Avventure vissute durante un viaggio “in terza classe"

"Pane e pomodoro" la rubrica di Giuliano Belloni

17/02/2014

Avventure vissute durante un viaggio “in terza classe"

Questa volta, queste righe non sono altro che una rivisitazione memoriale in realtà narrativa, di avventure vissute in un semplice viaggio “in terza classe”.

Una cronaca che la memoria dilata negli attraversamenti di una quotidianità ricca di occasioni. Divenendo natura quando tralascia il fondo e si trasferisce in primo piano, nella ricerca delle radici e nelle ragioni di senso. I piedi mi si sono allungati di molti centimetri, le spalle si sono allargate. Una peluria boschiva ravviva ormai solo il petto. Una leggera adipe, circonda il mio corpo come se dovesse funzionare da valvola di sicurezza dal mondo. Alla mia età ci si sente arrivati. Adagiati forse, come su un fondo di una barca o magari in pantofole, felici ma vuoti, come un bicchiere appena ingoiato di birra gelata. Sono in finestra. E subito mi appare l’infanzia, l’adolescenza, il vecchio balcone. Molte volte mi ci sono appoggiato quasi spalancandomi sul vuoto.

Per ricordarmi com’ero piccolo, guardo le foto, ingiallite, con i bordi segmentati, con la scrittura decisa e larga di mio padre che commenta le scene con brevi didascalie. Io e mio fratello, con la mamma che ci tiene subito dopo sposata, ai fianchi. Dal suo vestito di festa, blue probabilmente, spunta un corpicino esile, divenuto troppo presto adulto. Il suo volto assomiglia ad una leggera brezza, che con grazia lievita con quei modi semplici e regolari che assicurano una prevedibilità calda e serena. Sarebbe stata allegra la mamma se il tempo glielo avesse permesso. Non parlava mai di sentimenti, pareva sempre contenta di tutto poi però trovai tracce delle sue speranze e delle sue angosce. Anche d’amore parlava poco. Per pudore forse o perché si era sempre fatto così. C’era dell’altro nei baci strappati dal cuore senza pronunciare parole. In un altra più piccola, la mamma sopra una scala appoggiata ad un olivo, dove appare ancora più giovane. Una gonna le copre tutto il ginocchio, la mantella, le spalle. Sotto il fazzoletto a puntini rossi, i capelli erano stati annodati con un nastro bianco e blu che sembrano splendere contro il suo stesso volere.

