Povero Vino

Banale la tesi Oscar Farinetti, il guru di Eataly, il quale sostiene che “il vino si deve liberare, da analisi sensoriali che non fanno capire niente, dal rito degli abbinamenti, dalle pastoie fisiche e metafisiche..."

13/11/2012

Povero Vino

Sono stato fra i primi a combattere la “liturgia” del vino, ancora in tempi non sospetti. Decine di articoli lo testimoniano. Per “liturgia” intendevo, semplificando, quel mix di atteggiamenti esasperatamente presuntuosi e vagamente ieratici che mettevano da una parte, sul piedistallo, i cosiddetti esperti e, dall’altra, gli ignoranti, quelli –per intenderci- del vinello frizzante e beverino, quelli ormai “persi alla causa”. Allo stesso modo, venivano esaltate certe etichette, mentre se ne svilivano altre, spesso immeritatamente. Forse anche noi giornalisti del vino, o sommelier, o degustatori, non siamo stati immuni da questo atteggiamento. Un modo di comunicare che dava troppe cose per scontate e che, in una sorta di contrapposizione fra vitigni internazionali ed autoctoni, nascondeva in realtà un conformismo irritante. Protagonisti attivi dell’azione “liturgica” sono stati (e ancora in parte lo sono, visto lo spazio che la stampa generalista dedica a questa o quella classifica, a questi o a quei vini “bicchierati”, a certi punteggi di avvocati od altro) alcuni “personaggi del vino” che, in un momento favorevole, hanno incoraggiato e rafforzato questo divario talvolta ingiusto. Lo hanno fatto –mi auguro- in buona fede, rendendosi però complici di un gap incolmabile, che metteva da una parte i buoni e dall’altra i cattivi, spesso senza averne alcun titolo. La realtà era, ed è, un’altra. Il vino, pur nella sua complessità, merita un approccio diverso, fatto sì di conoscenza ed esperienze ma anche di piacere, gusto, percezioni, amori. Valori che spesso arrivano prima, molto prima, della cultura del vino che, come ben si sa, non è un fatto né universale né collettivo. Certo, una cosa è la cultura, un’altra è la curiosità: insieme fanno miracoli, ma accade raramente che si uniscano per generare grandi passioni. Il vino e la sua gradevolezza rappresentano un universo che va indubbiamente semplificato e i nostri lettori ben sanno quanto abbiamo detto, fatto e scritto in difesa di questa necessità di semplificazione e accessibilità dei contenuti.

Ma, attenzione: una cosa è la semplificazione, un’altra è la banalizzazione. Ora, comprendiamo bene che in tempi di crisi (per non dire di recessione) come quelli che stiamo vivendo, tutti quanti si concentrino sull’elemento prezzo, nel senso che più è basso e meglio è (e qui ci sarebbe da aprire un capitolo a parte): ma è troppo facile cavalcare quest’onda, questa tendenza che ormai è diventata una sorta di moda, un tantino becera, oltre che nazional-popolare e è pure un pizzico demagogica. Oltre che banale e irrispettosa verso chi ha dedicato anni della propria vita a creare vini grandi o medi, ma comunque prodotti della terra, dietro ai quali ci sono impegno passione coraggio. Dispiace che fra chi sostiene tesi banalizzanti ci sia anche Oscar Farinetti, il guru di Eataly (la formula geniale di promozione e commercio di prodotti agroalimentari italiani, dei quali Artù ha spesso scritto, anche anticipando aperture di esercizi). Una sera di settembre, sulla Sette, l’ho sentito affermare , a proposito di “Vino libero” che “il vino si deve liberare, da analisi sensoriali che non fanno capire niente, dal rito degli abbinamenti, dalle pastoie fisiche e metafisiche”.

Insomma, parla come mangi. Istintivamente, pare una teoria in linea con la semplificazione, tanto auspicata da molti. In realtà, riflettendoci, appare un J’accuse scontato verso valori e pratiche che, in realtà, hanno contribuito a far crescere la cultura e l’interesse di milioni di persone per il vino, aiutando il consumatore ad evolversi, a capire, a saper scegliere, ad approfondire. Ad analizzare e ad abbinare, anche. Dire oggi che il vino si deve “liberare” da pastoie fisiche e metafisiche può anche provocare una sana adesione empatica (e chi non è istintivamente d’accordo?) ma è uno slogan che, in quanto tale, non mi pare vada controtendenza ma, semmai, cavalchi quell’ onda di minimalismo banalizzante che non aiuta nessuno a crescere. Salvo chi, con la scusa di “liberare” il vino, finisca per ingabbiarlo nella illusoria fiera delle banalità.


Artù Rivista enogastronomica su vini, cantine e ristorazione

alberto.schieppati@edifis.it




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