Giuliano Belloni

L'autore della Rubrica "Pane e Pomodori"

17/02/2014

Giuliano Belloni
Belloni Giuliano, laureato in filosofia. Giornalista.
I suoi articoli sono  presenti in antologie e riviste di letteratura: Feria, Arenaria. Nella rivista "Tratti" Belloni è presente con un poemetto: ”Nel peccato con la grazia”.
“L’olio nell’insalata “ (Ibiskos), suo primo libro, è recensito in Atelier, trimestrale di poesia. Il suo secondo libro “ Pane e pomodoro “ (Ibiskos) , ha un giudizio critico del dantista Vittorio Cozzoli.
Nel 2012 appare nelle Edizioni Cofine a firma di Cosma Siani.
 
Letteratura in tavola
Alzi la mano chi non ha un rapporto disordinato col cibo. Non nego che anch’io, pur facendo da anni attività fisica, il cibo lo vivo come uno stress. A volte lo vedo come un amico. In altre lo vedo come una sfida: più che altro sulla bilancia.

Ma questo è per me, figlio di contadini poveri, un paradosso. Il cibo dai miei nonni e da mio padre, ritornato magrissimo dai lager tedeschi, era considerato sempre come una festa. La mollica di pane caduta, per caso in terra, doveva essere prima ripulita, poi baciata, benedetta e mangiata. Anche se la mensa era colma solo di pane, pomodoro e poco olio, alla sera era un rito domenicale. Si mangiava insieme e insieme ci si alzava. Si perché la civiltà contadina ( ricordiamocelo. E’ la prima volta che una civiltà sparisce senza spargimento di sangue), aveva le sue ritualità nella scadenza delle stagioni.

E allora mi chiedo. Non può essere che una civiltà durata migliaia di anni non abbia lasciato o lasci ancora delle tracce.
Ho ancora in mente la domenica mattina il rito di mia nonna. Quando friggeva cipolla, olio, un pizzico di erbetta per indorare la pasta, con un pugno di conserva. Gli odori sono le prime sillabe del linguaggio naturale. I profumi, le prime vocali dell’ammirazione.

Il cibo lo utilizzava non solo nella sua funzione primaria, di placare la fame del nonno ma come un modo di essere e di vivere, essenziali.

Ora nel tempo dell’informatica e della comunicazione, possiamo ben dire che anche la cucina, può assumere questa funzione vicaria e artistica. E in quanto arte comunica anch’essa, emozioni.
La cucina prima, era solo relegata nei monasteri culinari, dove gli chef non erano altro che monaci e abati gelosi. E la loro scienza non usciva dalle sacrestie puzzolenti e fumose. Ma ora chi non impallidisce dinanzi ad un piatto di Marchesi o di Simone Rugiati? Lo chef con la sua manualità dà vita alla materia inerte, infondendogli un’anima. Ci sono piatti che vanno mangiati. Altri invece potrebbero fare la loro bella figura, in una galleria d’arte. Il pittore con la sua manualità, comunica la sua emozione. Lo chef, con i suoi colori smuove il cuore. Immaginiamo, per un istante, un pittore e uno chef dinanzi ad un tramonto. E immaginiamoli subito dopo all’opera. Ognuno nel proprio ambito: cucina e laboratorio. Avremo di sicuro una mousse di emozioni.

Non è fuorviante, quindi, riconoscere la cucina come espressione artistica. Che forse ci salveranno gli chef? E qui di seguito, leggendo Pane e Pomodoro, anche se ne avremo una visione parziale dell’argomento, ci aiuta però a comprenderne il significato e la portata di queste dichiarazioni.
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