Troppo preoccupata di venire bene, troppo agitata di felicità, impaziente perché le facevano perdere tempo con la posa. Ancora la mamma, seduta su uno sgabello, che sfida l’ultimo refolo di luce. Aveva disfatto molto probabilmente una logora maglia e si apprestava a molare il tacco ad una paio di calze. Ricordo che veniva di nascosto in camera, quando era già buio si sedeva sul letto, stando lì ferma a guardarmi. Mi segnava la fronte con l’indice biascicando una formula. Non mi muovevo, respiravo appena. Assumevo l’aspetto di una pietra per timore che andasse via.
Mi riproponevo il mattino, di domandarle il significato ma poi non avevo il coraggio. Molte volte prima di coricarmi mi ricordava di recitare le preghiere della sera. Erano cose che andavano fatte, per via di papà. Cambiare le regole sarebbe stato un suicidio. Il babbo invece era solito prendere il libro amato. Si affidava al caso. Sceglieva poche righe. Ne meditava due versi- per trarre auspicio e consolazione-diceva. Fiducioso di una provvidenza misteriosa che risarcisce con copiose piogge, chi si trova in un paludoso disordine. Avevo l’obbligo sin da bambino di portarmi in chiesa, ma più che pregare mi guardavo intorno per osservare la gente come rispondeva agli inviti di don Guido. Come si annoiava, come sfogliava il libro della messa, come rimaneva indecisa nel mettersi seduta o si rimetteva in piedi. Alla sera, tutte le sere, la famiglia si riuniva attorno al camino, per recitare il rosario. Lo facevamo con piacere, specialmente d’inverno quando la mamma metteva le bucce delle mele sopra la brace, profumando cosi i silenzi della nostra fanciullezza e del mistero.
Per rimanere più comodi, ogni volta poneva sul tavolo le marmellate fatte d’estate, chiuse nei barattoli con carta di cellofan per coprirle e un bigliettino incollato al fianco, per riconoscere le ciliege dalle prugne e dalle pesche. Non avevamo la dispensa e quindi le cipolle, le carote, l’uva, venivano appesi in alto ai fili di ferro, stesi sotto il soffitto. I primi anni dopo la guerra furono magri. Papà stanco non gli andava più di mangiare ma era una scusa e se la mamma insisteva, tirava su le spalle, borbottando che andava bene cosi. Mai lo avevo sentito lamentarsi delle patate troppo salate o per l’insalata poco condita. Non aveva scelto il cibo come termometro di sopportazione o per tormentare la mamma. Le loro scaramucce si combattevano su altri fronti. Ho appreso dalla mamma il modo di riconoscere e apprezzare chi mi stesse intorno: dal tono della voce, dal modo in cui prendeva in mano gli oggetti, dall’atteggiamento del corpo. Addirittura dal silenzio. “Il silenzio – diceva – è tanto più sonoro quando più soffia e non c’è nessuna voce che lo sappia interpretare”. Alle affettuose carezze di mio padre invece, mi sottraevo ogni volta, con un a scusa diversa. In verità mi sarebbe piaciuto cedervi ma mi vergognavo. Quasi che gli occhi dei miei compagni mi stessero osservando. Decisero di trasferire la famiglia, almeno nel periodo estivo in campagna. Da questi parti i luoghi sono diversi da quelli degli spazi aperti. E anche le case non sembrano case, piuttosto dimostrazione di una idea da apporre magari all’orizzonte pesantissimo, pieno di camion, gonfi di smog.
Sono stato attratto da questi luoghi incantati per qualcosa che ancora non so spiegare, come una sorta di sospensione uno smemorarsi di tutto quello che viene alla gola. Questa incompletezza avvertita, non è semplice nostalgia. E’ piuttosto qualcosa che assomiglia ad una fioritura dietro il pretesto del ricordo. Da questi luoghi dove le linee dei filari delle vigne e del verde degli olivi, che si alternano con la resistenza delle braccia, con lo strazio profondo delle bellezze incompiute e con la malinconia insistente ma composta, mi è sempre giunto una lezione di fiducia, di comprensione del dolore e delle fatiche non lesinate per vivere. Ma forse perché è anche un paesaggio come se ne trovano tanti che incanta. Senza grandi storie, senza essere indicato e ricercato nelle guide Michelin, senza nemmeno forse l’avventura del quotidiano che incarna avvicendamenti interlocutori o definitive sconfitte. Non ha nessuna notizia da offrire se non di nascita, morte, battesimi e matrimoni. Tutto è sistemato, in perfetto ordine. Dallo svolgersi dell’ordinario e dal sicuro ciclico ripetersi delle stagioni, tra due momenti antitetici della vita e della morte, che convivono non ripudiati.

La partenza è fissata all’alba. Mi ha sempre incuriosito l’alba, forse per via delle apparenze che a quell’ora scivolano furtive e ristagnano nel guado della mezza luce. Mi infilo sul carro, preparato la sera prima da mio padre e solo allora mi accorgo di una ferita al piede. Forse perché la calza si è arrotolata nello scarpone e si è formata una piaga. Inizio il viaggio con qualche apprensione.
Da questa parte del paese tutto mi appare più difficile. Ci fermiamo alla fine, subito dopo la salita che conduce al cimitero. Il nonno ci spettava già prima dell’alba, dinanzi all’ingresso della sua abitazione, che sembrava ancora addormentata. Era un solo ambiente. Comprendeva un piccolo tavolo, quattro sedie impagliate, una madia ricavata da un baule e una credenza con ancora due cartoline infilate nella vetrina, che il nonno spedi da fronte della Grande Guerra alla nonna. Il nonno mi si mise accanto. E’ ancora troppo presto. Il sole si alza cosi lentamente da queste parti che bisogna aspettare mezzogiorno perché le ombre si ritirino del tutto. Iniziò a raccontare.

