I rischi e le trappole del cibo low cost

Presentato a Bruxelles il Dossier curato dalla Coldiretti

30/05/2013

I rischi e le trappole del cibo low cost

Bruxelles 30 maghgio 2013. E' stato presentato a Bruxelles il Dossier curato dalla Coldiretti sui rischi legati al consumo di questi alimenti a bassissimo prezzo e dal "contenuto" poco chiaro.

Si fa battaglia per la difesa del patrimonio agricolo locale, si cerca di fare educazione alimentare, di tutelare il più possibile la qualità, ma sembra che la lotta, parlando poi soprattutto per il nostro Paese, rimanga confinata a determinate occasioni o sentita come missione di vita sola da una determinata fascia di consumatori e di produttori.

Nella realtà di tutti i giorni, in questi tempi, l'unico dato di fatto è questo: si rinuncia alla qualità. Sei famiglie su dieci ripiegano sui cibo low cost, il 62,3 per cento.

Il consumo di questi prodotti nell'ultimo anno è cresciuto e di pari passo sono aumentati gli allarmi alimentari sugli eventuali impatti sulla salute, dell'80%. Cina, India e Turchia sono i Paesi in cima alla segnalazione da cui provengono ingredienti e alimenti low cost.

Come riportato nel dossier: "Si sono registrati allarmi sull’importazione di nocciole e pistacchi dalla Turchia, contaminati per la presenza di muffe e aflatossine e spesso utilizzati per snack low cost. Ma nel 2012 sono anche aumentate del 38 per cento le importazioni in Italia di miele naturale dalla Cina per un totale di 1,7 milioni di chili, a fronte di una produzione nazionale stimata in 8 milioni di chili. Poi un nuovo allarme: riguarda il rischio della contaminazione da organismi geneticamente modificati (Ogm) che non sono autorizzati nel Vecchio Continente. Un problema che riguarda pure il riso importato dalla Cina, ma anche dagli Usa che ha aumentato l’export verso l’Italia del 12 per cento nel 2012".

L'allerta vige anche per quegli alimenti con residui di pesticidi, secondo il rapporto elaborato dall'Agenzia europea per la sicurezza alimentare. Il dossier della Coldiretti elenca: il pepe indiano (irregolare il 59 per cento dei casi); il pomodoro cinese (irregolare il 41 per cento); le arance egiziane (irregolare il 26 per cento); l’aglio argentino (irregolare il 25 per cento) e per le pere slovene (irregolare il 25 per cento).

E chi pensa di mantenersi in forma e in salute bevendo succo di arancia, il Dossier informa di stare attenti alla provenienza, perché quello che circola in mezza Europa proviene dal Brasile sotto forma di concentrato al quale viene aggiunta acqua una volta arrivato nello stabilimento di produzione, a differenza di quanto avviene per la spremuta. Nel 2012 gli Stati Uniti, per esempio, hanno bloccato le importazioni di succo di arancia concentrato proveniente dal Brasile, a causa di residui sugli agrumi di un antiparassitario, il carbendazim, vietato negli Stati Uniti, ma anche in Europa.

Ma la buona notizia riguarda i prodotti Made in Italy. Solo lo 0,3 per cento dei campioni analizzati dall'Efsa sono risultati contaminati da residui chimici oltre i limiti di legge. Nel libro nero sono finiti i cibi, appunto, provenienti dai Paesi Extracomunitari, in cui tali residui superavano il limite nel 7,9 per cento dei casi. Come sottolinea la Coldiretti: "oltre cinque volte superiore a quella dei prodotti dell’Unione Europea, dove gli “irregolari” sono l’1,5 per cento, e ben 26 volte superiore a quelli italiani". La produzione alimentare nazionale risulta quindi quella più sicura.

Però se l'Italia è il Paese dove si mangia meglio e la qualità del cibo è alta, è anche il Paese dove per il 25 per cento si importa dall'estero, soprattutto prodotti fuori stagione. Sono infatti 227 milioni i chili di frutta e verdura giunti nel 2012 dall’Africa. E poi una lunga lista: i fagiolini del Marocco (irregolari nel 15 per cento dei casi) alle fragole etiopi (irregolari nel 16 per cento dei casi), i piselli del Kenya (irregolari nel 38 per cento dei casi) o i peperoni dell’Uganda (irregolari addirittura nel 48 per cento dei casi).

