Napoli, il mito propiziatorio di Partenope, regina di mare, ma anche di terra. “Vedi Napoli e poi muori.”

28/08/2016

Napoli, il mito propiziatorio di Partenope, regina di mare, ma anche di terra. “Vedi Napoli e poi muori.”
di Ines Roscio Pavia

Un insieme di stili di vita, un modo coinvolgente, inaspettato e suggestivo di rappresentare situazioni e cose, una città dall’anima complessa sempre pronta a stupire abitanti e visitatori.
 
Parlare di Napoli è rendere omaggio a questa città magica, dove la tradizione racconta di storie sospese fra fantasia e realtà, fiaba e mito. Il suo mito principale è Partenope, figura femminile dal canto melodioso, un tutto e un niente: in allegoria una sirena, una corpulenta donna rosea dalla criniera bionda, dalle gigantesche forme il cui corpo finisce nelle onde del mare, che volle morire sulle coste tirreniche dopo aver invano tentato di fermare Ulisse. Ma Partenope viene anche indicata come fertile donna gravata da covoni di spighe, ovvero la piana campana. Un duplice inestricabile mito che racconta di una vita nascosta da inseguire e rintracciare fra i vicoli di questa città che continua a stupire abitanti e visitatori. Lo stesso detto “vedi Napoli e poi muori” può essere interpretato in modi differenti che vanno dai più gioiosi ai più cupi; una maestra di vita o di morte, in continua duplicità. Ecco l’anima complessa di Partenope, Neapolis. Del resto, proprio l’aspetto ibrido del corpo della sirena richiama ad una duplicità, ad una natura complessa, ad una figura femminile appartenente sia alla terra che al mare.

Una città capace di dare gioia e serenità riscattando la vocazione al lasciarsi andare a non reagire. La presenza di Partenope a Napoli è discreta e propizia, la si indovina non solo dagli amuleti esposti in vendita nelle strade e nei vicoli, ma anche da figure scolpite su antiche guglie, capitelli e fontane. Il mito richiama l’insieme di un particolare stile di vita, nel modo suggestivo di rappresentare situazioni e cose. Con fantasia e furbizia rivive la leggenda che la collega alla pastiera, il dolce tipico di città, che si dice preparato con le offerte di questa opulenta figura, sette doni indispensabili: farina, uova, ricotta, acqua di arancio e rose, grano tenero, spezie e zucchero. Nelle sagre Partenope, con grande generosità, trascina un carro zeppo di persone travestite con ogni ricchezza del mare: aragoste, ostriche, carpioni, cefali, stelle marine e conchiglie.

Totò diceva: “Io sono parte napoletano e parte-nopeo, cioè due volte napoletano”.
Napoli, il mito propiziatorio di Partenope, regina di mare, ma anche di terra. “Vedi Napoli e poi muori.”
Napoli si racconta dal profumo dei suoi cibi che mescolano pietanze di città e piatti di campagna da cui si sprigionano infiniti sapori; una gamma tanto ricca che va dai latticini agli insaccati, alla infinita varietà di verdure, frutta ed anche a prestigiosi vini.

Un felice connubio quello di Napoli e dei suoi abitanti, dove si fa della povertà una scienza. La cucina qui ha applicato la regola vincente della “fame che sprona l’ingegno” ed ha trasformato i suoi prodotti in un monumento della tavola mondiale. L’arte culinaria di questa città ha attraversato gloriosamente i secoli, ma la scoperta dell’America con l’arrivo di pomodori, patate, melanzane e cacao, ha sconvolto le abitudini del passato e vi ha portato un radicale cambiamento. La cucina ha subito una profonda trasformazione modificando ingredienti, profumi e sapori e, con fantasia e creatività, ha raggiunto il giusto equilibrio tra piatti di terra e di mare.

Due cibi hanno però raggiunto una diffusione internazionale: gli spaghetti al pomodoro e la pizza. Nel 1833 si inaugurava in città il primo stabilimento per la fabbricazione industriale della pasta. Un piatto di pasta a Napoli è un piatto da intenditori, popolare, ma anche ricercato sempre più ricco di forme e qualità: a tavola troviamo zite, spaghetti, paccheri, vermicelli, linguine, fusilli, pappardelle, garganelli, penne, rigatoni, mafalde e altro. I tempi di cottura sono un rito in quanto la pasta deve risultare “al dente”, per essere poi mantecata in padella e riuscire a trattenere il condimento. Ogni tipo di pasta necessita di una diversa salsa, ma la preferita è sempre a base di pomodoro dove, insieme ai molti ingredienti, troviamo i sapori di olio, aglio, origano, basilico. Come non apprezzare la bontà dei pomodori Sammarzano e dei pomodorini vesuviani che si conservano a lungo appesi alle finestre ed ai balconi? Come non ringraziare l’industria conserviera che ha portato in tutto il mondo i celebri “pelati” e il “concentrato di pomodoro”donando un lato positivo all’economia locale?

