La rinascita del vino italiano nel mondo dopo 30 anni dallo scandalo del metanolo

Presentato a Roma il dossier di Coldiretti e Fondazione Symbola

02/03/2016

La rinascita del vino italiano nel mondo dopo 30 anni dallo scandalo del metanolo
Roma 2 marzo 2016. Dallo scandalo del metanolo (accadde il 17 marzo 1986) ad oggi i consumi di vino degli italiani si sono praticamente dimezzati passando dai 68 litri per persona all’anno del 1986 agli attuali 37 litri che rappresentano il minimo storico dall’Unità d’Italia nel 1861.
E’ quanto affermano la Coldiretti e la Fondazione Symbola sulla base del Dossier “Accadde domani. A 30 anni dal metanolo il vino e il made in Italy verso la qualità” presentato a Roma questa mattina alla presenza del ministro alle Politiche agricole Maurizio Martina, Ermete Realacci (Presidente Fondazione Symbola) e Roberto Mocalvo (Presidente Colidiretti).
Ha presentato la ricerca il direttore della Fondazione Symbola Domenico Sturabotti. Ha coordinato i lavori Stefano Masini di Coldiretti.

Il Vino e l'Export
In termini di fatturato il primo mercato del vino made in Italy, con il valore record delle esportazioni di 1,3 miliardi di euro, sono diventati gli Stati Uniti, che hanno sorpassato la Germania, attestata sotto il miliardo, davanti al Regno Unito con oltre 700 milioni di euro. Negli ultimi anni si sono aperti nuovi mercati come quello della Cina, dove le esportazioni di vino hanno superato gli 80 milioni di euro nel 2015.
Lo spumante è stato il prodotto che ha fatto registrare la migliore performance, con le esportazioni che sfiorano il record del miliardo di euro nel 2015. Per le bollicine tricolori il 2015 si è chiuso con volumi esportati pari ad una volta e mezzo quelli degli spumanti transalpini (+50%) senza dimenticare il riconoscimento attraverso il premio internazionale "Sparkling Wine Producer of the Year", assegnato alle Cantine Ferrari, che le migliori bollicine al mondo sono italiane.

Dal 1986 ad oggi
Nel 1986 una sofisticazione criminale, il vino al metanolo, colpì l'Italia causando 23 vittime, provocando cecità e lesioni gravi a decine di persone e anche un incredibile danno per il settore e per l'immagine del Paese. Da allora, come evidenziato nel rapporto, il mondo del vino è cambiato puntando sulla qualità legata al territorio, anziché sulla quantità a basso prezzo.

Il ministro Maurizio Martina: quest'anno festeggiamo la 50esima edizione di Vinitaly
"Il trentennale da quello scandalo – ha affermato il ministro Martina– cade in un momento utile per darci una nuova strategia, proprio quest'anno che festeggiamo la 50esima edizione di Vinitaly", che sarà "speciale", secondo le intenzioni di Martina.
"Dobbiamo capire cosa vuol dire portare il vino nel mondo - precisa il ministro - evitando di celebrarci su numeri ed eccellenze". Giusto celebrare il proprio passato, se glorioso, "ma va fatto per qualche minuto al massimo, poi bisogna subito chiarire la nuova frontiera da affrontare. Quando presenteremo l'edizione – termina - si capirà ancora meglio la nostra strategia".

'Quello che è accaduto dopo lo scandalo metanolo nel vino italiano – ha affermato il presidente della Fondazione Symbola, Ermete Realacci - rappresenta una straordinaria metafora della missione del nostro Paese. La domanda di Italia nel mondo è legata alla qualità, alla bellezza, alla cultura. Per intercettarla l'Italia deve fare l'Italia, andare avanti nel cammino intrapreso verso la qualità e puntare sull'innovazione senza perdere la sua identità. Questa parabola produttiva e culturale che ha nel vino il suo campione riguarda una parte rilevante della nostra economia. Questa tensione costante alla qualità rivela il cuore e il motore del made in Italy'.