L'Italia importa anche olio d'oliva: un dato che fa pensare, anzi che attesta un cortocircuito se si pensa alla produzione nazionale, al numero di Dop che vanta il nostro Paese. In quattro bottiglie di olio extravergine su cinque in vendita in Italia è praticamente illeggibile la provenienza delle olive impiegate, nonostante sia obbligatorio indicarla per legge in etichetta dal primo luglio 2009, in base al Regolamento comunitario N.182 del 6 marzo 2009. Si importa olio dalla Tunisia che viene spacciato per italiano. La Coldiretti denuncia che "sulle confezioni è praticamente impossibile, nella stragrande maggioranza dei casi, leggere le scritte “miscele di oli di oliva comunitari”, “miscele di oli di oliva non comunitari” o “miscele di oli di oliva comunitari e non comunitari” obbligatorie per legge nelle etichette dell’olio di oliva. Le bottiglie con extravergine ottenuto da olive straniere sono vendute con marchi italiani e riportano con grande evidenza immagini, frasi o nomi fortemente ingannevoli che richiamano all’italianità. In alcuni biscotti e merendine low cost ingredienti di qualità come l’olio extravergine di oliva e il burro, sono spesso sostituiti da grassi di bassa qualità e di basso prezzo come l’olio di palma e l’olio di cocco, utilizzati in forma idrogenata".

E non è esente nemmeno l'alimento base della dieta quotidiana, il pane. Perché in tantissimi forni italiani, recita il Dossier, "arrivano milioni di chilogrammi di impasti semicotti, surgelati, con una durata di 24 mesi, grazie ad additivi e conservanti, provenienti dall’est europeo, destinati ad essere poi cotti e diventare pane nelle strutture commerciali a basso costo. Peraltro oltre la metà del grano duro utilizzato nella produzione di pasta in Italia è importato da Paesi dove si registrano spesso problemi di aflatossine che hanno anche portato a sequestri di importanti partite di prodotto".

In questo scenario dalle tinte tutt'altro che confortanti, l'allarme riguarda anche il vino. E qui entrano in gioco le poverine vendute nei wine-kit. In Europa è possibile acquistarle per ottenere i grandi vini come Chianti, Primitivo, Barolo, Montepulciano e tanti altri. Ma dal Dossier si evince una nota "inquietante". In Svezia c'è un'azienda che produce 140mila wine kit all'anno, da cui si ottengono 4,2 milioni di bottiglie, e nel suo business agisce del tutto indisturbata. "I wine kit della società Vinland - denuncia ancora la Coldiretti vengono venduti con i marchi Cantina e Doc’s che fanno esplicito riferimento alla produzione italiana, ma anche ad un marchio di qualità tutelato dall’Unione Europea, e promettono in soli 5 giorni di ottenere in casa imitazioni dei vini italiani più noti per i quali vengono addirittura fornite le etichette da apporre sulle bottiglie".


Dal Dossier ecco le trappole del cibo low cost

Mozzarella

Una mozzarella su quattro non è realizzata con il latte ma partendo da cagliate straniere spesso provenienti dall’Est europeo.

Limoni

Proviene dall’Argentina quasi la metà dell’import sul quale sono stati riscontrati problemi di trattamenti chimici.

Similgrana

Raddoppiate le importazioni in Italia di imitazioni del Parmigiano reggiano e il Grana Padano Dop che non rispettano pero’ i rigidi disciplinari.

Wine kit

Promettono prestigiosi vini italiani ottenuti da polveri miracolose. 140.000 confezioni vengono addirittura realizzate in una fabbrica svedese.

Pomodori

Nel 2012 sono stati importati in Italia 85 milioni di chili di pomodori “irregolari” per presenza di residui chimici, conservati in fusti che vengono rilavorati e diventano concentrato o sughi miracolosamente italiani.

Aglio

Nel 25% dei casi quello argentino che giunge in Italia è irregolare per la presenza di residui chimici.

Extravergine d’oliva

In quattro bottiglie di olio extravergine su cinque in vendita in Italia è praticamente illeggibile la provenienza delle olive impiegate.

Nocciole

Vi sono allarmi per l’importazione in Italia di nocciole e pistacchi dalla Turchia contaminati per la presenza di muffe e aflatossine.

Miele

Nel 2012 sono aumentate del 38 per cento le importazioni di miele naturale dalla Cina. L’Ue ha lanciato un allarme sul rischio di contaminazione da organismi geneticamente modificati.

Prosciutto cotto

Il 90% dei cosci venduti in Italia provengono da animali provenienti da Olanda, Danimarca, Francia, Germania e Spagna senza che questo venga indicato in etichetta.

Riso

In Italia nel 2012 sono aumentate del 12 per cento le importazioni di riso dagli Stati Uniti: rischio Ogm.

Pane

In Italia arriva un flusso di milioni di chilogrammi di impasti semicotti, surgelati, con una durata di 24 mesi, grazie ad additivi e conservanti, provenienti dall’Est europeo.

Pasta

Oltre la metà del grano duro utilizzato nella produzione di pasta è di importazione, con problemi di aflatossine.

Succo d’arancia

Nel corso del 2012 sono stati importati in Italia quasi un milione di chili di succo d’arancia dal Brasile. Problemi per la presenza dell’ antiparassitario carbendazim.


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