Il Gioânn, i suoi vizi e l'Oltrepò

In ricordo di Brera a 22 anni dalla sua morte, un articolo di Claudio Rinaldi

19/12/2014

Il Gioânn, i suoi vizi e l'Oltrepò
di Claudio Rinaldi

Meglio un'ora in più con gli amici che un'ora in meno. È una delle tante lezioni del Gioânn Brera, tramandata da Gianni Mura nel memorabile coccodrillo in morte dell'«amico, maestro, pezzo di cuore che se ne va».

Amava circondarsi di amici, il Gioânn: appena staccava i polpastrelli dai tasti della sua Olivetti. Le serate a tavola potevano durare nottate intere. Al solito tavolo del giovedì al “Riccione” o in trasferta, non cambiava il copione. Era sempre lui a tenere il pallino, a parlare: affascinando regolarmente i commensali, sia che si discutesse di Rocco e Rivera sia che spaziasse dalla storia alla letteratura, dalla monda delle rane alla ricetta della zuppa alla pavese.
Sembra di averle vissute, queste serate, a noi avidi lettori, Arcimatto dopo Arcimatto. E Angolo del vizio dopo Angolo del vizio: rubrica certo non nota quanto quella celeberrima del “Guerin Sportivo”, ma non di minore livello. Un approdo sicuro per il Brera appassionato cultore del mangiarebere, ogni mese su “Leadership medica”. Rivista distribuita solo ai medici, non in vendita in edicola: e questo probabilmente spingeva il Gioânn a indossare il robone rosso del curato – come diceva lui – e a invocare l'ispirazione. Usava un registro alto, altissimo: ed erano pagine spesso straordinarie. Rubrica a cui Brera era molto affezionato, che tenne per anni, fino all'ultimo. Recensioni – fatte a modo suo, ovvio – di ristoranti, o di serate a casa di amici.

Protagonisti, il cibo e il vino. E tutte le chiacchiere che li accompagnavano.
Protagonisti, molto spesso, la sua Bassa pavese e l'Oltrepò. Ogni scusa era buona, per tornare a casa, tra gli amici. A Paolo Guzzanti, che nel '90 lo intervistò per la “Stampa” e si fece spiegare il suo Natale, raccontò così la serata alla Pro loco di Spessa Po, un posto che aveva nel cuore: «Abbiamo fatto l'alba. È un luogo straordinario, sul fiume. Fuori c'è una balera, e un acquario con tutti i pesci del Po. Grande cucina, grande bevuta. Gente amica, gente timida. Io ho portato un panettone vero, di quelli da cinque chili, fatto in pasticceria. Io lo faccio così, il Natale: di notte, nella nebbia, con i miei amici contadini. Gente antichissima. Contadini nobili. Come i baroni del sud. Qui baroni non ce ne sono e così la parte dei nobili l'hanno fatta i contadini. Gente che ama la caccia, lo spiedo, i cani, la nebbia. Gente che sa schissà l'uga, per intendersi: cioè spremere l'uva e fare il vino. Dico grandi contadini, mica roba da ridere».

Una volta, racconta Giancarlo Marzi, presidente della Pro loco, in onore del Gioânn fu cotta una vacca intera sul fuoco, usando un cancello a mo' di griglia.
I viaggi in Oltrepò non erano un nostalgico ritorno a casa: ma un modo per stare tra amici. Con congruo anticipo veniva avvertito il cugino Angelo Roveda di Arena Po, che aveva l'incarico di organizzare e coinvolgere gli amici più intimi. 'Ngiolìn, lo chiamava affettuosamente Brera. Ma il soprannome mutava in Marchese de' Ciurlinis quando si parlava di vini. «La radice – precisava – è in ciurlina, nobile abbreviazione di pisciarella». Ciurlina, aveva ribattezzato il vino di Roveda, che amava – e ama – gli spumeggianti rossi oltrepadani di modesto corpo e pochi gradi. A differenza del Gioânn, che prediligeva i rossi piemontesi, di ben maggiore nerbo.

«Angelo Roveda – ha scritto Brera – è per me adorabile semplicemente perché ha saputo nobilitare i nostri umili vizi plebei elevandoli secondo possibilità economiche per lui sempre notevoli. I nuovi ricchi si affrettano a cercare scampo nei Caraibi e, fino a ieri, a Biarritz, tanto per citare un nome “sciscì”. Il cugino Angelo non si è mai sognato di abbandonare la Padania, e in particolare le avventurate rive di Po».
Il posto preferito in Oltrepò era il “Pino” di Montescano, il ristorante di Mario Musoni: infinite volte citato dal Gioânn come «il miglior cuoco di Lombardia». Il che, detto da lui, valeva come un Oscar: altro che le stelle Michelin.
Sanzenonese come Brera, figlio di Kammamuri – inseparabile compagno di giochi di ispirazione salgariana negli anni dell'adolescenza – e quindi subito ribattezzato Kammamuri II, Musoni è il re indiscusso del risotto. Quando lo vedrete arrivare verso il vostro tavolo con una pentola rivestita d'oro («Non c'è materiale migliore per cuocere il riso»), preparatevi per un'esperienza unica. Lo sapeva bene il Gioânn, che al “Pino” ha portato tante volte Lady Real Moratti, o l'intero Club del giovedì in trasferta.
Musoni ancora si commuove, a ricordare quelle serate. «Con Lady Moratti veniva a pranzo – racconta –. Ogni volta la stessa scenetta. Arrivava prima lei, su una Mercedes lunga non so quanti metri. Si sedeva al solito tavolo, mentre Dante, il suo autista, prendeva posto a un altro tavolo. Quando entrava Gianni, lanciava subito un'occhiata, ancora prima di salutare, e ordinava, puntando il dito verso il tavolo dov'era seduta l'amica: “Dante, si segga qui. Lei sta con noi”. Capito, il Gioânn? Non sopportava che l'autista fosse emarginato».