Della “Merica” come la chiamava lui. Ogni volta cominciava da capo con nuove storie. Sempre nuove. In realtà con la lettura aveva un rapporto del tutto particolare. Sapeva a memoria interi capitoli della Cantica dantesca. Ne era entusiasta, per quanto spesso dovesse ammettere che non era entrato oltre il vestibolo del tempio.
Ma questo gli conferiva un senso di orgoglio che gli permetteva di valutare con ogni cura e attenzione il senso e il doppio senso di ogni singola frase e della vita. Spesso mentre parlava si arrotolava una sigaretta. Lo faceva velocemente e non appena il tabacco riempiva il solco della sigaretta ne inumidiva la carta con la punta della lingua. Dita sottili, unghie ovali sembrava esserci in esse una sobria cura e una certa distinzione. Solo per poco avevo retto al teso sforzo di ascoltarlo, alla responsabilità di gettare un occhio in mezzo alle sue cose. Sentivo ogni volta che c’erano degli avvenimenti più grandi di lui e i suoi pensieri fuggivano da qualcosa che lo affliggeva. Il mondo gli appariva come una cosa vuota e oscura e ogni volta cercava con un nuovo racconto di varcarne a tentoni la soglia. Mi deprimeva il pensiero che il resto della sua vita fosse speso nella ricerca della sorgente della sua inquietudine e che i suoi sforzi fossero condannati a vanificarsi. Ma col passare del tempo il suo umore subì un curioso mutamento. Non che la malinconia avesse perso del suo peso, al contrario, la tristezza cresceva ma egli non ne era più oppresso.
Si sentiva più che mai abbandonato e sconfitto. Ma in quella mestizia vi era un sottile piacere, l’orgoglio di stare facendo qualcosa di diverso. E questo lo placava. Questo contatto con il nonno, come del resto aveva previsto la nonna, mi influenzò non poco. Ogni volta che osservavo il tramonto, che udivo il frusciare delle foglie, i colori sembravano liquefarsi e arrestarsi per qualche secondo. Quasi trattenessero il respiro. Solo in quell’istante coglievo l’attimo del mistero. In quel punto, dove infuriano tra gli eventi e i sentimenti, cose più grandi di me. Ho imparato che nel mese di maggio tutto il creato ha una voglia incontenibile di manifestarsi. Tutto il creato sembra diretto da una mano invisibile che commuove e sfugge.
Tuttavia la morte della nonna cambiò l’andatura della vita, lasciandomi un’aria più pesante da inghiottire.

E’ la quota di ingiustizia che i bambini imparano presto a conoscere e se ne portano dietro a dismisura. Aveva pazienza. Voleva che seguissi sempre i suoi pensieri. Qualche volta le avevo chiesto di ripetere una frase o una storia male interpretata. Ma ora tutto mi riconduce a quel giorno interminabile da dove ho iniziato a non chiedere più niente. Sento che ogni volta torna più grande. Temo la replica che avanza. Mi rivedo com’ero. A bocca aperta quasi che volessi trattenerle il fiato. L’ultimo fiato che la nonna aveva lasciato prima di morire. Il sacerdote continuava a ripetere il padrenostro in latino mentre il mio silenzio era tutto il benvenuto che le servivo. Quella formula sacra temevo che contenesse qualcosa di terribilmente inquietante e che preparasse al giudizio i piccoli pezzi di bravura e le piccole infedeltà quotidiane della nonna. Nel silenzio pensai alla nonna.
Mi asciugai gli occhi. Chiudendoli. Quante volte le tenevo compagnia dopo i pasti, quando rigovernava in cucina. Molte volte mi scansavo quando lei allungava le mani bagnate per toccare la testa riccioluta. Era una donna dai modi contenuti e dai sentimenti ingenui che le facevano sempre arrossire nei momenti di commozione. Spingeva le giornate con benedizioni. Erano gesti di augurio e di ringraziamento. Le piacevano quelle frasi che esortavano il bene a venire fuori. Ad esporsi ed a esserci. Docilmente. Anch’io imparai ad imitarla. Infatti il mondo non mi sorprende più. Anche quando ti pretende per intero.
Quella primavera procedette veloce. Compresi subito che il fruscio della luce primaverile è un taglio fresco che sega un albero a fondo, un sonno alla radice. Se l’assaggi brucia se la respiri scalda. Mi rallegrava l’idea delle vacanze, senza il cappio della scuola. Molte volte il papà mi rimproverava perché modificavo la geografia dell’orto, camminando, rincorrendo il ronzio degli insetti e le cicale.

