziale.

 

Di che cosa c’è bisogno perché diventino una Rete reale ed efficiente?

C’è bisogno di una politica di incentivi e di programmi per promuovere cooperative d’acquisto, magazzini consortili, rapporti commerciali fra consorzi di produttori e consorzi di ristoratori-distributori, promozione di angoli di vendita presso ristoranti o vicino a ristoranti italiani di qualità, una cointeressenza degli uni e degli altri alle imprese di trasporto, liberate dalla mafia.

La Ristorazione italiana ha creato una classe di imprenditori che ha importanti relazioni pubbliche con le autorità locali, che ha competenza del mercato, che conosce la lingua e le leggi del paese ospitante, che dispone di commercialisti, avvocati, rapporti bancari e quant’altro per creare una Rete di distribuzione.

 

Cosa manca alla Ristorazione Italiana?

Lo spirito di collaborazione, la capacità di lavorare in squadra, la fiducia e la stima reciproca. Su questi difetti una sana politica può agire con successo.

Il piano proposto da Ciao Italia era semplice: reperimento e riconoscimento dei 5000 eccellenti; parificazione delle aziende della ristorazione all’estero alle aziende italiane; incentivi alle piccole aziende produttrici, ai consorzi ed alle cooperative dei ristoratori da costituire.

Non mi trattengo sui tentativi operati dopo il 2000, perché non rientrano in questo quadro e ci porterebbero lontano.

La maggior colpa è quella delle Associazioni dei produttori (Coltivatori Diretti e Confagricoltura). Avendo perduto l’antica primogenitura politica, di cui erano orgogliosi nella prima repubblica, hanno affidato i loro interessi prima al ceto dei commercianti, che detiene il potere delle Camere di Commercio, ed ora agli operatori turistici che hanno proposto il bollino della Ospitalità.

Gli uni e gli altri sono meritevoli nelle loro iniziative. Ma non sono in grado, per la loro struttura ideologica di intermediazione, di interpretare la politica del prodotto agricolo italiano all’estero attraverso la ristorazione senza allontanarsi dal concetto chiarissimo di: “Necessità strategica di una Rete di distribuzione dei prodotti alimentari italiani”. Il silenzio del Ministro Galan su questo tema è assordante. Dal 1992 al 2009 è esistita presso il Ministero dell’Agricoltura una commissione che, in fasi diverse, si occupava della ristorazione e della strategia per la promozione dei prodotti agricoli italiani all’estero. È stata sciolta.

 

Può servire ancora Ciao Italia?

All’estero non ci sono altre strutture e sigle che questa, anche se punita ed esangue. Io sono dimissionario per protesta, non potendo altrimenti testimoniare l’errore strategico che si compie. Ciao Italia può tranquillamente morire. Ha svolto il suo compito più importante nel creare l’ “italian pride” del cibo. La necessità urgente non è salvare Ciao Italia, ma riprendere in mano la proposta di Ciao Italia: una strategia politica della Rete di distribuzione italiana”.

Bartolo Ciccardini 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

Urso e Dardanello: entro Natale mille ristoranti certificati made in italy nel Mondo

  

 

Marchio Ospitalità Italiana

 

 

Sciolta la Commissione ministeriale Valorizzazione del Ristorante italiano all'estero

   

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