Le antiche semplici focacce, si sono evolute diventando pizze, si sono tinte di rosso ed arricchite di ogni leccornia. Si dice che il nome pizza derivi dal latino “pinsa” participio passato del verbo “pinsere” ovvero schiacciare. Cronologicamente, la prima pizza napoletana fu la “mastunicola” (1660) con strutto e basilico, seguita dalla “marinara” (1800) a base di pomodoro, aglio, origano e olio, per arrivare alla “margherita” e proseguire in grande inventiva fra innumerevoli appetitose varianti. All’inizio la pizza, croccante e calda, veniva venduta per i vicoli della città dal garzone di bottega che, tenendo in equilibrio sul capo la stufa, portava il prodotto al domicilio degli acquirenti dopo averli avvertiti del suo arrivo con folcloristici richiami. Nel 1820 nelle trattorie napoletane nacque la “ristorazione con un solo piatto”: la pizza. Dal punto di vista nutrizionale è un piatto completo e bilanciato, grazie ad un buon apporto energetico dovuto ai carboidrati contenuti dalla sfoglia sottile e ben cotta, così da renderla più digeribile e ad una farcitura adeguata, che riesce a coprire le necessità alimentari del nostro organismo. Ormai la pizza ha una diffusione su scala mondiale. Ha conquistato l’Europa, l’America e si avvia a conquistare l’oriente. La bontà della cucina partenopea non ha più confini e non ci stupiamo se, durante i viaggi, troviamo ristoranti italiani che propongono fusilli alla napoletana, riso alla pescatora, riso al nero di seppia, pasta e patate, pasta con le fave, vermicelli alla vesuviana, alla caprese, cavoli con la pasta, tagliatelle con i ceci, parmigiana di melanzane, peperoni ripieni.

La mozzarella di bufala ha origini antiche e viene citata per la prima volta nel 1570 da Bartolomeo Scappi. E’ freschissima solo se, pigiandola fra le dita, sgocciola latte. Ottimi i latticini in pasta filata, come fiordilatte e provola, la ricotta di fuscella venduta in cestini vegetali, la scamorza, i caciocavallo.

Se poi ci lasciamo prendere dalla gola ecco una infinità di dolci, sfogliatella frolla o riccia, zeppole, struffoli, pastiera, babà, chiacchiere e per finire, limoncello e caffè. A Napoli “na tazzulella e cafè” è un rito. Un caffè nero, ristretto, aromatico, alto di schiuma, dal gusto forte. Non si nega a nessuno, tanto che nei bar viene offerta a chi non se la può permettere, cortesemente pagata da un cliente precedente. E’ proprio l’arguzia, la cortesia, l’imprevidibilità dei napoletani che ha dato origine all’ usanza del “c’è un sospeso?”, cioè un caffè a disposizione. E’ il piacere di offrire un caffè ad uno sconosciuto, un gesto gentile, si può pensare anche rivolto all’intera umanità. Nei vicoli l’aroma pervade l’aria, e si diffonde. E’ la “moka”: non c‘è casa senza l’insuperabile caffettiera, che ormai fa parte della famiglia. Fare il caffè è un gesto irrinunciabile, un piacere sottile che invoglia alle quattro chiacchiere e ben predispone ad affrontare la quotidianità.

La viticoltura all’ombra del Vesuvio, suolo vulcanico, continua ad avere grande incremento. La regione vanta tre Docg, Taurasi, Fiano di Avellino, Greco di Tufo e diciassette Doc. La stessa Napoli coltiva vigne a spalliera a due passi dalla Certosa di San Martino, da dove si domina il golfo; sono coltivate dal 1500, ben esposte su terreno sabbioso vulcanico. La viticoltura di città conosce la realtà dei vigneti di Posillipo per continuare con quelli del Parco degli Astroni dove, grazie alla sabbia nera di un vulcano spentosi tremila anni fa, si producono soprattutto Falanghina e Piedirosso.

A Napoli nulla si butta e tutto si ricicla. Grazie a “partenopea” fantasia godiamoci la bontà della frittata di maccheroni: apriamo il frigorifero e ricuperiamo un avanzo di pasta condita. Si mescola con uova sbattute e formaggio, si arricchisce di prosciutto, provola, mozzarella o altro ricupero di cucina. Tradizionalmente viene cotta in padella e diventa un piatto compatto da tagliare a fette per essere consumato durante le gite o in spiaggia. Pic-nic delizioso davanti ad un mare cristallino.
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