Per il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo 'ora la nuova sfida è quella di rafforzare e difendere le posizioni acquisite combattendo la concorrenza sleale forte e agguerrita dei produttori internazionali che si concretizza nella vinopirateria con le contraffazioni e imitazioni dei nostri vini e liquori piu' prestigiosi che complessivamente provocano perdite stimabili in oltre un miliardo di euro sui mercati mondiali'.
'A preoccupare sono anche i tentativi di minare la distintività delle produzioni - prosegue Moncalvo - come dimostra la recente discussione comunitaria sulla liberalizzazione dei nomi dei vitigni fuori dai luoghi di produzione che consentirebbe anche ai vini stranieri di riportare in etichetta nomi quali Aglianico, Barbera, Brachetto, Cortese, Fiano, Lambrusco, Greco, Nebbiolo, Picolit, Primitivo, Rossese, Sangiovese, Teroldego, Verdicchio, Negroamaro, Falanghina, Vermentino o Vernaccia, solo per fare alcuni esempi'.

La Toscana è la sesta regione produttrice di vino
Le dichiarazioni di Antonio De Concilio, Direttore Coldiretti Toscana
La Toscana, nello scacchiere nazionale, è la sesta regione produttrice di vino con il 57% della produzione a denominazione di origine controllata, con ben 42 etichette, 6 DOCG e 36 DOC. Negi ultimi sei mesi l’export di vini toscani è cresciuto del 21% rispetto all’anno prima sfiorando i 650milioni di euro. “Lo scandalo metanolo – spiega Tulio Marcelli, Presidente Coldiretti - è ormai un capitolo archiviato: oggi una bottiglia su cinque venduta nel mondo è italiana e i nostri vini si sono riabilitati nei confronti del consumatore. La sfida, per tutti noi, è quella di rafforzare e difendere le posizioni acquisite combattendo la concorrenza sleale dei produttori internazionali”. A preoccupare Coldiretti sono “anche i tentativi – spiega Antonio De Concilio, Direttore Coldiretti Toscana - di minare la distintività delle produzioni, come dimostra la recente discussione comunitaria sulla liberalizzazione dei nomi dei vitigni fuori dai luoghi di produzione. Per fortuna, quel tentativo di scippo, è stato al momento sventato”. Altra battaglia senza quartiere sarà quella della “semplificazione nel percorso dalla vigna alla bottiglia. La burocrazia è uno dei punti deboli del nostro paese e nei confronti del quale è indispensabile intervenire per mantenere leadership agroalimentare”.

Il 73% dei consumatori di vino lo bevono in casa, prevalentemente durante i pasti, apprezzando in otto casi su dieci più il vino rosso rispetto al bianco o alle bollicine che invece sono preferiti da chi lo consuma fuori casa per il 62%, secondo una recente indagine dell’Osservatorio vino dalla quale emerge che cresceranno di oltre l'8% i consumi di vino al ristorante nei prossimi due anni, per lo più al bicchiere, dove avranno la meglio le etichette locali o regionali per il 94,5% dei consumatori.


 
Il dossier di Fondazione Symbola e Coldiretti
Il dossier di Fondazione Symbola e Coldiretti analizza anche altri prodotti italiani di eccellenza che hanno vinto al sfida della competitività puntando su innovazione e qualità.
Nella filiera agroalimentare siamo il Paese più forte al mondo per prodotti distintivi, con 282 prodotti Dop, Igp, St.
L'export di scarpe è diminuito da 218 mila a 165 mila tonnellate in 30 anni ma il valore nominale è passato da 5 a 11 miliardi di dollari. Nell'abbigliamento in pelle l'esportazione è passata da 1.910 tonnellate a 2.254 tonnellate, mentre il valore è triplicato: 787 milioni di dollari a fronte di 233. Nella produzione di macchine per l'industria alimentare siamo passati da un export di 68 mila tonnellate (952 milioni di dollari) a 157 mila tonnellate, per un valore nominale complessivo a 4,1 miliardi: +333%.

