Per Carnevale ogni fritto vale

Anche i tortelli hanno un’anima, come pure chiacchiere, gale, crostoli, lattughe, frappe, cenci, bugie, zeppole.

18/02/2015

Per Carnevale ogni fritto vale
Carnevale è la festa della trasgressione dove ognuno può vestire, ridere, mangiare, dire quello che a lui piace. Un periodo nel quale la gente non può essere permalosa, ma solamente festosa. Proviene da tempi lontani, dalle usanze pagane come i saturnali e i lupercali. Risale al periodo dell’impero romano la presenza di gruppi mascherati, a quel tempo proiettati in  una libertà sfrenata, rappresentata in allegorie del caos; una regressione all’oscurantismo primordiale che si concludeva con il rinnovamento del cosmo.

La tradizione attuale risale al medioevo ed è un modo per risollevare l’anima dall’inverno e proiettarci nella luce della primavera.  L’elemento che caratterizza il carnevale è il mascheramento che si manifesta in sfilate chiassose, festanti sempre gioiose. E’ la festa dei bambini, ma anche degli adulti.  La parola Carnevale ha origine latina (carnem levare) in osservanza al precetto cattolico di non mangiare carne durante il periodo di Quaresima. Nei secoli scorsi si riferiva al banchetto che si teneva  alla chiusura del Carnevale (martedì grasso) prima del periodo di astinenza e digiuno antecedente la Pasqua.  Sta a significare il godimento sregolato dei beni materiali che precede la restaurazione dell’ordine e della purificazione, un proiettarsi verso il  rinnovarsi della propria energia.

Innumerevoli sono le manifestazioni ed ognuna ha il suo specifico svolgimento, tanto che ogni regione ha la sua maschera tradizionale: Pantalone per Venezia, Pulcinella per Napoli, Gianduja per Torino, Arlecchino per Bergamo, Meneghino per Milano, Balanzone per Bologna e così via.
 Il carnevale di Putignano risale al 1394. Celebra i riti della fertilità della terra e del risveglio della natura.  La sfilata di Viareggio risale al 1873: lungo il percorso sfilano carri allegorici sui quali troneggiano caricature in cartapesta di personaggi famosi ed è apprezzata a livello internazione. Ivrea mantiene la tradizione della Battaglia delle Arance e del Corteo Storico. Incantevole la sfilata di Sanremo dove i fiori sono i protagonisti assoluti. Il Carnevale di Santhià ha una memoria storica che risale al 1328 ed elabora cerimonie tradizionali, come la rivincita del popolo contadino sulla “schiavitù della fame” ed è stato insignito del “Premio di Rappresentanza Medaglia del Presidente della Repubblica”. I Carnevali di San Giovanni in Persiceto, Cento, Manfredonia, Satriano, Acireale, Sciacca, Fano , Massafra, Offida, Striano (vorrei veramente citarne molti di più) sono da considerarsi fra i più noti ed i più seguiti.

Venezia, che ha avuto il suo primo Carnevale nel 1094 attestato dal Doge Vitale Falier, annuncia l’inizio della manifestazione con il volo dell’angelo. Ai giorni nostri, il costume locale più comune è la Baùta indossato sia da uomini che donne, costituito da una maschera bianca sotto un tricorno nero completata da un mantello. A questo si aggiunge una molteplicità di travestimenti che sono fra i più variegati e possono raccogliere bellezza e fantasia a non finire. Uno spettacolo di dame e cavalieri da far restare a bocca aperta, che si snoda da piazza San Marco verso  campi e campielli. Lo spettacolo è inverosimile ed all’orecchio arrivano frasi e battute in lingue di tutto il mondo. Qui i pasticceri (scaeteri) producono fritoe e galani fin dal 1100. La fritoa è un tortello che può essere vuoto o ripieno con mille varianti. Sono dolci che possiamo chiamare “universali”: alla stessa famiglia appartengono  i krapfen, così come le zeppole napoletane e le frittelle di San Giuseppe.

Il Carnevale Ambrosiano, che si estende all’intera Diocesi di Milano, termina quattro giorni dopo la chiusura dei carnevali a rito romano.
Chiacchiere, tortelli, gale, crostoli, lattughe, castagnole, frappe, cenci, bugie, zeppole, calde e croccanti, ornate da un velo di zucchero, proprio invitanti piacciono a tutti: sono un cibo dolce che fa pensare alla libertà del gusto. Messi in fila quante volte farebbero il giro del mondo?  Una gigantesca ruota carnevalesca di coriandoli.

Qualche decennio fa ognuno di questi alimenti aveva la sua specifica identità in quanto si usavano i prodotti locali, ecco quindi le frittelle di riso, diffuse non solo dove il riso veniva coltivato, ma anche nelle località da cui provenivano le mondine; nelle Marche primeggiavano le frittelle fatte con metà farina e metà patate; sulla costiera adriatica erano in auge i ravioli fritti e i dolci ripieni con frutta secca, miele e spezie. Altri fritti, la crema di semolino, le castagnole, le zeppole al miele, i baci di carnevale.  Verso sud le frittelle erano sempre più dolci; in Sicilia facevano tesoro delle usanze arabe, avevano un ripieno di mandorle, miele, succo di fiori di arancio, uva secca.  In Sardegna aggiungevano al miele il formaggio fresco ed hanno dato origine alle sabaudas.  Ora tutto si è uniformato, un po’ come andare al supermercato.

La fine del Carnevale viene spesso  rappresentato con l’accensione di un gran falò, un rito per scacciare i rigori dell’inverno, a significare la fine delle sregolatezze. Spesso dall’andamento del falò il mondo contadino trae auspici per la futura annata agraria.

Chiacchiere:
500 g di farina bianca – 3 uova – un pizzico di sale – 125 gr di burro – 100 g di zucchero – scorza grattugiata di un limone – una bustina di zucchero a velo.
Intiepidire in un tegamino il burro, versarlo nella farina ed impastare. Aggiungere le uova e la scorza di limone, il sale, amalgamando il tutto. Stendere il composto e tagliare a striscioline. Friggere in olio bollente e spolverare con zucchero a velo.
 
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