Sento che la mia vita si è fermata in quei luoghi e che i giorni che si sono succeduti appartengono ad anni che non hanno più vita. Il nonno non urlava più. Forse stava ricordando un gesto, una parola, una assenza o una presenza della nonna. L’aveva vista invecchiare con il sorriso non più bello di una volta. Eppure continuava a sentirla vicina e famigliare. Chi sa se ora era contenta della sua vita solitaria. Da anni la mamma e papà cercavano di convincerlo perché venisse a casa. Ormai non aveva più bisogno di lavorare e poteva benissimo vivere senza lavoro. Ma lui non ha voluto mai saperne. Mise sottochiave il diario perché non cadesse nelle mani dei figli. Forse per dimenticarlo del tutto o per rileggerlo nelle sere più tristi. Una vita parallela fu la loro avventura. Si preoccupavano insieme della vigna assediata dalla pronospera, come di ogni piccolo bisogno della casa.
Le speranze, le promesse, le fughe dall’inverno segnavano in modo uniforme le loro stagioni. Passarono l’ultimo periodo sempre in casa, seguendo il sole da una finestra all’altra. Alzandosi per bere, per ravvivare il fuoco, sperando nell’intervento di qualche avvenimento minimo che potesse cambiare l’ordine dei pensieri. Si svegliavano sempre più presto al mattino perché non riuscivano a dormire ma ugualmente si coricavano presto la sera, quasi per ripassare con calma le cose che erano state saltate e ignorate. Aveva riposto nel comò le foto che testimoniavano gli avvenimenti della loro vita. Il giorno delle nozze, in posa, il giorno del compleanno, in una foto più sbiadita tutti insieme il giorno della prima comunione, nel sagrato della chiesa di san Biagio. Il nonno già senza capelli e con i baffi lunghi.
Le stesse regole di parsimonia vigevano in cucina. Sempre poche cose senza sugo, con verdure cotte, piselli e lattuga in quantità. Una carne pallida era di corredo, solo a Natale.

A fine estate quando si tagliava l’ultimo fieno, il più profumato e desiderato dagli animali, si rientrava alla sera. Da sopra il carro sembrava di essere più alti della torre del castello, per come si era ubriachi di sole e di aria. I due muli erano condotti a briglia e quando il carro passava sotto un arco ombroso di robinie, ci sembrava un gesto atletico alzarci sul fieno, strappare le foglie dai rami che poi giunti a casa, lanciavamo dall’alto nel cortile per vederle roteare nell’aria. Ora mi manca il senso della proporzione. Anche il cielo mi sembra invecchiato.
Eppure ce n’è già pronto un altro. Lo scorgo dall’aurora. Ho resistito in questi anni ma il male mi mangia lo stesso. Tutti si trascinano a forza verso qualcosa impossibile da ottenere.

Delle volte taci sulla vita, non perché qualcuno te lo ha detto ma perché il ricordo dell’infanzia ti suscita il sorriso che ti ricorda, che ancora non hai perso.

Tag: pane

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