Guardando nel dettaglio lo sviluppo qualitativo dei settori analizzati nel report, per 89 prodotti l'Italia è leader dell'agroalimentare nel mondo Nella filiera agroalimentare, ad esempio, siamo il Paese più forte al mondo per prodotti distintivi, con 282 prodotti Dop, Igp, Stg. C'è poi il biologico: l'Italia è il primo paese europeo per numero di agricoltori biologici (43.852, il 17% del totale europeo). Questa ricchezza trova riscontro nei risultati economici della filiera: in ben 89 prodotti, sul totale dei 704 in cui viene disaggregato il commercio agroalimentare mondiale, il nostro Paese detiene il primo, secondo o terzo posto per quote di mercato. Nonostante l'Italian sounding che, puntando sull'attrattività delle produzioni italiane e spacciando prodotti che con l'Italia non hanno niente a che fare, sottrae alla nostra economia 60 miliardi di euro ogni anno.
Le calzature made in Italy sono invece seconde per quote di mercato mondiale. Rispetto a circa trent'anni fa (1989) il numero di scarpe esportato è diminuito (da 218 mila a 165 mila tonnellate) ma queste scarpe che valevano 5 miliardi di dollari oggi (2014, valori nominali) ne valgono 11. Un 'prodigio' possibile grazie alla crescita del valore medio delle nostre scarpe: nel'89 era di poco inferiore alla media mondiale (-14%) oggi è straordinariamente superiore: +137%. È anche grazie a questo che in questo settore abbiamo mantenuto il secondo posto per quote di mercato mondiale, corrispondente oggi all'8,6%.

Altro dato, l'abbigliamento in pelle made in Italy non ha rivali, l'esportazione è passata da 1.910 tonnellate a 2.254 tonnellate, mentre il valore è praticamente triplicato: 787 milioni di dollari a fronte di 233. Usando un indicatore non soggetto all'inflazione, si evidenzia come i nostri prodotti, che nel 1989 valevano poco più della media mondiale (+20% del valore medio unitario mondiale) oggi valgono tre volte tanto (+233%). E mentre ancora nel 1996 eravamo solo al quinto posto nelle quote di mercato mondiale (6,7%) oggi siamo al primo (19,0%). Roma, 2 mar. (askanews) - Anche per gli occhiali esportazioni d'oro. Oggi, secondo il rapporto Coldiretti-Symbola, vendiamo all'estero 6 volte le paia di occhiali che vendevamo nell'89, ma il loro valore è aumentato di quasi 10 volte, da 413 milioni a circa 4 miliardi di dollari. Il valore medio degli occhiali made in Italy, che nell'89 era piuttosto inferiore a quello medio mondiale (-23%), oggi è quasi 3 volte tanto (+272%).
Anche la meccanica è uno dei fiori all'occhiello del nuovo made in Italy: nella fabbricazione di macchine per l'industria alimentare nel 1989 esportavamo per 68 mila tonnellate e un valore di 952 milioni di dollari, oggi le tonnellate, e presumibilmente il numero di macchine, sono arrivate a 157 mila (+130%), il loro valore complessivo a 4,1 miliardi: +333%. Anche in questo caso più qualità e innovazione hanno fatto crescere valore e desiderabilità del made in Italy e così siamo passati dal secondo posto nelle quote di mercato del 1989 (16%) al primo di oggi (16,6%). E mentre nell'89 il valore medio dei singoli prodotti (valore medio unitario) era di molto inferiore a quello medio mondiale (-23%), oggi questo valore è pienamente in linea (-0,5%).

Ma la meccanica italiana è prima per quote di mercato anche nella fabbricazione di macchine per la metallurgia (18,9%), seconda per quelle per l'industria della carta e del cartone (15,3%), terza nelle macchine per l'agricoltura (8,5%), per le industrie tessili (9,9%) e nell'industria delle materie plastiche e della gomma (9,2%).
Ancora, dalle cucine italiane arriva un export di 872 milioni, con l'industria del mobile da sempre uno dei settori tradizionali del made in Italy. Guardando al caso dei mobili da cucina, le imprese italiane sono passate da 24 mila tonnellate esportate a 122 mila, circa 5 volte tanto (+408%) per un valore nominale dell'export cresciuto invece di oltre dieci volte, da 86 fino a 872 milioni. E manteniamo nel settore il 13,8% del mercato mondiale, grazie anche al fatto che nell''89 le nostre cucine valevano sui mercati mondiali esattamente come la media mondiale delle cucine, mentre oggi valgono il 50% in più (valori medi unitari)
Il passaggio verso la qualità produce poi una riduzione del consumo di materie prime, nell'uso di energia, nella produzione di rifiuti e di emissioni di CO2. È insomma, rilevano gli autori del rapporto, 'una scelta concreta per affrontare anche gli obiettivi della COP21 di Parigi, per contrastare i mutamenti climatici'.
Una via italiana vincente alla green economy.
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