Con quelli del Giovedì erano nottate infinite. «Il piatto preferito del Gioânn era il risotto ai cunfanon, erbe spontanee che crescono in primavera nei prati sabbiosi», spiega Musoni. Che ricorda ancora di quando si nascondeva per la vergogna, per le balle che raccontavano suo padre e Brera. «Come catturavano, da ragazzi, le anatre selvatiche, per esempio. Raccontavano il trucco del filo con il pezzo di lardo: legavano una noce di lardo a una corda, l'anatra lo mangiava e, non digerendolo, lo espelleva subito per via anale, restando così infilzata nella corda. E così il pezzo di lardo lo mangiava un'altra anatra, e poi un'altra ancora. Figuriamoci. “Ne prendevamo anche cinque o sei di fila”, giurava uno. “Anche di più”, esagerava l'altro. Io mi vergognavo davvero. E più le balle erano grosse, più gli altri ci credevano. Tutta gente di Milano, che non aveva mai visto un'anatra viva. Gianni aveva sempre il taccuino sul tavolo: e quelle serate finivano puntualmente nei suoi Arcimatti».

Sempre in Oltrepò – a Broni – sta Lino Maga, il padre del Barbacarlo. Un altro amico vero, che si commuove ancora oggi a parlare di Brera. E a raccontare delle telefonate alle dieci di sera, con ordini perentori: «Carica un cartone di vino e raggiungici al “Riccione”. Subito».
«”Quando un vino pulisce la lingua a un fumatore, è centrato”, diceva Brera. E lui ne capiva, di vini: altro che questi esperti che vanno a caccia dei sentori più strani: e mai una volta che dicano che un vino sa di uva», si indigna Maga. Uno che a sentire parlare di barrique diventa matto. «Io ho imparato da mio nonno a fare il vino. La prima lezione è stata questa: quando si cambiava la botte, per due anni si usava per uva da scarto, “perché sennò il vino sa di legno”. Adesso sono i falegnami a fare il vino, pensi un po’».

Un vino unico, il Barbacarlo, per il quale Brera stravedeva: «Basta mescerlo per vederlo montare in superbia: e quel mussare di spume fini e veloci sembra una risata cordiale; poi è buono altro che storie!, e sarà l’infanzia, sarà la disposizione atavica, io di vini migliori ne ho pure bevuti e ne bevo, ma non ne trovo mai che mi piacciano sempre in egual misura, che siano altrettanto leali a qualsiasi livello».
In fatto di vini, Brera era molto esigente. «Se si imbatteva in un cameriere che maltrattava la bottiglia – ricorda Maga – lo guardava dritto negli occhi e gli diceva di andarsene e di non farsi più vedere al suo tavolo». E nessuno riusciva a fargli bere vini che non gli piacevano, garantisce Musoni. «Tante volte è venuto al Pino invitato da produttori che presentavano un nuovo vino. Non poteva fare la figura di respingere la bottiglia, in cene “ufficiali”. Ma, certo, non lo beveva: gli bastava annusare il bicchiere. Mi chiamava con un cenno e io capivo: andavo in cucina, svuotavo la bottiglia, la riempivo del Barbaresco che piaceva a lui e gliela riportavo».

Amico e complice, nei momenti del bisogno. Come quella volta che il Gioânn fu convinto da un amico medico a farsi ricoverare in una clinica a Montescano, a due passi dal Pino, per una serie di esami. La prima sera, subito una telefonata a Musoni: «”Mica la mangio, io, 'sta roba che servono per cena”, si è lamentato. Mezz'ora dopo, entravo di nascosto nella sua camera, con un piatto di cotechino e purè e una bottiglia di Barbaresco».
 



Claudio Rinaldi (Foto di Luca Pezzani)
CLAUDIO RINALDI
Claudio Rinaldi, 46 anni, caporedattore della “Gazzetta di Parma”, ha deciso di fare il giornalista dopo aver scoperto, da ragazzino, Gianni Brera. Del grande scrittore e giornalista ha scritto, con Paolo Brera, la biografia Gioannfucarlo. La vita e gli scritti inediti di Gianni Brera (Selecta, 2001, poi Boroli, 2004) e la voce “Gianni Brera” per il Dizionario Biografico degli Italiani Treccani (2014). È anche autore di Dirige Michelotti da Parma. Vita e passioni di un grande arbitro (Mup editore, 2010), Supersalute. 7 mosse per dimagrire, restare sani, contrastare l’invecchiamento (Sperling & Kupfer, 2013), insieme al cardiologo Massimo Gualerzi, e Mi chiamavano Professor Fatica. Vita, segreti e tabelle del più grande allenatore di maratoneti (Ediciclo, 2014), con Luciano Gigliotti.

 
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La palla è subdola. Non ha spigoli, non ha facce, e rotola sempre”
GIANNI BRERA

Ventidue anni fa, 19 dicembre 1992, moriva Gianni Brera: grande polemista, maestro del giornalismo sportivo italiano del XX secolo e innamorato "VERO" di cibo e vino.
Riprendiamo (da INformaCIBO del lontano 2003) la cronaca del “Premio Gastronomico Gianni Brera” e una intervista di un suo “discepolo” Claudio Rinaldi (Caporedattore de La Gazzetta di Parma) al figlio Paolo Brera.
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