Il racconto - Gli odori della domenica

La nonna, che brava la nonna, cuoceva a fuoco lento nel camino il sugo che arrivava dritto al naso

14/03/2014

Il racconto - Gli odori della domenica

di Giuliano Belloni

Chi non ricorda gli odori della domenica, quando si assaporava l’ultimo tepore sotto le coperte?

Salivano e frugavano tutta la casa e poi uscivano di fuori perché la porta rimaneva sempre socchiusa e con la chiave nella toppa. Come una alternanza, altri odori e profumi entravano facendoci sapere cosa cucinasse la signora Rosa, dal primo piano.
Già a letto si cominciava il viaggio nei piatti. Aglio, olio, pomodoro, cipolla, nei loro profumi struggenti si spargevano per tutta via Gorizia, pizzicando il naso ancora assonnato. Questo immenso odore aveva l’arroganza dell’incenso dell’ultima messa di Natale.

Si insinuava fuggiasco e indenne fino alle stalle. Informava il cortile e ripassava per le scale, risalendo fino sopra i balconi dove i panni stesi stavano giorni e giorni accasciati e appesi ad un filo. Per non parlare del profumo intenso del baccalà e delle alici che rimanevano per giorni in ammollo nell’acqua, per scorticare la buccia del sale. Era un pasto accompagnato con molte patate. In quei anni che di carne se ne mangiava solo a Pasqua, Natale o in qualche ricorrenza speciale, erano ricostituenti a buon mercato.
La domenica, a pranzo andavo con i miei fratelli dalla nonna Giulia. La nonna, che brava la nonna, cuoceva a fuoco lento nel camino il sugo che arrivava dritto dritto al naso. Era condito con le fettuccine, che sapientemente erano state fatte riposare prima , sul letto.
Mi sedevo composto. Ognuno aveva il suo posto a tavola. E quel piatto di fettuccine lo accompagnavo con gli occhi, fino a che non arrivasse nella mia postazione. Era la mia porzione di felicità.
Erano bocconi che imponevano solo silenzio. La forchetta funzionava come una ramazza. E la lingua poi terminava il lavoro nel piatto, rimettendolo a nuovo. Senza bisogno di essere lavato.

Ora il tavolo della domenica, è vuoto.
Non vedevo l’ora che arrivasse l’estate. Mia nonna ripeteva sempre:
“ D’estate i bambini crescono di più, con le vitamine del sole.”
D’estate è come se la natura si alleggeriva di un peso dallo stomaco. A volte coricato poggiavo l’orecchio per terra. Dal fondo chissà quanto più giù, veniva un fruscio. C’era di sicuro una vita rinchiusa là sotto, un prigioniero, un orco che faticava a salire. Fino a che non metteva la testa fuori, e come un venditore ambulante, esponeva le sue meraviglie dai prati, fino su su , sulla vetta del monte Gennaro.
Mi chiedevo. Ma dove andassero a finire tutte quelle ore in esubero dell’estate. Sempre cosi grondanti di luci e di colori. Forse a ridistribuire la mancanza di luminosità delle giornate autunnali? O forse con un leggero tocco, a completare quel poco, al giorno d’inverno. E se invece il sole le riprendeva al tramonto, per ridistribuirle caso per caso, alle giornate non divenute ancora maggiorenni?
Non l’ho mai scoperto.
Per non parlare poi di quei colori all’alba ancora senza centro, preoccupati di non legare e di non legarsi in una maternità quieta e oscura.. Chi li avrebbe aiutati ad osare per riempire gli alberi della primavera?

Ogni famiglia aveva il suo carro. E il mulo era una cosa di cui non si poteva fare a meno. Come la pioggia, la neve e il vento.
Sul carro c’era posto per i vestiti di tutti i giorni, come per un sacco di patate. C’era posto per l’agnello appena nato come per la culla e il cane.

Dietro il carro pendevano i ganci per assicurarvi i cesti o qualche altra cosa ingombrante. Avanti e indietro. Pigramente con un rumore di ruote di legno che riempiva la valle, anche nei giorni invernali. Quando il vento iniziava ad infilarsi nelle vigne anoressiche, rastrellando le ultime foglie secche, mettendosi poi in strada anche lui. Soffiava e spingeva. Attraversava campi, poderi e colline. Come mio nonno in cerca di erba sempre più saporite, per il mulo e la pecora. E come tutti noi. In cerca sempre di prati mentali sempre più succulenti.

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